Corriere della Sera, 23 maggio 2026
Rubio a un passo dal suo sogno: rovesciare il regime cubano
«Sono 50 o 60 anni che i leader americani si propongono di porre fine al regime castrista a Cuba. Sembra che toccherà a me farlo». Da quando gli Stati Uniti sono riusciti a catturare il dittatore Nicolás Maduro, togliendo all’Avana l’appoggio economico e il petrolio venezuelano, Marco Rubio ha l’atteggiamento di un predatore che insegue un animale ferito. Cuba, l’isola comunista a pochi chilometri dalla Florida, è da 66 anni una spina nel fianco della superpotenza globale. Ma per il segretario di Stato Usa è da sempre qualcosa di più: un’ossessione. La caduta del regime castrista sarebbe il sogno di una vita che si realizza.
Non mancano gli scettici convinti che questo figlio di esuli cubani si stia illudendo. Il regime è alle corde ma, stringendo i denti, è riuscito a sopravvivere per oltre 35 anni alla fine dell’Urss che garantiva all’isola tutto: materie prime, cibo, armi, veicoli. Meglio non sottovalutarne la capacità di resistenza. Ma per Rubio Cuba è un caso diverso dall’Iran: Caracas e l’Avana erano interconnesse. Col regime venezuelano messo alle corde, costretto a tagliare tutti i cordoni ombelicali con Cuba, il capo della diplomazia Usa pensa che il castrismo abbia i giorni contati.
Cuba è nelle viscere di Rubio ed è stata anche la chiave dei suoi successi politici. Senatore della Florida, Stato nel quale vivono due milioni di esuli anticomunisti cubani e venezuelani che votano quasi tutti repubblicano, Marco nel 2015 annunciò la sua candidatura (abortita) alla Casa Bianca dalla Freedom Tower di Miami: il centro di registrazione dei cubani che chiedevano asilo negli Usa. Come fecero negli anni ’50 Mario e Oriales, i genitori di Rubio.
Marco, nato nel 1971 ed entrato nel Parlamento della Florida non ancora trentenne, in campagna elettorale li presentò come esuli in fuga da Fidel. In realtà i due erano arrivati in Florida nel 1956, tre anni prima della rivoluzione castrista. Marco dovette correggere il tiro, ma era vero che, coi comunisti al potere, per loro Cuba era ormai irraggiungibile.
Così la ferita delle vittime di Castro divenne, per osmosi, anche quella di Rubio che già da senatore invocava il rovesciamento del regime mentre Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016, aveva apprezzato la politica di distensione con Cuba inaugurata da Barack Obama. Cambiò rotta una volta arrivato alla Casa Bianca: tornò a considerare Cuba uno sponsor del terrorismo, ma non ha mai mostrato un grado di ostilità paragonabile a quello di Rubio.
Quando, nel 2019, Maduro sembrò sul punto di essere rovesciato da una rivolta di popolo, il senatore Rubio pensò che fosse giunto il momento di assestare il colpo definitivo, mentre Trump temporeggiò: aspettava la caduta di un frutto maturo. Il regime di Caracas non crollò. Per Rubio fu una grande delusione, ma da quella crisi trasse la lezione che lo ha ispirato ora, da artefice della politica estera di Trump (oltre che segretario di Stato, Marco è il suo consigliere per la Sicurezza nazionale): nel 2019 Maduro non fu salvato dai suoi generali o da una parte della società fedele al regime. Il dittatore sopravvisse solo grazie a Cuba che, in cambio del petrolio venezuelano, gli forniva intelligence, una rete capillare di agenti segreti e una guardia presidenziale armata fino ai denti.
Nel Trump 2, Rubio ha cominciato subito a lavorare ai fianchi il presidente per convincerlo a intervenire. The Donald, non molto interessato a Cuba ma attratto dalla possibilità di prendersi il petrolio venezuelano e di toglierlo alla Cina, gli ha dato via libera. Dopo la caduta di Maduro è iniziato lo strangolamento economico di Cuba, dove non arriva più nulla. Rubio ha cercato di prendere il regime per fame e una decina di giorni fa ha mandato all’Avana il capo della Cia, John Ratcliffe, per verificare la possibilità di un cambio almeno parziale del regime. Non sembra aver ottenuto granché e, allora, ecco l’incriminazione del 94enne Raúl Castro, l’arrivo della portaerei Nimitz. Cambio di regime con la forza? No, risponde Rubio: «Interveniamo per motivi di sicurezza nazionale».