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 2026  maggio 23 Sabato calendario

Iran, «spiragli di intesa». Poi la frenata del regime

Il rumore di un aereo che atterra a Teheran rimette in moto la macchina delle speranze. Stavolta sulla pista c’è il feldmaresciallo Asim Munir, il capo dell’esercito pachistano, l’uomo che Islamabad spedisce quando la faccenda si fa troppo urgente per lasciarla ai diplomatici. Ci era già stato quaranta giorni fa, per incontrare i comandanti delle Guardie rivoluzionarie, per convincerli del valore strategico di un accordo.
Adesso torna con una delegazione di sicurezza al seguito, dopo gli ultimi viaggi del ministro dell’Interno. Se si muove lui, vuol dire che nel groviglio fra Washington e Teheran qualcuno intravede la possibilità di un accordo preliminare fra i due acerrimi nemici. Anche se gli ayatollah frenano. «Non possiamo necessariamente dire che un accordo sia imminente», commenta il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei. Da una parte c’è chi ripete che l’intesa è vicina, dall’altra c’è il sospetto che siamo davanti all’ennesimo copione già visto. Si alzano le aspettative il venerdì, i mediatori si affannano, le indiscrezioni rimbalzano fra le capitali e poi, entro domenica, tutto si smonta. Eppure stavolta ci sono dettagli che impediscono di liquidare fatti e voci come fumo. Al Arabiya, l’emittente saudita, riferisce che una bozza finale dell’accordo mediato dal Pakistan può essere annunciata entro poche ore. Marco Rubio, che non è uomo da slanci romantici, parla per la seconda volta di «lievi progressi». «Speriamo che la situazione cambi», dice, aggiungendo però che può anche non accadere.
Lo stesso Rubio avverte gli alleati della Nato che serve «un piano B» per lo Stretto di Hormuz «nel caso in cui qualcuno spari». Ricordandoci il paradosso di questa guerra: si negozia la tregua e intanto ci si prepara all’emergenza.
Un altro segnale che piace a chi ci spera arriva da Doha. Una delegazione del Qatar è a Teheran in coordinamento con gli Stati Uniti. Il Qatar conosce il mestiere del mediatore meglio di chiunque altro nella regione. Dall’inizio del conflitto si è però tenuto fuori, perché i missili e i droni di Teheran hanno colpito il suo territorio. Se Doha rientra in campo, vuol dire che la faccenda si fa seria. Dietro le quinte agisce anche la Cina, silenziosa e indispensabile, che senza lasciare tracce visibili si afferma come la vera potenza diplomatica del momento. Non a caso, mentre Munir vola a Teheran, il primo ministro pachistano si prepara per Pechino.
Ma arrivano anche notizie che inquinano ottimismi e speranze. La Repubblica islamica e l’Oman trattano per introdurre una sorta di pedaggio alle navi che attraversano Hormuz. Lo racconta l’ambasciatore iraniano in Francia a Bloomberg. Rendendo sempre più reale l’idea di trasformare quel braccio di mare in una leva politica stabile, da usare ai tavoli e fuori dai tavoli: una condizione che Washington non può accettare.
Nel frattempo gli ayatollah non rinunciano alla loro doppia recita. Nei sermoni del venerdì gli imam alzano il volume. «Se farete qualcosa di stupido, questa volta vedrete un Iran diverso», dice il capo dei religiosi di Teheran. Ad Ahvaz si evoca la possibilità di «radere al suolo Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Bahrein». Ma dentro quelle prediche affiora anche altro: la confessione della crisi economica, il disagio delle famiglie per i prezzi che salgono ora dopo ora. Un Paese che minaccia l’apocalisse e ammette di non riuscire a dare il pane alla sua gente.
Ma anche Trump non se la passa bene in casa propria, dove è sempre più solo. Al Senato è stato rinviato il pacchetto di finanziamenti per la Homeland Security, che tratta di sicurezza e immigrazione. Non per questioni tecniche, ma politiche. Molti senatori repubblicani decidono di non seguire più il presidente a occhi chiusi. Alla Camera, sempre i repubblicani ritirano le votazioni che avrebbero costretto Trump a spiegare al Congresso le ragioni della prosecuzione della guerra in Iran. Lo fanno per evitare una sconfitta politica, non per «graziare» The Donald.