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 2026  marzo 05 Giovedì calendario

Biografia di Saverio Lodato

Saverio Lodato, nato a Reggio Emilia il 6 marzo 1951 (75 anni). Giornalista. Saggista. Grande esperto di mafia • «Una vera enciclopedia vivente» • «Meticoloso e accurato» • «Autore di libri fondamentali sulla Sicilia» • Debuttò nel 1979 sul quotidiano L’Ora. A partire dal 1980, per oltre tre decenni, corrispondente da Palermo (poi inviato) per l’Unità. Oggi scrive sul sito antimafiaduemila.com • Tra i suoi libri, il volume Dieci anni di mafia (Rizzoli, 1990), elogiato da Giovanni Falcone, ripubblicato in varie edizioni aggiornate come Quindici anni di mafia, Venti anni di mafia, etc. e da ultimo come Cinquant’anni di mafia (Rizzoli, 2025) • Le guerre di mafia, se le è fatte tutte • Stretto rapporto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fin da quando i due non erano ancora sulla ribalta nazionale • Autore di Ho ucciso Giovanni Falcone (Mondadori, 1999), libro intervista a Giovanni Brusca, detto «u verru» (il porco) o «lo scannacristiani», esponente di spicco dei Corleonesi, condannato per oltre un centinaio di omicidi tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido all’età di 15 anni, e per la strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e i tre agenti della scorta • Nel 1999 volò a Miami per intervistare Tommaso Buscetta, detto «il boss dei due mondi», uno dei primi mafiosi a collaborare con la giustizia, morto di cancro l’anno dopo, lavoro che darà vita al libro La mafia ha vinto (Mondadori, 1998) Ha scritto quattro libri con il pm Nino Di Matteo sulla trattativa Stato-mafia e, da ultimo, con l’avvocato Luigi Li Gotti, Stragi in Italia. Il caso Almasri e tutto quello che Giorgia Meloni e il governo non vogliono ammettere (Fuoriscena, 2026)Ha scritto libri con Andrea Camilleri, Antonino Caponnetto, Marco Travaglio e Roberto Scarpinato • Convinto della colpevolezza di Giulio Andreotti • Durante una puntata di Porta a Porta ebbe un durissimo scontro con lo stesso Andreotti, in studio, con Giuliano Ferrara, collegato da remoto, e con l’allora presidente della commissione antimafia Ottaviano Del Turco («Socialista, sembrava ce l’avesse più con i magistrati che con i mafiosi») • Su di lui i giornali di destra (Giuliano Ferrara, Vittorio Sgarbi, eccetera) hanno scritto pagine e pagine di cattiverie. «Io non ho mai risposto» • Pietrangelo Buttafuoco scrisse che «rappresenta gli scarponi chiodati dell’antimafia». «Lo considerai un complimento, visto che le persone venivano ammazzate dieci alla volta» • «Nessun fenomeno criminale al mondo è mai durato oltre centocinquant’anni. In un secolo e mezzo sono caduti regimi e ideologie; è caduto il comunismo, è venuto meno il fascismo. Abbiamo assistito a cambiamenti epocali in ogni campo. Ma la mafia esiste ancora».
Titoli di testa «Non so chi ha scritto che la memoria è fondamentale per progredire, ma non bisogna abusarne per evitare di restare annichiliti dal ricordo del passato. Mai dimenticare; ma ricordare tutto, nemmeno. Forse lo scrisse Gesualdo Bufalino» [l’Unità 19/5/2012].
Vita Figlio unico di Agostino e Carmela Lodato, entrambi funzionari dell’Enpas, Ente nazionale previdenza e assistenza ai dipendenti statali. Lei milanese. Lui siciliano di Canicattì, in provincia di Agrigento. «In Sicilia non c’era lavoro, mio padre era salito a Milano grazie a uno zio, fratello di mio nonno. I miei si erano conosciuti così» • I Lodato sono continuamente trasferiti da un ufficio all’altro. Reggio Emilia. Modena. Livorno. «Era una specie di persecuzione. Mio padre era discriminato perché vicino al Partito comunista». Alla fine, nel 1959, quando Saverio ha otto anni, li mandano a Palermo. «E nel 1959, per un funzionario pubblico Palermo era come l’Isola del Diavolo. Come essere mandati alla Caienna» • Anche il giovane Saverio diventa di sinistra. Nel 1969, a diciassette anni, è il più giovane delegato al XII Congresso del Pci, quello in cui la segreteria generale passa da Luigi Longo a Enrico Berlinguer. Dopo la maturità classica, laurea in filosofia con tesi su Il principio della volontà in Antonio Gramsci • «Dopo la laurea, provai l’insegnamento. Ma in quegli anni era molto difficile. Bisognava fare delle supplenze. Si veniva trasferiti in tutta Italia. Si era pagati pochissimo». Perciò, cambia per il giornalismo. Comincia con 50 mila lire lorde al mese • I casi della vita: una delle prime cose di cui si occupa è il delitto Terranova. Cesare Terranova, politico e magistrato, ammazzato da dei sicari il 25 settembre 1979. Poi il delitto Mattarella. Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, assassinato la mattina di domenica 6 gennaio 1980, in via della Libertà • La strada è segnata • Il 16 marzo 1988 Saverio Lodato dell’Unità e Attilio Bolzoni della Repubblica vengono arrestati con l’accusa di peculato: hanno pubblicato documenti coperti dal segreto istruttorio. Spiegano i giornali: «Nell’ordine di cattura si ipotizzava che avessero utilizzato fotocopie dei verbali degli interrogatori del pentito Calderone. Il possesso anche temporaneo di documenti di proprietà dello Stato configurava, secondo l’accusa, il reato di peculato» [Sta]. Racconta Lodato: «La violazione del segreto istruttorio non prevedeva l’arresto, perciò si inventarono la storia del peculato». «Ci misero nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese, ormai vuoto, per non metterci all’Ucciardone assieme ai mafiosi». Lodato dorme nella cella dove era stato Renato Curcio. Bolzoni nella cella dove era stato Vito Ciancimino • È uno scandalo. Tutti i giornali parlano del caso. Immediato l’intervento della Federazione nazionale della stampa italiana: «Il sindacato dei giornalisti ha sempre scelto la via del confronto con gli organismi della magistratura ai quali chiede oggi un intervento deciso perché episodi di questo genere siano giudicati per quello che sono, atti di pura intimidazione contro il diritto all’informazione, e vi sia posto immediatamente riparo» • Scrive Eugenio Scalfari su Rep: «Vanno in galera non i mafiosi e tanto meno coloro che li proteggono, ma i giornalisti che denunciano il malaffare. Bravo signor procuratore capo di Palermo. Ieri lei ha speso bene il suo tempo e ha fatto fare un passo avanti alla repressione in Sicilia della criminalità organizzata» • Il Parlamento chiede la liberazione immediata. Vota all’unanimità tutto l’arco costituzionale, dal Pci di Achille Occhetto all’Msi di Giorgio Almirante • «Uno scatto, un cigolio e il cancello elettrico si muove lentamente per far passare i due giornalisti rimasti in cella per sei giorni. Hanno la barba lunga, le facce scavate da una dieta imprevista e gli occhi felici di due ragazzi che rivedono finalmente il sole, gli amici e le mogli. Stavolta Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio Lodato de l’Unità non partecipano all’assedio dei cronisti, dei fotoreporter, dei telecronisti con i microfoni lanciati sotto il naso. Stavolta stanno dall’altra parte. Non fanno ma ricevono domande. E loro rispondono una battuta dietro l’altra senza bisogno di riflettere perché a questa avventura hanno avuto modo di pensare a lungo nelle due celle del “braccio” senza mafiosi e pentiti. Non sono giù di corda, lo sono stati solo il giorno trascorso in isolamento, come ricorda Bolzoni: “Non sapevamo che cosa si diceva del nostro arresto, cosa pensava la gente. Poi, al primo interrogatorio, quando nel parlatorio ci trovammo davanti al procuratore aggiunto, capimmo cosa stava succedendo. Sulla scrivania c’era una copia del giornale L’Ora e un titolo a tutta pagina con le nostre foto: Pericolosi. Quel titolo ironico stava a significare che la gente aveva compreso l’ingiustizia di un provvedimento emesso per scelta di un paio di magistrati, solo alcuni giudici che nulla tolgono ai grandi meriti acquisiti dalla magistratura palermitana nella lotta alla mafia”. Non capiscono ancora come si arrivi all’imputazione di peculato, oltre alla violazione del segreto istruttorio, ma sono convinti di avere fatto solo il loro dovere. E Saverio Lodato: “Non esistono ‘talpe’ né al palazzo di giustizia, né fra gli investigatori. Noi non siamo degli 007, né dei passacarte. Facciamo il nostro lavoro in modo preciso, con una ricerca incrociata presso fonti diverse. Sui rapporti mafia-politica siamo andati con i piedi di piombo e senza alcuna manovra”. Sono tutti e due soddisfatti della solidarietà diffusa che li circonda ma non manca la loro reazione alle critiche del Giornale di Sicilia. Attaccano duro: “Una nota stonata nel coro. Stonata fino a un certo punto. Da qualcuno ci aspettavamo questo comportamento... per il resto ci sentivamo protetti dai nostri colleghi che se fossero stati in possesso delle stesse informazioni le avrebbero certamente utilizzate da giornalisti, come abbiamo fatto noi”. Per Lodato l’arresto va letto nell’ambito di una frizione che lacera il palazzo di giustizia: “A Palermo molti settori si sono democratizzati e non è più possibile far funzionare come è accaduto in passato la logica dell’insabbiamento”. Poi definisce “ingiusti, intimidatori, eccessivi” gli ordini di cattura. […] Una raccomandazione ai colleghi: “I carabinieri e le guardie carcerarie ci hanno trattato benissimo. Scrivetelo”. E adesso? “Adesso si comincia a lavorare. Domani mattina alle 9 mi faccio il mio giro in Procura”, dice Bolzoni. E Lodato: “Pure io”» [Ca., Cds 22/3/1988].
Pagine Alla fine degli anni Novanta l’Unità tenne una posizione di assoluto garantismo nei confronti di Giulio Andreotti. «Il giornale del Pds prende posizione offrendo ai suoi lettori un’analisi doppia sotto un titolo che si chiude col punto interrogativo (“Andreotti è colpevole o innocente?”). Di qua Saverio Lodato, cronista di mafia, illustra la lunga e spettacolare teoria dei pentiti che rievocano baci e regali, accreditano un ruolo di primo piano ad Andreotti, interno a quel luogo di potere eccellentissimo ed illegale che prende il nome di Cupola, la struttura dirigente che indirizzava la politica, sospingendola verso lidi innominabili. Di là Stefano Di Michele, giornalista di stanza a Roma, che degrada le dichiarazioni dei tanti Mannoia a “voci”: possono servire a fomentare una polemica politica, non un processo penale» [Rep 8/8/1997].
Amori Separato. Un figlio, Giuliano, 30 anni, che si occupa di geopolitica: scrive per Domino di Dario Fabbri e per La Voce di New York.
Amori/2 Da una decina d’anni, legato a Lunetta Savino, attrice, classe 1957. Racconta lei: «Ci siamo conosciuti a una cena di amici in comune. Lui non sapeva chi fossi io, io non sapevo chi fosse lui, siamo partiti da zero e, da allora, stiamo vivendo una storia importante» [Emilia Costantini, Cds 13/3/2022].
Politica È rimasto molto di sinistra. Molto contrario a Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia. «Nel ’68 ho fatto le occupazioni, a Palermo, e non mancavano gli scontri con i fascisti. Ho conosciuto la destra estrema siciliana, e non ne ho un buon ricordo».
Politica/2 Al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 voterà convintamente No. «Sono rimasto quello con gli scarponi chiodati…».
Religione Battezzato, come tutti. Ma non ci crede. «Ho la vita piena di questioni temporali».
Preti Autore di Dall’altare contro la mafia (Rizzoli, 1994), storia dei sacerdoti siciliani che si oppongono a Cosa Nostra. «“Quando concludevo la Messa dicendo “il Signore sia con voi”, l’unico ragazzo presente si girava su se stesso e mi diceva: “Ma qui non vedo nessuno”. Don Paolo Turturro, parroco al Borgo Vecchio di Palermo, racconta così l’inizio della sua “frontiera”. E ricorda: “Gridavo in mezzo alla strada, rivolgendomi ai ragazzi: io leggo il Vangelo, quello lì spaccia la droga, quello lì ruba. Qualche volta rispondevano: lasciatelo stare quel parrìnazzo (pretaccio), tanto la Chiesa e i politici sono con noi”. Eccolo il ventre di Palermo visto tra solitudine, speranza, tenacia dalle “pattuglie” di religiosi nei santuari della mafia. Una sfida in cui i boss hanno alzato il tiro, con gli assassinii di don Puglisi e padre Diana, con il cardinale Pappalardo tonante contro le collusioni politiche, con il Papa che ad Agrigento si scaglia con parole di fuoco contro Cosa Nostra. Ma, quando – relegati in archivio i casi clamorosi di sangue e indignazione – le cronache tacciono, la battaglia delle tonache prosegue. Una guerra lenta, di territori da occupare, ragazzini da strappare alla strada e all’irretimento mafioso» [Marco Neirotti, Sta 4/9/1994].
Stigmate Sul Foglio ricamano sul fatto che Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia2000, è un esempio di «giornalista sensitivo, guru dell’antimafia fanatica e con le stigmate. Parla con la Madonna, Gesù Cristo, l’extraterrestre Setun Shenar e soprattutto con i magistrati». «Questa specie di Sai Baba con l’inflessione di Antonio Ingroia, è il fondatore e direttore di Antimafia Duemila, un giornale molto seguito che – come si intuisce dal titolo – si occupa di criminalità organizzata, prevalentemente Cosa nostra, e che gode di grande considerazione da parte di alcuni tra i più importanti magistrati italiani. Che con lui hanno contatti intensi e costanti, quasi quanti lui ne ha con madonne, angeli ed extraterrestri» [Luciano Capone, Foglio 28/1/2023]Lui commenta: «In questo Paese se dici che hai le stigmate e il Vaticano lo riconosce, sei considerato in un modo. Se dici che hai le stigmate e il Vaticano non le riconosci, in un altro. Io sono ateo. Non credo né a quelle riconosciute né a quelle non riconosciute. Resta il fatto che AntimafiaDuemila è rimasta l’unica testata a parlare di certe cose. Mentre su Corriere della Sera e Repubblica di mafia non si parla quasi più».
Vizi Le sigarette. Fuma Winston superleggere. Ma ne fuma due pacchetti al giorno.
Rubriche Sull’Unità teneva una rubrica che si chiamava Lo chef consiglia in cui lui, ogni giorno, faceva una domanda ad Andrea Camilleri. Ne uscirono fuori due libri: Un inverno italiano e Di testa nostra (entrambi per Chiarelettere).
Libri Oltre a quelli già citati, si ricordano i volumi: I miei giorni a Palermo (con Antonino Caponnetto, Garzanti 1992), Vademecum per l’aspirante detesto (Garzanti, 1993), C’era una volta la lotta alla mafia (con Attilio Bolzoni, Garzanti 2002), La linea della palma. Saverio Lodato fa raccontare Andrea Camilleri (Rizzoli 2002), Intoccabili (con Marco Travaglio, Bur 2005), Il ritorno del principe. La criminalità dei potenti in Italia (con Roberto Scarpinato, Chiarelettere 2008).
Curiosità Alto 1 metro e 68 • Pesa 65 chili • Ha l’hobby della fotografia • Adora viaggiare • Legge letteratura e libri di storia • Ha lo stesso numero di telefono da tantissimi anni • Quando è a cena con gli amici non parla mai di mafia e antimafia. «Non sono uno di quelli pesanti che infliggono le loro cose agli altri» • Nel giugno 1995 lui e Attilio Bolzoni si presero a botte in un corridoio della Procura della Repubblica. «Tutto dovuto al troppo stress, alla concorrenza, all’invidia per qualche scoop oppure a una ruggine infine esplosa? Alcuni testimoni hanno riferito che si è proprio trattato di botte da orbi. Un altro giornalista ha provato a dividerli e ha ricevuto un pugno» [R., Sta] • «Con Attilio siamo rimasti amici. Siamo andati a cena l’ultima volta due mesi fa» • Un tempo AntimafiaDuemila aveva anche l’edizione cartacea, ora esiste solo online • Lamenta che nel tempo i confini tra politici corrotti e mafiosi con agganci nel potere si siano fatti via via più sfumati. «Un conto era combattere i mafiosi con la lupara e il kalashnikov; un conto era arrestare i mafiosi che avevano seminato le stragi e provocato un migliaio di morti. Altro conto è colpire le complicità alte di Cosa nostra» • Quando gli si chiede quali siano, oggi, i suoi giornalisti preferiti, fatica a rispondere. «La qualità della cronaca è scaduta moltissimo. A me piacevano Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Enzo Biagi» • Apprezza Una giornata particolare di Aldo Cazzullo su La7 • Nel maggio 2020 ospite di Atlantide di Andrea Purgatori ha fatto il nome di Bruno Contrada come «una delle menti raffinatissime esterne alla mafia», «Si scatenarono altri violentissimi attacchi» (vedi qui) • «Un’altra amara osservazione sui giorni nostri di Lodato è che “mentre ai tempi di Falcone e Borsellino e del ‘pool’ i magistrati combattevano la mafia, oggi la politica combatte i magistrati”. Per Lodato sulle stragi “sta cominciando ad emergere una forte presenza dell’eversione nera, se fosse davvero così, si spiegherebbe la singolare vicenda di questa commissione Antimafia chiamata ad essere presieduta da una rappresentante di Fratelli d’Italia che non fa mistero di aver avuto in passato frequentazioni con ex stagisti”. Per Lodato la ricerca della verità è “passato remoto per il Paese ‘ufficiale’. Non è un caso che la presidente del Consiglio e il ministro degli Interni non pronuncino mai la parola mafia”» [Fatto 12/11/2024] • «Ho riletto in questi giorni queste parole di Gesualdo Bufalino. “Io non mi fido troppo dei centenari: scadenze liturgiche che pretendono di giudicare un evento o un personaggio secondo le futili imposizioni del calendario; e che, mentre ostentano un distacco e un’equità falsamente definitivi, sbagliano le più volte nei due sensi opposti dell’enfasi celebrativa o del pregiudizio revisionista”. Dovremmo cercare tutti di attenerci a queste parole guida. Dovremmo sforzarci di evitare di cedere sia all’enfasi che al pregiudizio revisionista, anche perché nessuno di noi scriverà qualcosa di definitivo su Giovanni Falcone e sul suo sacrificio. È ancora troppo presto» [l’Unità, cit.].
Titoli di coda Andrea Camilleri a Leonardo Sciascia, quando si trattava di scrivere la sceneggiatura per il film Il Giorno della civetta. «Gli dissi: “Non è che poi piglianu e n’ammazzano?”. La risposta: “Vedrai, i mafiosi saranno in prima fila ad applaudire, perché sono vanitosi”» (Saverio Lodato).