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 2026  marzo 10 Martedì calendario

Biografia di David LaChapelle

David LaChapelle, nato a Hartford (Connecticut, Usa) l’11 marzo 1963 (63 anni). Fotografo • Un artista «che ha saputo dare nuovi significati al concetto di pop culture, mescolando in un pastiche dalle tinte ultrasature, quasi lisergiche, il culto contemporaneo delle celebrità, la tradizione dell’arte classica (della ritrattistica, in particolare) e il gusto per l’eccesso, in bilico tra kitsch e provocazione, allegorie bibliche e visioni fantasmagoriche» [Federico Poletti, ArtTribune].
Titoli di testa «C’è un equivoco di fondo che accompagna la sua carriera, perché in realtà il suo lavoro è profondissimo» [il curatore Gianni Mercurio a Nicolas Belisario, Rolling Stone 2015].
Vita Figlio di Philip ed Helga, ha un fratello e una sorella, Philip e Sonja • Sua madre «era una rifugiata dalla Lituania, arrivò negli Usa l’ultimo anno in cui Ellis Island era aperta. Incontrò mio padre nel terzo giorno di lavoro nei campi di tabacco in Connecticut. In tre giorni aveva già ricevuto tre proposte di matrimonio. Era bellissima. Era una solitaria. I suoi amici erano i miei amici. Amava le sue piante. Mio padre fu il primo della sua famiglia ad andare al college: borsa di studio e miglior studente al Trinity. Suo fratello era un prete» [a Kristian von Speidel, 2011] • Con la famiglia si trasferì in diverse cittadine suburbane: Simbsbury, poi in Noth Carolina, Farmigton, Fairfield • «Ho attraversato un periodo androgino quando avevo 11 o 12 anni e sono contento che non ci fosse la possibilità di prendere bloccanti ormonali» [a Nasheen Iqbal, Guardian 2017] • Da ragazzino veniva bullizzato. «Sul mio armadietto scrissero “frocio” [faggot] con lo spray, come in un film. In North Carolina, qualcuno scrisse “frocio” in fondo al mio vialetto, fu davvero umiliante» [ibid.] • Da ragazzino capitava che andasse a scuola vestito da cowboy, e gli altri ragazzi gli lanciavano i cartoni del latte. «Quando sei giovane, tendi a esprimerti con l’abbigliamento e io mettevo abiti stravaganti, roba che a quel tempo, prima di Mtv, era inaudita. Ero un adolescente audace» [a Maurizio Fiorino, d] • Iniziò a bere e a prendere tranquillanti, a 14 anni programmò di suicidarsi, ma non lo fece per riguardo verso i suoi genitori • «Quando ero un ragazzino, avevo il libro di Richard Avedon che raccoglieva i suoi migliori lavori. Lo aveva editato e assemblato pagina per pagina. Ogni foto aveva capelli e trucco perfetti, e i migliori vestiti. Pregai mio padre di comprarmelo quando avevo 14 anni. Giuro che conoscevo ogni foto a memoria. Lo assorbii per osmosi» [a Daniel Spielberger, Vice] • La sua prima fotografia ritrae sua madre durante una vacanza di famiglia a Porto Rico • A 15 anni scappò di casa per andare a New York, per fare il cameriere alla famosa discoteca Studio 54. Ma tornò presto dai genitori • «Fin da piccolo pregavo per raggiungere tre obiettivi: potermi mantenere con la fotografia, permettermi cibo vegetariano e avere una casa nel bosco» [a Poletti, cit.] • «Ho sempre voluto fare l’artista, ho smesso di ascoltare le lezioni a scuola quando ero ancora molto piccolo, ho smesso di ascoltare gli insegnanti. Disegnavo e basta, sempre. Poi a 17 anni sono andato in una scuola d’arte e ho incontrato la fotografia, c’era un corso e mi sono innamorato» [a Clara Salzano, Fanpage]. «Fu una benedizione. Tutti, in quella scuola, volevano essere fotografati. Facevo dei nudi, ma non erotici» [a Fiorino, cit.] • Andò a vivere a New York negli anni ’80: «A quei tempi la musica ci univa. E non c’erano differenze di classe, ci si mescolava e si ballava insieme tutta la notte. Eravamo lì per la musica e per gli altri, ed eravamo così felici che pensavo non avremmo mai smesso di ballare» [ad Alba Solaro, venerdì] • «Dipingevo sui negativi» [ad Alessia Glaviano, Vogue] • Faceva anche foto ai matrimoni. «Erano gli anni ’80 e sembrava di stare dentro a Il falò delle vanità di Tom Wolfe. Ci ho vissuto un anno intero, una volta, coi soldi guadagnati da un matrimonio» [a Maurizio Fiorino, d] • «Ha iniziato come artista, non con la moda… Fotografava solo in bianco e nero» [Mercurio a Belisario, cit.] • «Tutti [negli anni ’80] avevano i capelli corti e a spazzola e io volevo fare cose in stile rinascimentale, botticelliano» [ibid.] • «Andy Wharol era una persona semplice e solitaria. Ci siamo incontrati a un concerto, mi sono presentato e gli ho subito detto: “Sono un fotografo, vorrei poterle mostrare il mio lavoro”. E lui mi ha risposto: “Passa a farmi visita nel mio ufficio”. Il giorno seguente ero da lui. Così è iniziata la nostra collaborazione. Interview era la rivista patinata del momento» [a Paolo Briscese, L’Officiel]. «Una volta ero nel suo ufficio e mi ha detto: “Fa’ quello che ti pare, l’importante è che tu faccia sembrare tutti belli”» • «Andy allora non veniva celebrato com’è poi accaduto una volta morto, riceveva critiche negative, lì ho capito quanto fossero false le persone dell’ambiente; gli stessi che rifiutavano l’arte di Warhol, dopo la sua scomparsa, sono corsi a celebrarla» [a Poletti, cit.] • Fu LaChapelle a fare l’ultimo ritratto a Wharol prima che morisse, nel 1987 • «Il primo servizio per il quale ho dovuto viaggiare, commissionatomi a 21 anni», lo portò in Italia, per fotografare delle attrici italiane [ibid.]. Una di loro era Alessandra Mussolini, che allora aveva 17 anni: la fotografò sulla via Appia Antica, a Roma • La prima mostra? «In un loft di un’amica trasformato in galleria. Era su Park Avenue, all’angolo con la 23esima. Abbiamo appeso le foto alle pareti e stampato volantini che poi abbiamo diffuso per la città. Era l’84, avevo 21 anni e, alla mostra, venne mezza New York» La famosa scena degli anni ’80. «Era un’utopia artistica. […] Mi svegliavo nel mio minuscolo appartamento ed ero felice. Quando ho iniziato a guadagnare soldi, i miei amici rimanevano perplessi dal fatto che non mi trasferissi in un posto più grande. Perché cambiare, se uno è felice?» [a Fiorino, cit.] • Con il suo fidanzato dei tempi «andavo sempre in Connecticut. Vivevo un’esistenza alla Walt Whitman. Mi sdraiavo su una roccia vicino ad un lago artificiale. Scrivevo e nuotavo. Andavo a trovare i miei genitori, poi andavo nei boschi e passavo lì tutto il giorno fino a notte fonda» [von Speidel, cit.] • Alcuni dei suoi primi lavori ritraevano i suoi amici malati di Aids con addosso ali da angelo e irradiati di luce sacra. «Il mio fidanzato morì di Aids nel 1984. Io avevo 21 anni, lui 24. Ero sicuro di avercelo anch’io. Non credevo che sarei stato sulla Terra ancora a lungo, quindi cercavo uno scopo per la mia vita. Non mi importavano i soldi né l’eredità artistica. Mi importava solo creare belle immagini da donare al mondo, e quelle foto di angeli lo erano. Usai tutti i soldi che avevo in banca per far disegnare quelle ali. Volevo fotografare lo spirito degli angeli. Mi avvicinai davvero a Dio» [a Spielberger, cit.] • Per fuggire all’epidemia di Aids, per un certo periodo visse a Londra, dove si sposò con la pubblicista di Marilyn Monroe «Ancora adesso non so come sia successo» [a Iqbal, cit.] • Tornò negli Usa e iniziò a fotografare innumerevoli personaggi famosi – Madonna, David Bowie, Elizabeth Taylor, Angelina Jolie, Britney Spears, Leonardo DiCaprio, Björk, Elton John, Muhammad Ali, David Hockney, Miley Cyrus, e altri –, i suoi lavori vengono pubblicati su praticamente tutte le riviste – Vanity Fair, Vogue, Gq, Rolling Stone, The Face, e altre • «Per molto tempo ho lavorato senza sosta. Dovevo sempre avere tre copertine di riviste, un video musicale nella Top 10 di Trl [la classifica di Mtv], uno dei Vogue in onda, altrimenti sarei stato dimenticato e irrilevante» [a Iqbal, cit.] • Nel 2006 visitò la Cappella Sistina in completa solitudine. Ne prese l’ispirazione per realizzare, l’anno seguente, una serie di fotografie sul diluvio universale • Il 2006 è anche l’anno in cui si trasferisce alle Hawaii, sull’isola di Manui, in una fattoria biologica alimentata da energia solare e idrica. «Dove abito io non ci sono cellulari, sto vivendo allo stesso modo in cui sono cresciuto, da solo» [a Poletti, cit.] • «Smisi di fare foto. Credevo di aver finito, di non aver più nulla da dire. Sono andato a Maui a fare il contadino. Poi ho ricevuto una telefonata da una galleria di Berlino. Mi dissero che avrei potuto fare tutto ciò che volevo. Che emozione, erano le stesse circostanze di quando avevo diciotto anni». Si ritorna sempre punto e a capo? «Si ritorna dove si voleva essere all’inizio, anche quando sembra impossibile. Il mio percorso è un miracolo. Le riviste sono state una deviazione durata 25 anni. Le amo ancora, ma stare in un museo è meglio» [a Fiorino, cit.] • Nel 2015 la sua prima retrospettiva viene organizzata al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Metodo È vero che non usi Photoshop? «No, non lo uso. La mia luce la creo sul set. Ho imparato sul campo, ma anche con l’ispirazione, come si usa la luce» [a Belisario, 2015 cit.] • «Mi piace collaborare, ma mi piace anche la parte della camera oscura, la tecnica è molto importante per me, le stampe e la loro qualità» [a Salzano, cit.] • «Nonostante le mie opere diano l’impressione di essere pianificate, queste immagini sono decisamente spontanee, veri e propri atti di fede; per realizzarle ci spostiamo e lasciamo che le cose accadano, in cerca di un momento sacro, un miracolo, quasi» [a Poletti, cit.] • «Noto che le persone vengono ispirate dai miei lavori e cercano di replicarli nei magazine, trovo però che non si riesca a percepire un vero sentimento di fondo, non si avverte la realtà né la devozione. Non capisco a cosa pensino questi autori quando replicano ciò che ho fatto» [ibid.] • Le fotografie «mi appaiono semplicemente in testa, vivo e lavoro in maniera molto intuitiva senza pensarci troppo; seguo le immagini che mi appaiono in testa e le creo» [a Glaviano, cit.] • «Ho alcune foto con cui io ho avuto davvero poco a che fare. Mi sono svegliato nel mezzo della notte con un’immagine nella mente dopo aver pregato per avere un’ispirazione» [a Spielberger, cit.] • «Se devi spiegare il tuo lavoro, hai fallito. Vuol dire che non hai saputo comunicarlo» [a Fiorino, cit.] • «Voglio che le mie idee non siano caotiche. Non voglio aggiungere altra confusione nel mondo. Ci sono già abbastanza immagini, anche solo guidando a Hollywood, con tutti quei cartelloni per strada. Per questo mi rifugio nella giungla. Laggiù, vedo solo alberi, oceano e montagne» [ibid.] • Dice che la sua più grande influenza è stato il Rinascimento italiano • Tra i fotografi, lo influenzarono Richard Avedon, Helmut Newton, Diane Arbus • Tra le sue foto: riproduzioni dell’ultima cena e del diluvio universale; Kim Kardashian come Maria Maddalena; Kanye West come Cristo torturato dalla corona di spine; Michael Jackson come l’arcangelo Gabriele; Naomi Campbell come Venere in una riproduzione di Venere e Marte di Botticelli; l’apocalisse rappresentata come la giornata di sconti per il Black Friday; Courtney Love come la Madonna nella Pietà • «Mi piace lavorare con le star del cinema e della musica. […] È bello avere queste persone a cui ispirarsi, che per certi aspetti, anche se non sono sopra Dio, sono eroi, che ci portano fuori dal nostro mondo per un momento, in un’altra dimensione, dove possiamo divertirci» [a Salzano, cit.] • «Per la cartolina natalizia della famiglia Kardashian-Jenner che ha scattato nel 2013, ha radunato 500 tabloid dalle copertine ornate con i volti onnipresenti della famiglia e ha disposto sorelle e compagnia su uno scenario post-apocalittico fatto di loro stesse» [Spielberger, cit.] • La bellezza che cos’è per lei? «Il personaggio di Hannah, ne La notte dell’iguana di Tennessee Williams, dice: “Niente di umano mi disgusta.... a meno che non sia scortese o violento” . Mi ritrovo molto in queste parole» [a Briscese, cit.].
Religione «Sono vicino a Dio fin da quando ero bambino». […] Cosa ti ispira e ti stimola a lavorare oggi? «Onestamente, la preghiera. Prego per avere ispirazione e arriva. È per questo che non sono stato in grado di tenere una master class. Me ne volevano far fare una qualche tempo fa, mi hanno detto: “Farai un sacco di soldi”. Ma non posso essere sincero senza parlare di preghiera come parte del mio processo creativo. Se non ne parlassi, mentirei. Ma se lo insegno in una master class, la gente rivorrà indietro i soldi» [a Spielberger, cit.] • «Credo fermamente nei miracoli, ho avuto esperienze che possono considerarsi tali» [a Poletti, cit.] • «Oggi vediamo film violenti o con omicidi, ci eccitano come i romani erano eccitati al Colosseo. Siamo cresciuti moralmente e spiritualmente rispetto a quell’epoca? Non penso. Siamo cresciuti tecnologicamente, e questo sta rimpiazzando dio, e non possiamo lasciare che accada» [a Salzano, cit.] • «Se vuoi davvero scioccare la gente nel mondo dell’arte, parla di Gesù o di Dio» [a Iqbal, cit.] • Nel 2019 i suoi lavori sono stati esposti alla Reggia di Venaria, nella mostra Atti divini. «Accompagnato da inevitabili polemiche, tra eccesso di corpi nudi, in chiave gay e non solo, e sospetti di blasfemia perché qualcuno critica il ricorso all’iconografia sacra come elemento visivo dissacrante, LaChapelle è stato persino “assolto” dal parroco della città alle porte di Torino perché capace di rappresentare il divino al massimo della bellezza» [Beatrice, Giornale].
Altro Si concede volentieri alle interviste • È bipolare, ma gli antidepressivi gli fanno male, perciò evita gli episodi maniacali tenendo sotto controllo l’esercizio fisico e il sonno • Si è tatuato su un dito il nome Luis: «Luis Nuñez è stato il mio studio manager per 17 anni, da quando ne aveva 17. Nel 1999 è morto. Per tre anni non l’ho nemmeno pagato. Alla fine della sua vita dipendevo da lui. Due settimane dopo essere risultato negativo al test per l’Hiv ha avuto rapporti sessuali non protetti con il suo fidanzato. Aveva una carica così bassa di virus nel suo organismo che i medici hanno deciso di somministrargli una dose massiccia di cocktail [terapia antiretrovirale altamente attiva]. È morto sul lavoro un anno dopo per un infarto. Aveva 34 anni» [a von Speidel, cit.] • «È attento salutista, mangia frutta e verdura, si concede una pennichella pomeridiana: alla Reggia di Venaria si è addormentato sulla panchina vicino all’opera di Giuseppe Penone prima di sottoporsi al tour de force di domande del curatore Denis Curti e del pubblico» [Beatrice, cit.] • È convinto che Songs in the Key of Life di Stevie Wonder sia il disco più importante di tutto il XX secolo • «Non volevo usare Instagram e ho resistito per anni. Non volevo che le mie foto venissero viste così in piccolo. […] Ma abbiamo fatto un tour di promozione del libro e Johnny Byrne, il mio assistente di studio, ha detto: “È ora che tu lo faccia”. Dopo un po’ ho iniziato a divertirmi. Per la promozione del libro è stato molto utile stabilire un rapporto con il pubblico. Non passo molto tempo su Instagram a guardare le cose perché non mi fa stare bene. Sto molto attento a quello che digerisco con gli occhi e non voglio guardare cose a caso» [a Spielberger, cit.] • «Il mio Hotel LaChapelle è il libro più rubato nelle Barnes&Noble» [a Fiorino, cit.] • «È molto amato in Italia, dove espone con una certa regolarità» [Beatrice, cit.]. «Vengo spesso in Italia, è la mia nazione preferita, amo ogni suo lato» [a Poletti, cit.] • Ha diretto anche diversi video musicale, per esempio per la canzone Tears dry on their own di Amy Winehouse.
Titoli di coda Pensa che ci serva un nuovo Rinascimento, con l’uomo al centro delle cose? «L’uomo al centro? Se così fosse, dovremmo tutti scappare dalla parte opposta. Viviamo nell’età dell’individualismo, incollati al telefono, drogati di selfie, pubblicizziamo ogni istante e ogni emozione che proviamo mentre la trasmettiamo in diretta globale. Siamo entrati in un nuovo medioevo e c’è solo una cosa che dobbiamo fare». Quale? «Accettare il fatto che siamo una parte di questo bellissimo mondo, non il suo centro». E lei cosa farà quando quest’intervista sarà finita? «Andrò a farmi una nuotata» [a Solaro, cit.] • «Siamo tutti sommersi e inghiottiti dalla realtà che si sta distruggendo, dal materialismo; ci vuole una grande forza per proteggersi da tutto ciò, la natura può sicuramente aiutare, idem la solitudine» [a Poletti, cit.] • «Le cose si muovono così veloci di questi tempi, ma nella fotografia anche le cose più veloci si fermano» [alla blogger Elisa Contessotto].