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 2026  marzo 11 Mercoledì calendario

Biografia di Maurizio Patriciello

Maurizio Patriciello, nato a Frattaminore, Napoli, l’11 marzo 1955 (71 anni). Sacerdote. Ex infermiere. Collabora con Avvenire e Famiglia Cristiana.
Titoli di testa « Sono solo un povero prete di periferia. Non ho mai toccato una pistola. Le mie armi sono il Vangelo e la preghiera» [Maurizio Patriciello, Facebook]
Vita Stefania, sua madre: «Non aveva grilli per la testa, non aveva mai viaggiato, a scuola era andata solo qualche anno. Lavorava, come quasi tutte le sue amiche, in uno stabilimento tessile a pochi passi da casa» già in procinto di sposarsi, «per puro caso, incontrò lui, Raffaele. E se ne innamorò perdutamente. Un sentimento, un’emozione, una confusione, una passione che non aveva mai provato prima. Mio padre - lo dicevano tutti - era veramente bello. Veniva da un paese vicino. Alto, rossiccio, burlone, buffone, forte come una quercia. Giovanissimo, spensierato, allegro. Un foulard rosso sgargiante al collo, inforcava, fischiettando, una vecchia bicicletta. Un dandy in versione povera (…)» Il matrimonio salta. Scandalo generale a Frattaminore [Patriciello, Avvenire] • «Raffaele quella mattina non le aveva proposto niente. Anzi, forse nemmeno si era accorto di quella ragazza dai lunghi capelli corvini, magra come un chiodo. Il miracolo accadde. Ritornò. La notò. Le parlò. Se ne innamorò. Si fidanzarono. Il paese era in subbuglio. Lei al settimo cielo. I commenti si sprecarono. Le invidie delle coetanee, lo scandalo degli anziani, l’imbarazzo dei nonni. L’aria era pesante. Si sposarono. Furono felici. Donarono la vita ai miei quattro fratelli e a me, il più piccolo» [Ibid.] • «Abbasanta: un nome per me sacro. In quel piccolo centro in provincia di Oristano, papà si era stabilito, prima da solo, poi con la famiglia. In quel paese ho trascorso i primi cinque anni della mia vita. La mamma sul piroscafo che la portava a Cagliari salì a malincuore. La nostalgia della sua terra e dei familiari la divorava. Ad Abbasanta trovò dei cari vicini che vollero bene a lei e ai suoi bambini» [Ibid.] • «I miei genitori erano analfabeti, papà era un ambulante (…) fin da subito mi disse: “Studia, perché tu non sai che significa andare a prendere un treno e chiedere qual è quello che va a Napoli o a Roma. Quindi mi sono sempre ricordato di questo e perciò ancora oggi non ho smesso di leggere e studiare» [A Massimiliano Niccoli, Siamo noi] • Gli studi lo porteranno a diventare infermiere, e poi caposala per un decennio. In questa veste partecipa anche ai soccorsi durante il terremoto irpino [Patriciello, Avvenire] • Dunque la tua è una vocazione adulta, che però passa anche per la Chiesa Evangelica. Come mai? «Perché quando avevo 17 anni la mia mamma è volata in cielo all’improvviso, un infarto fulminante. Prima che morisse, una mattina mi chiamò e, sebbene non avesse mai letto le Confessioni di Sant’Agostino, mi chiese la stessa cosa che Monica chiese ad Agostino. Mi disse: “Maurizio, se dovessi morire, lasciate perdere i fiori e tutte le altre cose, ma ricordati di far celebrare una messa per l’anima mia”. Assieme ai miei fratelli abbiamo deciso di farlo. Al tempo, per fortuna oggi le cose sono cambiate, avevo incontrato un mondo che mi ha molto deluso, quello dei cimiteri con i sacerdoti anziani e svogliati, che celebravano messa molto in fretta e in modo molto sciatto. Così dopo un po’ di tempo non ci ho creduto più e non l’ho voluto fare più. Però ugualmente andavo alla ricerca. E ho trovato una Chiesa evangelica pentecostale, che per la prima volta mi ha dato una bibbia tra le mani [Niccoli, cit.] • «Posso, con grande serenità e anche con grande verità, ripetere le parole di Geremia: “Quando la tua parola mi venne incontro io la divorai con avidità” ero giovanissimo e ricordo che veramente l’ho divorata la parola di Dio» [A L’Approfondimento, Telepace] • «Dopo un po’ sono entrato in questa comunità, dove ho dato il meglio della mia gioventù. (…) Sono riconoscente a questi fratelli, mi hanno fatto solo del bene (…). Però andando avanti mi accorgevo che mi mancava qualcosa» [Niccoli, cit.] • «Ma non sapevo neanche dove andare, non conoscevo nessuno. Era il principio forte dell’autorità che mi mancava, quello dell’ultima parola, che poi è la parola del papa per noi cattolici, ma anche l’Eucarestia e anche l’amore alla Madonna» [Ibid.] • Un giorno, il ventiseienne infermiere caporeparto Patriciello si reca a Napoli per lavoro: «Sul mio cammino apparve un frate. Scalzo, la tonsura che gli incorniciava il capo, l’abito cencioso e tutto rappezzato, il dito pollice in alto, in orizzontale, a chiedere la carità di un passaggio in macchina. Dall’aspetto strano e trasandato pensai che fosse un seguace di qualche setta orientale. Una cosa, però, attrasse la mia attenzione. Dal suo fianco pendeva un oggetto che mi ricordava tanto quello usato dalla mamma quando pregava. Era la corona del Rosario. Quindi, quel giovane barbuto doveva essere un cristiano cattolico. Un frate? Un uomo che aveva donato a Gesù la sua vita? Mi fermai» [Patriciello in 20 misteri per dire ti amo] • «Era un frate francescano rinnovato, romano de’ Roma. Frà Riccardo Riccioni, il Signore lo benedica ovunque si trovi. (…) In macchina ci siamo detti poche cose. Poi ho sentito il desiderio di andarlo a trovare, e mi sono accorto che lui e i suoi confratelli non vivevano in un convento, ma in dei vecchi vagoni ferroviari. Così con lui ho fatto un patto, gli ho detto: “Io debbo risolvere qualche problema, ho bisogno di un aiuto, però al primo tentativo che fai per farmi diventare cattolico io qua non ci vengo più”. Mi ha detto: “Stai sereno e vieni quando vuoi, non ti preoccupare”. E così dopo un po’ di tempo ho compreso che la strada era questa, e ho rifatto la prima comunione. Avevo questo desiderio di arrivare subito alle radici, però ero un po’ titubante». [Niccoli, cit.] • «In queste condizioni arrivo a Lourdes. Niente mi dà gioia. Eterno insoddisfatto. La scintilla iniziale non è ancora divampata in fiamma stabile. Sento di essere alla vigilia di qualcosa d’importante che intravedo ma a cui non so dare un nome. Guidato dal mio padre spirituale cerchiamo, insieme, di capire che cosa il Signore va preparando per me. Lui è calmo, sereno, io non troppo. Eccomi a Lourdes. Non ci sono mai stato. So solo che in questo luogo benedetto la Madonna apparve a Bernadette, nient’altro. Parto con il treno degli ammalati. Mi offro volontario. Al santuario divido il mio tempo tra la cura dei fratelli in carrozzina e la preghiera. Ho paura di prendere un abbaglio. Non sono un ragazzino, ho quasi 30 anni. Il lavoro, che adoro, a quattro passi da casa, è la mia unica certezza, se lo perdo sono fregato. Voglio – pretendo! - che dal cielo mi si dica chiaramente che cosa fare» [Patriciello, Avvenire] • In questo stato d’animo, casualmente, raccoglie le confidenze di un coetaneo che, ignorando i sacerdoti nella chiesa, insiste a parlare solo con lui. «La mattina dopo riparte. Non l’ho più rivisto. Io resto ancora una settimana. Ultimo giorno. Ultima visita alla grotta da dove arriva una forza magnetica che mi inchioda in ginocchio, per ore, sul selciato. Ancora una volta chiedo alla mamma di Gesù di farmi capire “con certezza assoluta” qual è la volontà di Dio per me. Un dolce rimprovero sembra che mi arrivi dalla roccia: “Figlio, ma ancora non hai capito? Ancora gemi? Che altro vuoi? In che lingua vuoi che ti parli?”». Più tardi realizzerà che quell’incontro era stato la sua prima confessione non sacramentale [Ibid.] • Così nel 1984 tu entri in seminario. Avevi 29 anni se non sbaglio però c’è un fatto che ti capita che ti chiede ti fa chiedere al papa una dispensa per accelerare il processo. «Per la verità il primo anno l’ho fatto da laico perché non ho avuto il coraggio di lasciare il mio lavoro. Mi sono iscritto alla facoltà di teologia: la mattina andavo in facoltà e la notte in ospedale. Un po’ lavoravo e un po’ preparavo qualche esame. L’anno dopo ho compreso che ormai quella era la strada, ho lasciato tutto e sono entrato in seminario. Un anno bellissimo in cui ho avuto la grazia di avere come mio rettore il cardinal vicario di Roma monsignor Agostino Vallini [Niccoli, cit.] • Nell’estate del 1985 gli accade un fatto miracoloso. Ottenuta una dispensa per poter lavorare in estate come infermiere, comincia a sentirsi sempre più debole. Grazie ai medici suoi amici ottiene subito il responso: pochissimi globuli bianchi, midollo quasi assente. Si teme una malattia ematologica gravissima e chiede al vescovo una dispensa per poter «morire da sacerdote». Nel frattempo, frà Riccardo gli aveva presentato Angela, una donna gravemente malata di Sla, con cui stabilisce un forte legame. Un pomeriggio, molto provato e al colmo della disperazione, dice: «“Sarò sacerdote? Credo che nemmeno rientro in seminario in queste condizioni …”. Fu allora che accadde una cosa inaspettata, Angela, che fino a quel momento aveva taciuto, si fece rialzare il capo, mi guardò con un sorriso e mi disse, testualmente: “Maurizio tu rientrerai in seminario, diventerai sacerdote e romperai le palle a parecchia gente. La grazia è giunta, la battaglia è vinta” Eravamo in quattro in quella minuscola cucina. Ci guardammo in faccia senza parlare. Fra Riccardo mi aveva detto che Angela era una donna tutta di Dio, ma credere ai miracoli non è facile. Il 29 aprile 1989 fui ordinato sacerdote» [Patriciello, cit.] • «Entrato in seminario dopo aver lavorato per un decennio in ospedale, abituato a dirigere un reparto, da un giorno all’altro ti ritrovi a dover chiedere il permesso ai superiori anche per andare in libreria. Mi veniva da ridere, dicevo, ma non mi pesava affatto. Al contrario, mi sentivo libero, leggero, c’era chi pregava per me, chi si preoccupava della mia formazione teologica e spirituale. Io semplicemente dovevo studiare, lasciar fare, imparare a riposare. L’ordinazione. L’apostolato. I primi successi, le prime delusioni, le prime sconfitte. La realtà, sempre più complessa e dura di quanto si possa credere» [Ibid.] • Gli viene assegnata la difficilissima parrocchia di Caivano Com’è iniziata la tua avventura qua a Caivano? «Da prete, non ho mai chiesto niente, e non ho nemmeno chiesto di venire in questa parrocchia, così particolare, un quartiere molto difficile, definito “una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa”. Sono stato mandato e sono venuto. Non ho chiesto di venire qua, anche perché i miei gusti letterari vanno in tutt’altra direzione! Mi piace leggere Dostoevskij, Tolstoj, Maritain, amo leggere Peguy! L’immondizia non mi era mai assolutamente interessata! Alla mia prima messa non c’era nessuno, solo qualche amico che mi aveva accompagnato e qualche familiare. Nessun altro. La cosa non mi ha turbato, perché vado dove il Signore mi vuole! Non ho mai scelto nulla, Lui voleva che venissi a fare il parroco in questo quartiere popolare molto povero, dove lo spaccio di droga rende i delinquenti molto ricchi… un peso, una zavorra per questo luogo [Francesco Marruncheddu, sanfrancescopatronoditalia.it] • «Parco Verde: il quartiere che mi avrebbe cambiato, ancora una volta, la vita. Un agglomerato di palazzi tutti uguali, senza infrastrutture, con pochi e illegali negozi, senza una farmacia, senza una libreria. Montagne di immondizie perennemente presenti, servizi sociali inesistenti, Comune in dissesto finanziario. Parco Verde: uno dei tanti quartieri che circondano Napoli, progettati e nati con il peccato originale. Ci sono giorni che mi convinco che si siano volutamente ammassate le famiglie più povere in questi rioni periferici, degradati, abbandonati da uno Stato in tutt’altre faccende affaccendato. In fondo è la soluzione più facile. Quartieri diventati ben presto dormitori. Luoghi dai quali chi può, scappa, lasciando la casa alla camorra». [Patriciello, cit.] • Uno dei dolorosissimi avvenimenti con cui si confronta nei primi anni di sacerdozio è l’omicidio di don Peppe Diana: «Mi telefonarono. Corsi. Peppino stava riverso in una pozza di sangue in chiesa. Una pugnalata al cuore. Credetti di svenire. Sul presbiterio, impietrito, in silenzio, angosciato, addolorato, il volto bianco come la tovaglia dell’altare, stava l’allora vescovo di Aversa, Lorenzo Charinelli e qualche confratello. Li raggiunsi. Ci abbracciammo. Nessuno osava parlare. Un nodo ci serrava la gola. Il vescovo sussurrò: “Preghiamo… preghiamo” [Ibid.] • «Per anni mi sono tenuto lontano da ogni impegno dal sapore sociale, fino a quando, in questa terra di nessuno, non mi sono sentito tirare per la tonaca e sono sceso in campo. Per amore, solo per amore della mia terra e della mia gente; per sopperire alle deficienze, alle omissioni e ai tradimenti di chi si era assunto l’onere di governarci e non lo fece» [Ibid.] • «Credo che ci sia stato un giorno spartiacque nella mia vita, tanti anni fa. Era venuto a trovarmi un vecchio amico. Mentre parlavamo, proprio qui dentro, gli rubano l’auto. “Mi hanno rovinato”, si disperava. Faceva il rappresentante. Mi sentivo in colpa. Ero più giovane, più stupido, più imprudente. Così sono andato in un posto e ho detto una frase che non dovevo dire: “Riportate la macchina, altrimenti domani arriverà l’esercito”. Mi hanno caricato su un’auto. Siamo arrivati in un vicolo buio, pioveva. Si presenta una persona, la riconosco e mi dice: “Come ti sei permesso di parlare dell’esercito? Non ti permettere mai più! Tu fai il prete e basta. E per tutto quello che ti serve vieni a casa mia”. Io urlavo. Non mi faceva scendere. Urlavo mentre in lontananza è passata un’auto della polizia. Mi sono giocato il tutto per tutto a forza di gridare. Quando sono ritornato in chiesa, l’auto rubata era davanti all’ingresso e quel giorno hanno capito che non facevo il prete come volevano loro». [Niccolò Zancan, Rep.] • «La demarcazione con la camorra, soprattutto quella ammantata di falso e ipocrita devozionismo, deve essere netta. Senza ambiguità. La camorra vive della e nella menzogna più assoluta. È nemica giurata dell’evangelico “sì sì, no no”. Ai camorristi piace addirittura fare il bene. Ovviamente, gli interessi da pagare dopo sono esorbitanti. Non tanto in denaro, quanto in sottomissione. Per meglio controllare il territorio. Il povero deve diventare funzionale al sistema (…) fornire la manovalanza necessaria, i figli, perché la macchina maledetta continui a funzionare. Il povero viene comprato e venduto come se fosse merce. Più è nella necessità meglio è» [Patriciello, cit.] • Nei primi anni Duemila inizia la collaborazione con Avvenire. «C’è una data precisa: il giugno del 2012. Per l’ennesima volta successe quello che era già accaduto, i roghi tossici. Io già scrivevo per Avvenire, però quella volta mandai un articolo e una lettera al direttore, dicendogli: “Mi devi dare una mano per questo scempio che sta avvelenando nella nostra terra”. E Avvenire è diventato il giornale sempre al nostro fianco, ci teneva in prima pagina un giorno sì e l’altro pure. È stato quello il momento in cui ho capito che bisognava metterci non solamente il nome e la faccia, ma forse anche la vita» [Tv2000] • «In parrocchia, a Caivano, si sono avvicendati ministri e parlamentari, scrittori e giornalisti proveniente da tutto il mondo. Siamo arrivati a Bruxelles, in Parlamento, alla Regione. Abbiamo messo assieme tavoli tecnici di avvocati, ingegneri, medici. Abbiamo raccolto il grido di dolore di tanta gente colpita da patologie tumorali. Siamo scesi in strada. Il 4 ottobre 2013 un corteo di 50mila persone sfilava da Orta di Atella a Caivano. (…) Le gigantografie di bambini, adolescenti, giovani genitori morti per cancro si elevavano verso il cielo a invocar pietà. Un mese dopo, il 16 novembre a Napoli, un corteo di 100mila persone, per lo più giovani, giungeva in piazza Plebiscito. (…) Poi sono arrivato al Quirinale con 13 giovanissime mamme che hanno accompagnato al camposanto i loro bambini. Davanti al loro dolore, il nostro Presidente della Repubblica si è commosso fino alle lacrime. Ed è finalmente arrivata una “legge sulla terra dei fuochi” [Patriciello, cit.] • Negli anni, il suo impegno contro la camorra lo ha reso ripetutamente oggetto di minacce da parte della criminalità di Caivano. La goccia che fa traboccare il vaso e lo costringe ad accettare la scorta, prima sempre rifiutata, è l’esplosione di una bomba carta nel maggio del 2022. Unanime solidarietà dal mondo politico, compresa una telefonata da parte del presidente Mattarella. [Cds] • «I primi tempi sono stati duri. Poi ci si abitua. I poliziotti che si prendono cura di te, hanno un nome, un volto, una famiglia. Lentamente diventano tuoi amici, tuoi fratelli. Imparare a vivere in simbiosi. Per fare la scorta a un prete occorre avere tatto, pazienza, comprensione, delicatezza verso il luogo sacro e i credenti che lo frequentano. Ai miei “angeli custodi”, queste qualità non mancano. Ringrazio i loro superiori. Un pensiero, carico di affetto e di preghiera, va al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e a papa Francesco, che, in più occasioni, mi hanno espresso solidarietà e stima» [Patriciello, Avvenire.] • Spesso si è trovato in polemica con gli uomini delle istituzioni: nel 2012 venne duramente ammonito dal prefetto di Napoli Andrea De Martino per essersi rivolto al prefetto di Caserta, Carmela Pagano, chiamandola semplicemente «signora», vicenda che causò un’indignazione generale. Che si ripeté nel 2024 quando, in seguito alla visita di Giorgia Meloni a Parco Verde su suo invito, venne definito «Pippo Baudo dell’area nord di Napoli» da parte del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca [Rep.] • Il 28 settembre del 2025, durante la messa, gli viene consegnato un pacchetto con dentro un bossolo da parte del suocero di uno dei boss del Parco Verde. Il livello della sua protezione viene ulteriormente aumentato, arrivando al massimo a febbraio del 2026, in seguito a nuove minacce. [Cds]
Curiosità Ha scritto sette libri • A partire dal 2014 collabora con la trasmissione A sua immagine, in cui conduce (in rotazione con altri religiosi), la rubrica di commento al Vangelo [rai.it] • Sul suo uso dei social media scrive: «Un prete è un prete, sempre, anche quando usa i social. Se, durante le omelie, invita le persone a non perdere la speranza, lo farà anche sulla sua “parrocchia online”. Senza cedere alla tentazione di rispondere per le rime a chi magari insulta lui, la Chiesa, il Papa. Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, quando è il momento di tacere. Ma donami il coraggio di gridare a squarciagola parole di speranza» [Patriciello, cit.]
Titoli di coda La chiamano prete anticamorra. «Formule inutili. Il discorso è molto semplice: un prete predica il bene, l’amore, la solidarietà, la fratellanza. La camorra è male, odio, sopraffazione, violenza. Tutto qui. Non c’è bisogno di definizioni, è già tutto spiegato molto chiaramente». [Fulvio Bufi, Cds]