20 marzo 2026
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Biografia di Ronaldinho
Ronaldinho, nato a Porto Alegre (Brasile) il 21 marzo 1980 (46 anni). Ex calciatore. Attaccante. Campione del mondo nel 2002. Con la nazionale brasiliana ha conquistato anche una Coppa America nel 1999 e una Confederations Cup nel 2005. Inizi di carriera nel 1998 con il Gremio, dal 2001 al 2003 al Paris Saint-Germain. Al Barcellona il momento più alto della sua carriera: 207 presenze, 94 gol e la conquista di due campionati spagnoli consecutivi tra il 2004 ed il 2006 e della Champions League nel 2006. Nell’agosto 2008 arriva in Serie A, al Milan, dove in tre anni raccoglie 95 presenze e 26 reti. Dopodiché, il ritorno in Brasile, prima al Flamengo, poi all’Atletico Mineiro, dove vinse la Copa Libertadores nel 2013, infine alla Fluminense dopo una parentesi in Messico al Querétaro. «Ronaldinho è stato migliore di me. Faceva impazzire gli avversari e ti faceva innamorare del calcio» (Luís Nazário de Lima detto Ronaldo). «Era un genio. Il più grande showman del calcio” (Neymar).
Vita «È figlio e fratello d’arte ma nessuno prima di lui era stato così fortunato. Suo padre Joao era stato portiere nel Gremio, ma per mettere tutti a tavola aveva fatto l’elettricista. Poi era morto in modo tragico quando Ronaldinho aveva solo 9 anni. Suo fratello maggiore è stato il suo vero ispiratore, Roberto Assis, che a 16 anni era già titolare nel Gremio. Un mezzo fenomeno, dicono. Tanto che aveva ricevuto un’ottima offerta dal Torino. Disse di no, perché il Gremio gli dette un bello stipendio e lui preferì non lasciare casa. Anzi, con i soldi la casa la comprò a tutta la famiglia: una villa con piscina. Fu l’inizio della fine. Papà Joao morì affogato proprio nella piscina. Roberto Assis si infortunò poco dopo gravemente a un ginocchio e smise di fare il fenomeno. Un colpo durissimo per il piccolo Ronaldinho Gaucho: “Era stato papà a insegnarmi a dribblare. Nel corridoio di casa sistemava le sedie una in fila all’altra e io dovevo superarle palla al piede. Per aumentare le difficoltà, come difensore avversario, mi lanciava dietro il cane, che a rubare la palla era un vero fuoriclasse”» (Massimo Lopes Pegna) • «Il bambino che ha messo in soffitta il totem di Romario è tutto denti e fantasia, e ha il dono di cambiare marcia alle partite. Perché possiede un motore invisibile, con un carburante che non finisce mai. […] Un giorno pensò di venire in Italia. Ma suo fratello maggiore, che si chiama semplicemente Assis e che venne scartato dal Torino, gli disse che sarebbe stato meglio aspettare. “In Italia si deve andare quando si è più maturi, e comunque attenzione alle fregature”. Anche lui pensavano fosse una mezza fregatura. Un altro dribblatore d’aria. Uno come Denilson, tocco di puro diamante ma sempre qualcosa in più, sempre qualcosa di troppo. Non è così. Del pallone ha imparato a non innamorarsi. Il pallone è una cosa bellissima quando si ha il coraggio di privarsene, ha insegnato Assis a Ronaldinho e lui ascolta. […] Quando giocava al Gremio come un angelo, i tifosi fecero una colletta per non lasciarlo partire. E non c’era mica la coda per comprarlo, solo il Paris Saint Germain aveva i soldi giusti, più dell’obolo dei tifosi. E Ronaldinho partì» (Maurizio Crosetti) • «A Porto Alegre, la sua città, quella in cui era cresciuto e si era affermato calcisticamente (40 partite e 15 gol), era finito nel mirino dei tifosi. Una firma clandestina con il Psg (gennaio 2001) lo aveva infatti costretto a cinque mesi d’inferno e all’inattività di fatto. Eppure non è che in Brasile, a quei tempi, avessero una grande considerazione del suo talento. Prova ne sia che la Seleçao lo snobbava, anche se a 17 anni era stato il miglior giocatore del Mondiale di categoria in Egitto (vinto, ovviamente). Pare che sia stata proprio questa scarsa credibilità in patria a convincerlo ad avventurarsi in Europa passando per la porta di servizio del campionato francese: “La serie A italiana o la Liga spagnola potrebbero bruciarlo” confessò infatti suo fratello Roberto che gli fa da manager. (…) Intanto per Romario, uno sempre acido, “Ronaldinho è il miglior giocatore brasiliano degli ultimi dieci anni” con buona pace di Ronaldo (quello vero) mentre Adriano Galliani, prima di dirottare i suoi sogni sul basket e su un campione un po’ datato (Michael Jordan), non nascondeva di concupire proprio lui (calcisticamente parlando, s’intende) vestito della maglia rossonera del Milan. Del resto Barcellona con il suo mare e le sue atmosfere magiche, sembra essere diventata la dimensione giusta per il mattacchione che da Parigi si era portato dietro la poco invidiabile etichetta di nottambulo. Celebre la copertina del mensile inglese “World Soccer” in cui, alludendo alle sue presunte bravate, si giocava con le parole player (giocatore) e playboy (c’è bisogno di traduzione?). Pare invece che nella città di Gaudì Ronaldinho si sia immerso in una dimensione più culturale che godereccia: a differenza delle decine di stranieri che l’hanno preceduto, il funambolo brasiliano ha subito mostrato interesse per il catalano, “una lingua che esprime tutta la fierezza di un popolo”. Forse è (anche) per questo che i tifosi blaugrana stravedono per lui: come dimostrano le centinaia di presenze agli allenamenti del Barça, che sono pubblici, a differenza di quanto accade da noi in Italia dove l’importante è nascondere, isolare, sterilizzare i nostri strapaganti campione (ma anche i sedicenti tali). [...] “Il tipo di dribbling che più mi caratterizza è l’‘elastico’, un gesto tecnico abbastanza complicato. Di solito il difensore non riesce a comprendere cosa sta per succedere. Quando me la sento, lo faccio, non c’è alcun segreto. Il primo giocatore a cui ho visto fare l’‘elastico’ è stato Rivelino: ricordo che rimasi fulminato davanti al televisore. Successivamente anche Romario e Ronaldo lo hanno fatto. Confesso di essermi allenato duramente per adattare questo tipo di dribbling alle mie caratteristiche e oggi posso dire di averlo messo a punto”. [...] Ma in realtà che cos’è l’‘elastico”? “Non saprei come descriverlo...” ammette sconsolato Ronaldinho ma basta spulciare qualche testo specializzato per ricavarne una definizione ufficiale. Ad esempio l’“Equipe Magazine” [...] offre questa versione: “Di fronte al difensore, si solleva leggermente il pallone con l’esterno del piede destro fintando uno scatto in quella direzione; poi, con la palla incollata alla scarpetta, la si passa velocemente sul piede sinistro e si accelera, lasciando l’oppositore senza reazione. Questo movimento richiede la capacità di muoversi in spazi ristretti ed un gioco di gambe eccezionale”» (Alberto Costa) • «Ronaldinho è nato calcisticamente come un diminutivo di giocatore. Quegli erano gli anni di Ronaldo, quello vero, Luís Nazário de Lima, mentre a lui, Ronaldo de Assis Moreira, più piccolo e più esile, non rimaneva che il suffisso -inho. -inho divenne Dinho, prima nome, poi apoteosi, infine domanda: ma Dinho? E il tutto durò più o meno cinque anni. Sino al 2003 Ronaldinho era un discreto giocatore, fantastico tecnicamente, assolutamente inutile in campo. Dopo il 2008, o forse qualche mese prima, Ronaldinho divenne un calciatore buono per la pensione, svogliato, a tratti ancora magistrale, ma quasi mai. Tra il 2003 e il 2008, o forse qualche mese prima, Ronaldinho era forse il meglio che si poteva trovare al mondo, la massima espressione del calcio brasiliano, anzi forse del calcio mondiale. “Poesia e sostanza, un’idea bellissima di calcio”, almeno per lo scrittore Eduardo Galeano. Due vittorie nella Liga, una Champions League, un Pallone d’Oro, giocate memorabili e l’idea che con la palla tra i piedi potesse prima o poi succedere qualcosa di magnifico. Giocava alla brasiliana, ma lo faceva ad una velocità mai vista in Brasile. Durò finché il suo fisico non eccezionale riuscì a rimanere eccezionale, finché i suoi muscoli rimasero tonici e preparati. Tramontò in un attimo quando al suo talento venne meno la forma fisica, quando il suo joga feliz divenne più feliz che joga» (Giovanni Battistuzzi) • «Per primi scattano in piedi, a macchia di leopardo, gli spettatori seduti dietro alla porta dove ha appena infilato il 3-0. Seguono quelli dei settori centrali, poi tocca alle file più alte, infine l’intero stadio si convince ad alzarsi e battere le mani a un avversario così bravo. Il giorno è il 19 novembre 2005, lo stadio è il Bernabeu, l’avversario è Ronaldinho. A quell’epoca la standing ovation dei tifosi del Real Madrid nei confronti di un giocatore del Barcellona aveva un solo precedente, Maradona; anni dopo si aggiungerà Iniesta, e questo è tutto. Niente Messi, per dire (un’assurdità), ma al Bernabeu non si comanda. Scatta in piedi soltanto davanti a chi vuole – tre italiani possono vantarsene: Del Piero, Pirlo e Totti – e ai “catalani” chiede di più. Quella sera Ronaldinho, percorrendo per due volte in apparente scioltezza un corridoio zeppo di avversari, e piazzando la palla una volta alla destra e una alla sinistra di Casillas, disegna arte. L’applauso di un pubblico fieramente rivale è il giusto premio. Ronaldinho è l’uomo che all’inizio del secolo cambia la storia del Barcellona, invertendo con i suoi giochi di prestigio un periodo di forte impronta madridista (l’era dei primi “galacticos”). La sua freschezza aveva già spinto il Brasile al titolo mondiale del 2002, i suoi numeri rilanciano il Barça e, lo scopriremo poi, garantiscono un ingresso in scena tranquillo a Leo Messi: nel senso che l’inimmaginabile talento dell’argentino incrocia all’inizio difese già duramente impegnate. Il rovescio della medaglia è che Messi diventa subito il leader tecnico della squadra, e i languori di Dinho – tanto bravo in campo quanto debole fuori – vengono risolti da Guardiola con la cessione. Psicologicamente, è la sua fine. Ronaldinho comincia a estinguersi a 26 anni, dopo un Mondiale fallito per troppi bagordi, e di lì la sua discesa è inarrestabile e triste, perché l’umana solitudine lo porta a commettere un po’ di sciocchezze» (Paolo Condò) • «Troppo brutto? D’accordo, assomiglia a Pippo. Ma in campo è uno spettacolo di genio, pigrizia e freestyle. [...] E ad ogni tiro, tacco, cross, il segno della croce. Una, due, tre volte. E’ un ragazzo religioso, Ronaldinho. Al punto che quando [...] ha rotto con una pallonata un vetro della cattedrale di Santiago de Compostela dove stava girando uno spot per la Liga, è andato in ginocchio dal vescovo a chiedere scusa. Brutto sì, ma attore efficacissimo negli spot kolossal di Pepsi e Nike, fin da quando la Pepsi gli fece interpretare la parte di uno sfigatissimo bambino destinato dalla famiglia a diventare arbitro (!) che scopriva la sua vera vocazione calciando em bicycleta una lattina caduta dallo scaffale di un supermercato. Così, rivisto negli spot Nike a palleggiare con un pupazzetto animato e, da ultimo, a sfidare la nazionale portoghese nella pancia di uno stadio, Ronaldinho è - al limite - uno che non ha nemmeno bisogno di una squadra per giocare. Forse nemmeno di un campo. Gli basta il pallone» (Alberto Piccinini) • «Lo spauracchio di tutti, o almeno di tutti quelli con un passato di gloria, è sempre quello: una fine alla Buffalo Bill. Eroe nazionale, cacciatore, soldato, esploratore, William Frederick Cody (più noto come Buffalo Bill) passò gli ultimi vent’anni - abbondanti - della sua vita in un circo, a interpretare se stesso, o meglio la caricatura di se stesso. Era la fine dell’Ottocento: ancora oggi quella china fa paura a molti, sportivi compresi. Fra loro, però, non cercate i dentoni di Ronaldinho. Lui in quel ruolo ci sguazza. Da settembre non trova una squadra vera, dopo le crepuscolari esperienze al Queretaro (Messico) e al Fluminense. Smettere? Mai. «Non mi passa per la testa, continua a piacermi giocare a calcio e mi sento in forma», dice Dinho, fra un sorriso, una bandana, un pollice e mignolo alzato, una firma su un contratto. Già, perché pur non trovando un ingaggio, Ronaldinho e il fratello procuratore hanno trovato modo di monetizzare comunque: scritture a gettone, amichevoli ed esibizioni, una ‘botta’ e via. L’ultimo annuncio è quello dell’accordo col Cienciano, nobile decaduta (in B) del Perù. In principio fu il Fluminense, lasciato a settembre per le gare vere (dopo 9 apparizioni senza un gol e un assist), ritrovato a gennaio per una mini-tournée di esibizione in Florida. In mezzo ci sono una amichevole show in Ecuador, e una in arrivo a Las Vegas, col Miami Fc di Adriano, l’Imperatore. La lampadina si è accesa col Flu: quelle due amichevoli in Usa erano probabilmente previste dal contratto precedente, quello da giocatore vero. Ronnie lo ha onorato, e ha visto che l’interesse per vederlo giocare era ancora «altino». Normale, il talento non si insegna e lui lo distribuisce ancora in fugaci lampi di genio. Il giocatore, del resto, è indiscutibile: ha vinto tutto, Mondiali e Pallone d’oro compresi, e avrebbe potuto vincere più a lungo, se la passione per il campo fosse stata pari a quella per la vita. Dopo la Florida arriva la chiamata del Barcellona, ma di Guayaquil, Ecuador. Si parla di un contratto di 6 mesi, si ripiega su una gara, la presentazione della squadra col San Martin: 4-3, il brasiliano regala un assist giocando quasi da fermo e si ritrova a fare un autografo all’arbitro, sul cartellino giallo. E incassa: 200 mila dollari, dicono in Sudamerica. Non che in Ecuador navighino nell’oro: il bello è che ci guadagnano tutti. L’incasso al botteghino (41mila biglietti) supera il milione di euro, le maglie vendute col 91 di Dinho sono 4 mila (a 80 dollari l’una), e la «star» presenzia a una cena a pagamento (400 persone, 100 mila dollari totali). Aggiungeteci i diritti tv e avrete la dimensione dell’affare (Valerio Clari nel 2016) • L’unico figlio, Joao de Assis Moreira (2005), nato dalla relazione con la modella brasiliana Janaína Mendes, fa il calciatore, esterno offensivo. Gioca per l’Hull City, dopo un biennio nelle giovanili del Barcellona • È tra i proprietari del club di calcio statunitense Greenville Triumph.
Guai giudiziari Arrestato per due volte in Paraguay nel 2020. La prima volta per aver attraversato il confine con il Brasile con un passaporto falso dello stato paraguaiano (subito rilasciato); la seconda perché ritenuto colpevole di riciclaggio. È stato recluso per alcuni giorni nel carcere di Asunción, assieme al fratello Roberto de Assis Moreira, e ha poi trascorso cinque mesi ai domiciliari nel lussuoso hotel Palmaroga, prima di essere rilasciato e di tornare in Brasile.