25 marzo 2026
Tags : Bob Woodward
Biografia di Bob Woodward
Bob Woodward , nato a Geneva (Illinois, Stati Uniti) il 26 marzo 1943 (83 anni). Giornalista • «Il più leggendario e meglio pagato del mondo» [Alessandra Farkas, Cds 18/11/2005] • «Un mito» [Viviana Mazza, Cds 19/10/2024] • «Venerata icona del giornalismo americano» [Studio, 31/10/2013] • Entrato come cronista al Washington Post nel 1971, divenne noto l’anno successivo per aver portato alla luce, assieme al collega Carl Bernstein, lo scandalo Watergate. L’inchiesta valse al suo giornale, nel 1973, la vittoria di un premio Pulitzer, e provocò, nel 1974, le dimissioni di Richard Nixon dalla presidenza degli Stati Uniti • Autore, o coautore, di una ventina di libri sull’attualità politica americana. Il suo più recente: War (Simon & Schuster, 2024). Il suo più famoso: All the President’s Men (Simon & Schuster, 1974), sul caso Watergate, scritto insieme all’amico Bernstein, come i loro articoli sulla vicenda, «diventato un best-seller internazionale e un testo di riferimento per il giornalismo ovunque» [Enrico Franceschini, Rep 7/2/2022] • «Woodward e Bernstein sono diventati milionari vendendo i diritti del loro bestseller alla Warner Bros che ne ha tratto l’omonimo, leggendario film, diretto da Alan J. Pakula, e interpretato da Robert Redford e Dustin Hoffman» [Alessandra Farkas, Cds 28/6/2011] • Nel film «Redford è Woodward, elegante ex ufficiale di Marina laureato a Yale, di cui i pettegoli dicono “Scrive male, l’inglese non deve essere la sua madre lingua”, Hoffman invece Bernstein, stazzonato cronista figlio di comunisti ebrei epurati dal Maccartismo, così donnaiolo che la futura moglie, la sceneggiatrice Nora Ephron, scherzerà “ai party, in mancanza di meglio, fa l’amore con le tende veneziane”» [Gianni Riotta, Sta 16/5/2012] • «Fu il film che lanciò la frase “follow the money”, che non era presente in nessuna delle intercettazioni del caso Watergate. La sceneggiatura venne scritta da William Goldman […] insieme a Nora Ephron. Copione che Bob Woodward non apprezzava al punto che disse a Goldman “Non so quale sia la sesta peggiore cose della mia vita che ho fatto, ma uno delle sei è sicuramente lasciare che questa cosa accadesse, che loro scrivessero questa sceneggiatura”» [Marco Giusti, Dago 11/1/2025].
Titoli di testa «Dalle finestre dell’albergo Madison sulla 15esima strada di Washington, il giornalista italiano novizio, appena sbarcato in America, contemplava il palazzo del Washington Post sull’altro marciapiedi come un seminarista avrebbe guardato i Palazzi Apostolici. Di fronte all’hotel, eretto al numero civico 1150 sopra le rovine di una chiesetta dedicata al santo della “Città di Dio”, ad Agostino, era stata inaugurata in quell’anno 1973 la fortezza in cemento e vetro del giornale che per quasi mezzo secolo sarebbe stato l’incubo della “Città degli Uomini”. Il terrore di quella Washington che gli editori, i direttori, i cronisti del Post avrebbero scosso, informato e cambiato con la forza della loro indipendenza, della loro fatica, dei loro errori. Trenta premi Pulitzer, i Nobel del giornalismo, e quattro decenni più tardi, la “fabbrica degli scoop” ancora scuote il potere politico, semplicemente macinando il proprio lavoro, nel tempo della banda larga e degli iPad come nell’era del piombo e dell’inchiostro. Dietro quelle finestre illuminate nella notte dal traffico dei distributori che raccoglievano i pacchi di copie, il dramma di una metamorfosi che avrebbe cambiato la nostra storia andava in scena» [Vittorio Zucconi, Rep 23/7/2010].
Vita Figlio di Alfred e Jane Woodward. Il padre, avvocato, poi giudice capo del 18° tribunale di prima istanza dell’Illinois. I genitori di Bob divorziano quando lui ha dodici anni. Lui, suo fratello e sua sorella crescono con il padre alla periferia di Chicago. «Al liceo fui assunto come spazzino part time dallo studio legale di mio padre avvocato. Fu lì che, spolverando i dossier, realizzai per la prima volta che anche in una piccola cittadina conservatrice come Wheaton, in Illinois, la gente era piena zeppa di segreti. Capii che ciò che si vede in superficie non è quasi mai reale e bisogna scavare sotto per conoscere la verità [...] All’università sognavo di fare lo scrittore. Ma dopo aver scritto il mio primo, pietoso romanzo autobiografico, tutti mi consigliarono di desistere. Quando entrai in marina, alla fine degli anni Sessanta, diventai un patito della cronaca, che seguivo con passione dai quotidiani» [Cds 21/8/2004] • «Nel 1970, quando prestavo servizio come sottotenente di vascello nella Marina […] talvolta facevo da corriere per consegnare documenti alla Casa Bianca. Una sera fui mandato a consegnare un pacchetto nel piano inferiore dell’ala ovest […]. Di solito occorreva una lunga attesa prima che la persona giusta venisse fuori e firmasse per il materiale ricevuto, qualche volta un’ora o anche più. Dopo che ebbi atteso per un po’ venne a sedersi accanto a me un uomo alto, dai capelli grigi perfettamente pettinati. Indossava un abito scuro, una camicia bianca e una cravatta dai colori tenui. Doveva essere di 25-30 anni più vecchio di me e aveva con sé quello che mi parve uno schedario o una cartella porta-documenti. Sembrava una persona piuttosto distinta, sfoggiava un’aria di sicurezza calcolata e aveva l’atteggiamento calmo di chi è abituato a impartire ordini sapendo di essere obbedito all’istante. Direi che stava studiando molto attentamente la situazione […] Dopo qualche minuto mi presentai: “Sottotenente Bob Woodward” dissi, avendo la cura di far seguire un deferente “Sir”. “Mark Felt” rispose. Iniziai a parlargli di me, gli raccontai che quello era il mio ultimo anno in Marina e che stavo consegnando documenti provenienti dall’ufficio dell’Ammiraglio Moorer. Felt non ebbe fretta alcuna di spiegarmi alcunché di sé o di dirmi per quale ragione si trovasse lì. Felt ed io eravamo come due passeggeri seduti uno accanto all’altro su un lungo volo aereo, senza nessun posto particolare dove andare e nient’altro da fare se non rassegnarci a perdere tempo. Non mostrò alcun interesse a cominciare una conversazione, mentre io ero fermamente deciso a riuscirci. Alla fine feci in modo da carpirgli la notizia che era un vicedirettore dell’Fbi, responsabile della divisione ispezioni, […] sotto il direttore J. Edgar Hoover. Questo voleva dire che egli era a capo di squadre di agenti che si recavano nei vari uffici dell’Fbi per accertarsi che stessero rispettando le procedure ed espletando gli ordini di Hoover. Più tardi venni a sapere che quella era chiamata la goon squad, la “squadra dei picchiatori” […] Nell’agosto 1970 fui ufficialmente congedato dalla Marina. Mi ero abbonato al “Washington Post”, che sapevo essere diretto da un direttore brillante che faceva lavorare sodo, che si chiamava Ben Bradlee. Da come si occupavano delle notizie emergevano un accanimento e un’incisività che mi piacevano. Mi pareva adeguato ai tempi, appropriato a quella che era la sensazione generale delle condizioni in cui versava il mondo. Più della scuola di legge […] avevo inviato al Post una lettera chiedendo un posto […] come giornalista. […] Harry Rosenfeld, direttore dell’area metropolitana acconsentì a ricevermi. Mi guardò attraverso gli occhiali con un certo sbigottimento: perché […] volevo diventare un giornalista? Non avevo nessuna esperienza, zero. Perché, mi chiese, il “Post” avrebbe dovuto assumere qualcuno totalmente privo di esperienza? È talmente da pazzi, disse infine Rosenfeld, che siamo obbligati a provare. Ti concediamo un periodo di prova di due settimane. Dopo due settimane avevo scritto forse una dozzina di articoli o di frammenti di articoli, nessuno dei quali era stato pubblicato […] Anzi, nessuno di essi era stato corretto. Vedi, non sai proprio come si fa, affermò Rosenfeld ponendo pietosamente fine al mio periodo di prova. Ciò nonostante lasciai la redazione più affascinato che mai. Sebbene avessi fallito miseramente il periodo di prova […] mi ero reso conto di aver trovato qualcosa che mi piaceva. La sensazione di immediatezza del giornale mi aveva completamente travolto e così accettai un lavoro al “Montgomery Sentinel”, dove Rosenfeld mi aveva detto che avrei potuto imparare a diventare un giornalista. Dissi a mio padre che avevo finito con la scuola di legge e che avevo trovato un lavoro, a circa 115 dollari a settimana, come giornalista di un settimanale del Maryland. “Tu sei pazzo”, sentenziò mio padre […]. Chiamai anche Mark Felt che, in modo più gentile, mi fece anch’egli capire che riteneva io fossi pazzo. […] Durante tutto l’anno che trascorsi al Sentinel mi tenni in contatto con Felt con telefonate al suo ufficio e a casa. Stavamo diventando amici, se così si può dire […] scoprii che Felt ammirava J. Edgar Hoover. Apprezzava la sua precisione e il modo in cui dirigeva il Bureau, con procedure rigide e il pugno di ferro. Felt mi disse anche di apprezzare che Hoover arrivasse in ufficio tutte le mattine alle 6,30 e tutti sapevano che cosa aspettarsi. La Casa Bianca di Nixon, mi disse, era tutt’altra cosa: le pressioni politiche erano incredibili. Mi disse solo questo, senza entrare in dettagli. Mi pare di ricordare che l’abbia definita “corrotta” e sinistra. Hoover, Felt e la vecchia guardia erano il muro a protezione dell’Fbi, disse. All’epoca, prima del Watergate, l’opinione pubblica sapeva poco, o non sapeva affatto, degli sgambetti e degli spintoni, per non dire dell’enorme astio, che esistevano tra la Casa Bianca di Nixon e l’Fbi di Hoover. Le indagini del Watergate più tardi rivelarono che nel 1970 un giovane assistente della Casa Bianca di nome Tom Charles Huston aveva messo a punto un piano che autorizzava la Cia, l’Fbi e le agenzie dell’intelligence militare a intensificare la sorveglianza elettronica delle “minacce alla sicurezza interna”, autorizzando l’apertura illegale della corrispondenza e togliendo le restrizioni imposte alle irruzioni furtive e alle intrusioni con effrazione per raccogliere informazioni. In un suo appunto top secret, Huston mise in guardia specificando che quel piano era “palesemente illegale”. Nixon inizialmente lo approvò lo stesso. Hoover vi si oppose strenuamente, perché le intercettazioni di nascosto, l’apertura della corrispondenza, le irruzioni nelle abitazioni e negli uffici di chi costituisce una minaccia per la sicurezza interna in linea di massima erano sfera di competenza dell’Fbi, e chiaramente il Bureau non voleva concorrenza alcuna. Quattro giorni dopo, Nixon abrogò il piano di Huston […] Ci sono pochi dubbi sul fatto che Felt ritenesse gli uomini di Nixon dei nazisti. In quel periodo egli dovette fermare i tentativi di altri agenti del Bureau volti a “identificare ogni singolo membro di ogni comune di hippy” dell’area di Los Angeles, per esempio, […] In agosto, a esattamente un anno di distanza dal mio periodo di prova fallito, Rosenfeld decise di assumermi. Il mese successivo iniziai a lavorare per il Post. Nonostante fossi molto impegnato nel mio nuovo posto di lavoro, mi tenni sempre in contatto con Felt, chiamandolo spesso. Parlava in modo relativamente libero con me, ma insisteva sempre a dirmi che lui stesso, l’Fbi e il Dipartimento della Giustizia dovevano essere lasciati fuori da qualsiasi cosa io potessi usare indirettamente o passare ad altri. Era intransigente e severo su queste regole e usava una voce insistente e in crescendo per ricordarmele. Io promisi di rispettarle ed egli insistette ancora, dicendo che era cruciale che io stessi molto attento. L’unico modo di essere assolutamente sicuri era quello di non dire a nessuno che ci conoscevamo e che ci parlavamo [..]. Alle 9.45 del 2 maggio 1972 Felt era nel suo ufficio all’Fbi quando un vicedirettore gli riferì che Hoover era morto a casa propria. Felt rimase sconvolto. Per motivi pratici e contingenti, egli era colui che doveva prenderne il posto al Bureau. Eppure, Felt ben presto dovette provare un’enorme delusione. Nixon nominò L. Patrick Gray III come facente le funzioni di direttore. Gray era un fedelissimo di Nixon da anni e anni. Si era dimesso dalla Marina nel 1960 per lavorare per Nixon quando era candidato durante la campagna elettorale per la presidenza che perse a vantaggio di John F. Kennedy. Da quanto posso ricordare, Felt ne fu annientato, ma fece ad ogni modo buon viso. “Se fossi stato più saggio, me ne sarei andato in pensione” ha poi scritto. Sabato 17 giugno, il responsabile notturno dell’Fbi chiamò Felt a casa. Cinque uomini in giacca e cravatta, con le tasche piene di banconote da cento dollari, con indosso equipaggiamento per intercettazioni e materiale fotografico, erano stati arrestati nel quartiere generale nazionale dei Democratici nell’edificio adibito ad uffici e denominato Watergate intorno alle 2.30 di notte. Alle 8,30 del mattino Felt era nel suo ufficio all’Fbi, alla ricerca di altre informazioni. Intorno alla stessa ora il responsabile delle pagine locali del Post mi chiamò a casa e mi chiese di andare a indagare su un caso alquanto insolito di effrazione. Il primo paragrafo dell’articolo in prima pagina che fu pubblicato sul Post il giorno dopo iniziava così: “Cinque uomini, uno dei quali afferma di essere un ex dipendente della Cia, sono stati arrestati questa notte intorno alle 2,30 nel corso di quello che le autorità credono essere un dettagliato complotto per mettere delle cimici nella sede della Commissione Nazionale dei Democratici”. Il giorno seguente, Carl Bernstein ed io scrivemmo il nostro primo articolo insieme, identificando uno di “coloro che avevano fatto irruzione”, James W. McCord Jr, come il coordinatore della sicurezza alle dipendenze del comitato per la rielezione di Nixon. Lunedì mi misi al lavoro su E. Howard Hunt, il cui numero di telefono era stato trovato nella rubrica di due dei “ladri” di quella notte, seguito da un piccolo appunto, “W. House”, oppure dalla sigla “W.H.”. Quello era il momento in cui una fonte o un amico nelle agenzie investigative del governo sarebbe stato inestimabile. Chiamai Felt all’Fbi e lo raggiunsi tramite il suo segretario. Quella doveva essere la nostra prima chiacchierata sul Watergate [The Washington Post 3/6/2005]. «L’Fbi aveva individuato il nome di E. Howard Hunt, ex agente Cia e autore di romanzi di spionaggio, nelle agende di due dei “ladri”, notizia che venne pubblicata (il 19 giugno) dal Washington Post. Era il primo tassello della ricostruzione che avrebbe permesso di collegare Nixon alla squadra di scassinatori. Bob Woodward lo aveva ottenuto da Felt, con cui era riuscito a creare un legame quasi di amicizia. Puntando sul suo risentimento per la mancata promozione, lo convinse a diventare una fonte segreta: Deep Throat, gola profonda. La prima volta che Carl Bernstein e Bob Woodward scrissero insieme un articolo fu domenica 18 luglio. Da allora divennero inseparabili e pubblicarono sempre in coppia. Il 1° agosto 1972 il Washington Post rivela che un assegno da 25 mila dollari diretto alla campagna di Nixon era stato liquidato nel conto di uno degli arrestati al Watergate. È ancora poco chiaro cosa abbia spinto i potenti uomini della Casa Bianca a un’operazione di spionaggio di quel genere nei confronti del rivale democratico: Nixon quell’anno venne rieletto con facilità. La leggenda sostiene che il Watergate inizia per una questione di soldi e i “ladri” sembrano essere usciti dalla fantasia di un romanziere. Ma le decine di articoli del Washington Post e il meticoloso lavoro di due (o tre) eccezionali cronisti hanno dimostrato la realtà del complotto contro la democrazia. E dopo 50 anni sono diventati Storia»
Amori È stato sposato tre volte. «Nessuno può immaginare quante donne ho deluso in vita mia, perché quando finalmente mi hanno incontrato hanno realizzato che non ero bello e aitante come Robert Redford» [Cds 21/8/2004].
Figli Tre. Una, Tali, dal secondo matrimonio, giornalista a sua volta, professoressa alla scuola di giornalismo della Columbia University di New York. Due, dalla terza e ultima moglie.
Divorzi Carl Berstein, a un certo punto, smise di lavorare con lui: «Bob scriveva meglio di me, però io ero più bravo di lui nel cercare le storie, e nessuno dei due voleva accettare la leadership dell’altro».
Cinema A proposito di Tutti gli uomini del presidente. A Katharine Graham, editrice del Post, non piacevano le attrici proposte per interpretarla, nonostante circolassero nomi come quelli di Lauren Bacall o Katharine Hepburn (alla fine fu deciso di tagliare completamente il personaggio della Graham) • «Il film che Alan J. Pakula ha tratto da Tutti gli uomini del presidente è impeccabile, ma l’impostazione drammaturgica non consente sfumature di grigio, da un lato il potere torbido e liberticida, dall’altro i giornalisti senza macchia e senza paura. Secondo gli archetipi classici Davide sconfigge Golia, ma è come se del racconto biblico fosse ignorato l’episodio di Uria, e questo, paradossalmente, invece di nobilitare i protagonisti li rende meno umani e quindi meno interessanti. Confrontando poi Bob Woodward e Carl Bernstein con Robert Redford e Dustin Hoffmann risulta evidente che i due divi siano stati scelti per conquistare il pubblico con la rispettiva bellezza e simpatia» [Antonio Monda, Foglio 30/6/2025].
Editoria Nel 2013, quando Jeff Bezos comprò il Washington Post, si disse «ottimista» sul futuro del giornale: «Nessuno ha fatto per i quotidiani ciò che Jeff Bezos ha fatto per il commercio in America e nel mondo» • Nel 2025 (tiratura cartacea sotto le 100 mila copie, ma più di 2 milioni di abbonamenti digitali che ne fanno il terzo quotidiano più diffuso d’America) Bezos decide drastici tagli (300 persone licenziate). La proprietà dice: il giornale perde 100 milioni all’anno. La redazione nota che nel 2025 Bezos, terzo imprenditore più ricco del mondo con un patrimonio stimato in 240 miliardi di dollari, ne ha spesi di più soltanto per il suo matrimonio a Venezia con Lauren Sanchez • «In un comunicato congiunto, Woodward e Bernstein definirono “deludente” la decisione di Bezos di non dare un endorsement ad alcun candidato nella campagna presidenziale del 2024: scelta che fu male accolta dalla redazione di un giornale tradizionalmente liberal, più vicino al partito democratico, da cui tutti si aspettavano un endorsement a favore di Kamala Harris. L’iniziativa venne interpretata come un favore a Trump e in poche settimane fece perdere al Post 250 mila abbonamenti. In seguito, anche la decisione di Bezos di abolire la pagina degli editoriali e delle opinioni, con l’invito a concentrarsi sulla difesa della “libertà dell’individuo e del mercato”, ha alienato un crescente numero di lettori. E la vicinanza di Bezos a Trump, sottolineata da un investimento di 75 milioni di dollari per produrre e distribuire il recente documentario sulla first-lady Melania, ha ulteriormente danneggiato l’immagine del Post» [Franceschini, cit.].
Curiosità Abita a Georgetown • All’università di Yale era socio della confraternita Phi Gamma Delta • «Certo che sono sempre in contatto con Carl. Ci telefoniamo, ci mandiamo mail, viene spesso a trovarmi qui a Washington» • Compare anche nei film Le ragazze della Casa Bianca (1999), e Julian Morris in The Silent Man (2017) • A proposito della frase Follow the Money. «La caccia alla scia dei soldi da quel momento è l’ossessione del giornalismo investigativo e ha scatenato intere generazioni di cronisti, spesso convinti di aver scoperto un nuovo Watergate, magari in un piccolo consiglio comunale o in una comunità montana (il suffisso “-gate” ormai si applica a tutto)» [Marco Bardazzi, Foglio 2/3/2026] • «Trump è come una roulette, non sai mai che numero verrà fuori» • «Bernstein ha avuto molti guai privati, Woodward non è diventato direttore del Washington Post per una cronista che inventava reportage (in America non si può), Nixon è morto ripetendo “La storia mi ricorderà per la Cina non per il Watergate”» [Riotta, cit.] • Oggi nessuno osa più fumare, nella redazione del Post • Anche il Washington Post è l’ombra di sé stesso. La scritta “Democracy Dies in Darkness” (la democrazia muore nell’oscurità), che ha aggiunto una decina di anni fa sotto la testata, è un bel proposito, ma si scontra con la crisi del modello di business del giornalismo e con la frammentazione dell’informazione nell’era digitale. La famiglia Graham è uscita dal giornale e lo ha venduto a Jeff Bezos, che negli ultimi tempi sembra intenzionato a ridimensionarlo e ridurlo a un debole foglio locale. Difficile immaginare oggi una difesa dell’indipendenza dei propri giornalisti come quella che la proprietà e la direzione del giornale misero in campo per il Watergate e, in precedenza, per lo scoop sui Pentagon Papers, che svelavano gli errori compiuti in Vietnam. Più in generale, è la libertà di stampa che sembra essere minata, in un momento in cui la Casa Bianca è più aggressiva ancora di quanto non lo fosse quella di Nixon. L’idea di “seguire il denaro” per svelare i retroscena della politica oggi fa sorridere: Trump non nasconde minimamente l’arricchimento personale e quello degli “uomini del presidente”, collegati alle varie attività che si muovono all’ombra del potere esecutivo, dalle criptovalute agli accordi immobiliari in Medio Oriente» [Bardazzi, cit.].
Titoli di coda «Robert Redford se n’è andato, mentre il suo personaggio, Bob Woodward, è oggi un anziano editorialista che continua a scrivere sul Washington Post, ma frequenta sempre più di rado la sua redazione, dove non si sente più a casa nonostante abbia mantenuto per mezzo secolo totale fedeltà al giornale che lo ha reso famoso. La “darkness” del garage dove il cronista incontrava Mark Felt un tempo era una garanzia di riservatezza e indipendenza, oggi è più una metafora dei tempi oscuri che vive la democrazia americana» [Bardazzi, cit.].