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 2026  marzo 31 Martedì calendario

Biografia di Sandro Veronesi (Alessandro V.)

Sandro Veronesi (Alessandro V.), nato a Firenze il 1° aprile 1959 (67 anni). Scrittore. 25 libri, numerosi saggi e interventi in altre opere, 5 sceneggiature di film; la sua produzione letteraria gli ha fatto vincere vari premi letterari, nazionali ed esteri. Su tutti, 2 premi Strega, 1 premio Viareggio e 1 premio Campiello. Traduttore. Giornalista (ha collaborato con il manifesto, Epoca, l’Unità, Corriere della Sera). Drammaturgo (Primi testi e riduzioni negli anni ’80. Tra il 2015 e il 2017 è andato in tournée con il suo monologo Non dirlo, tratto dal suo libro Non dirlo – Il Vangelo di Marco). Docente: Ha insegnato alla scuola Molly Bloom, alla Holden, alla Omero [cinquantamila.it].
Titoli di testa «Tutte le mattine, comunque mi svegli, ringrazio il cielo di scrivere, di essere riuscito a vincere questa mia inclinazione a star male. Sono contento che me lo lascino fare: per me scrivere è come avere le mutande a posto» [Annalena Benini, Foglio].
Vita Un suo prozio era Girolamo Maria Moretti, fondatore della grafologia e frate minore [Andrea Garibaldi, Cds] • Chi erano i suoi genitori? «Mio padre Giannino, ingegnere edile, lavorava all’Ufficio tecnico del Comune di Prato, mia madre Luisa Govoni, faceva la casalinga, entrambi erano di origine bolognese. Ma è stata soprattutto la mamma a occuparsi di me e di mio fratello Giovanni, più piccolo di tre anni e mezzo. Credo che fosse una donna realizzata, come madre e moglie, pur non avendo un lavoro suo. A quel tempo era così, i soldi bastavano. (…) I miei si sono sempre amati e rispettati. (…) Da bambino e adolescente sono stato felice con loro. D’estate andavamo tutti al mare sulla spiaggia di Fiumetto, a Marina di Pietrasanta: eravamo così felici che vorrei che ogni famiglia fosse così [Fulvio Fulvi, Avvenire] • Nasce a Firenze, ma la famiglia si trasferisce a Prato quando ha due anni • Crescendo i rapporti col padre diventano meno idilliaci. «È vero che io e mio padre abbiamo avuto dei conflitti, ma è anche vero che la dinamica era gestita con saggezza ed equilibrio e il conflitto faceva parte in un certo senso dell’educazione. Non eravamo d’accordo su tante cose. Gli facevo girare i coglioni e lui li faceva girare a me, ma non ci siamo mai allontanati. (…). Mio fratello era un capo naturale, io no. Avevo bisogno di strutturarmi, di affilare le unghie, di diventare adulto per conto mio». [Malcom Pagani, Messaggero] • Accanito lettore fin da bambino: Salgari, Collodi, l’epica [Pagani, Fatto] • «Il primo libro letto da cima a fondo (a nove anni) è Storia delle storie del mondo di Laura Orvieto. (…) Nel corso della vita arriverà ad accumularne oltre 20.000, che tiene in ordine alfabetico (per cognome)» [Veronesi, cit.] • A 15 anni, nella sua classe del liceo scientifico, «Si affacciò un buffo signore alto non più di un metro e cinquanta. Si chiamava Goretti, era stato allievo di Garin. Ignorò i lazzi sul suo aspetto e ci cambiò la vita. Programma parallelo di letteratura russa. Voti severissimi. Nessuna possibilità di non seguire la lezione perché sui testi scolastici Gogol e Taras Bul’ba non c’erano. Lessi Umiliati e offesi e I fratelli Karamazov, persi la testa, mi innamorai della pagina. Da leggere e da riempire» [Pagani, cit.] • Sognava già di fare lo scrittore? «Nell’adolescenza (…) avevo passioni comuni a migliaia di coetanei. Il cinema, il calcio, la musica. Nello sport sapevo di essere abbastanza negato e idolatrando Virdis o Bettega, potevo soltanto sognare per interposto campione. Ma nella scrittura, no. (…) Con i miei simili me la potevo giocare» [Ibid.] • «Ho iniziato a desiderare di essere uno di quegli autori, che facevano provare quel tipo di emozione a chi li leggeva. Era un tipo di approccio molto simile alla ragione per cui, molto spesso, da ragazzini, si vuol essere un campione di calcio o una rock star. A me è capitato di voler essere uno scrittore» [Giuseppe Rizzi, ilrifugiodellircocervo.com] • Veronesi ha fatto il vigile del fuoco. Come mai? «Sin da piccolo volevo fare il pompiere. Quando dovevo fare il servizio militare, mi sono fatto addirittura raccomandare per entrare nel corpo dei Vigili del fuoco. E il motivo è semplice: di solito i pompieri vengono scelti per determinate zone che conoscono bene (…) Così potevo fare il servizio militare nel mio comune di residenza» [Emilia Costantini, Cds] • «Ho scelto all’università Architettura, perché mio padre era ingegnere, e desiderava che io intraprendessi una strada lavorativa dove, un domani, avrebbe potuto aiutarmi, essermi utile. (…) Mi sono laureato in architettura con una tesi su Victor Hugo» [Ibid.] • «Studiavo architettura a Firenze e prendevo il treno da Prato tutte le mattine alle 7. Tra una cosa e l’altra, leggevo un’ora all’andata e una al ritorno, ma se non tornavo a pranzo a casa, quelle ore si dilatavano trasformandosi in interi pomeriggi di lettura». Scriveva già? «Sì, delle boiate. Diventare uno scrittore rappresentava un sogno irrealizzabile (…) A volte mi mettevo a scrivere cose che mi sembravano belle fino a che non le paragonavo con quelle che avevo letto. Capivo che ero lontano dall’obiettivo. Per creare uno stile che non fosse solo imitazione c’è voluto tempo». [Pagani, cit.] Il suo primo libro, un libro di poesie, venne pubblicato nel 1984. «All’epoca i librai facevano anche gli editori: andai da quello al quale compravo i testi scolastici e gli domandai se era disposto a stampare il mio (...) Pagai circa duecentomila lire e il libro venne stampato. Albinati e Lodoli avevano fatto la stessa cosa a Roma e l’idea di imitarli rendeva il patto meno umiliante(…)». E del libro cosa fece? «Capitò nelle mani di Enzo Siciliano. Gli piacque. Mi aiutò ad avere la sua attenzione e a conoscere alcune persone come Marco Lodoli, Valerio Magrelli o Edoardo Albinati. Amici che erano bravi, ma fino a quel momento avevano fatto poco o nulla. Erano più grandi di me: battistrada e al tempo stesso lepri da rincorrere. Si rivelarono fondamentali» [Ibid.] • Durante un viaggio a Parigi nel 1985 conosce lo scrittore Vincenzo Cerami, che lo convince a lasciare Prato per seguire il sogno della scrittura a Roma. [Marco Monina, Corriere del Cornero] • «Ho detto in famiglia: ho questo sogno, fatemelo tramontare, quando tramonta farò l’architetto» [Benini, cit.] • Parte per la Capitale, «preparandomi, dentro di me, a forme di sopravvivenza estrema, perché sapevo che avrei scritto». E com’è stata la sopravvivenza estrema? «Avevo amici scrittori giovani, Albinati, Lodoli. Stavo due giorni, dormivo su un divano. Finché Vincenzo Cerami, che scriveva un film con mio fratello e Nuti, mi offrì uno studio, appartenuto a Pier Paolo Pasolini». La intimidiva lo studio di Pasolini? «Al contrario. Scrivevo sulla sua Olivetti 22, sentivo il suo spirito che mi aiutava. Mi trovai una stanza ammobiliata dopo nove mesi: non volevo abusare di quella grazia di Dio». Come si manteneva? «Con lavori infimamente pagati, tipo traduzioni. Per due mesi, trasportai pianoforti con un amico che era un colosso, sicché mi dissi che parevamo Stanlio e Ollio e smisi. E, a volte, mi imbucavo a cena con Giovanni, Nuti, Massimo Troisi, e finalmente mangiavo bene e mi distraevo dalle ristrettezze» [Candida Morvillo, Cds] • Viene scelto da Enzo Siciliano per sostituire Albinati come segretario di redazione nella rivista Nuovi Argomenti e comincia a collaborare con alcuni quotidiani. [Monina, cit.] • Nel 1988, usciva Per dove parte questo treno allegro, come fu quella prima volta? «Ricordo il giorno in cui ricevetti la notizia che me l’avrebbero pubblicato come il più felice della mia vita, con buona pace di mogli e figli. Ero dai miei a Prato. Non dissi niente, uscii sul mio Maggiolino, feci quattro volte Prato–Barberino, da casello a casello, lo stereo incantato su Wild Real Child, nella versione di Iggy Pop, io che cantavo dalla gioia. E quando tornai a casa, dissi, con aplomb: “madre, padre, vostro figlio è uno scrittore”» [Morvillo, cit.] • Negli anni successivi alternerà la produzione di romanzi a libri in cui raccoglie le sue interviste e i suoi articoli giornalistici. [Alessandro Gnocchi, Giornale] • Nel 1995 arriva una battuta d’arresto: Occasioni mancate? «Quando ho lasciato la Mondadori, avevo 35 anni e Berlusconi aveva appena giurato da presidente del consiglio. E così mi sono detto: “non posso stare in una casa editrice dove c’è un evidente conflitto di interessi”. Telefonai a Gian Arturo Ferrari, allora mio capo. Lui cercò di convincermi, assicurandomi che sarei sempre stato libero di scrivere in maniera assoluta. Ma ero convinto che questa mossa l’avrebbero fatta anche altri scrittori, invece non fu così. Ce ne andammo in pochissimi. Io ero un pischello. Ferrari da galantuomo mi disse: “se vuoi andartene, fallo pure”, mi lasciò andare. Non cercavo pubblicità nel compiere questo passo: per me era una questione morale. Me ne andai e dovetti ricominciare da capo. In certi casi, non bisogna essere modesti» [Emilia Costantini, Cds] • Dopo un breve passaggio in Feltrinelli, dove pubblica il romanzo che ama di più tra quelli che ha scritto, Venite venite B-52 [Ibid.] nel 1996 si accasa in Bompiani • Nel 1999 fonda, insieme a Domenico Procacci, la casa editrice Fandango «(fondamentalmente per potervi pubblicare in Italia Infinite Jest di David Foster Wallace che nessun editore italiano aveva il coraggio di pubblicare)» Alla Fandango dirigerà per anni la collana di narrativa straniera “Mine vaganti” [Veronesi, cit.] • Il primo romanzo che gli frutta premi importanti è La forza del passato (1 premio Viareggio e 1 premio Campiello), pubblicato nel 2000. Ne verrà tratto anche un film. Ma l’apice arriverà sei anni dopo, con Caos Calmo. Il romanzo vince il premio Strega e ha un successo enorme, venendo tradotto in 20 lingue e adattato per il cinema da Nanni Moretti nel 2008. Come mai la storia di Pietro Paladini, secondo lei, ha appassionato così tanto i lettori? «Penso che nel caso di Caos calmo uno dei fattori del successo sia stato il titolo, e di questo me ne sono accorto dopo. Se avessi preso un euro per tutte le volte che è stata usata l’espressione “Caos calmo” in altri contesti, dal calcio alla politica, sarei milionario (...). Prima questo modo di dire in italiano non esisteva. Esisteva in inglese, ma non nella nostra lingua. Quindi vuol dire che quel titolo ha funzionato» Da dove è venuto fuori questo titolo? «Ricordo che una sera mi trovavo assieme a un amico filosofo, a casa di un amico a Milano, la cui fidanzata canadese, a un certo punto ha detto che quello in cui ci trovavamo in quel momento era un “caos calmo”. Sono rimasto colpito da questa espressione. E poi questa ragazza mi ha spiegato che in inglese “quiet chaos” è un modo di dire, che si usa per definire una situazione un po’ stagnante, un po’ insana» [Mauro Ruggiero, cafeboheme.cz] • Grazie agli introiti di Caos Calmo può occuparsi dei genitori che, in seguito a una lunga malattia, stavano morendo. Un «privilegio» ma anche un’esperienza di accettazione durissima, che sarà un punto di partenza per il «terribile (…) senza un raggio di sole fino alla fine» romanzo XY [Benini, cit.] • Nel 2007 lei si presentò alle primarie di Prato del primo piddì veltroniano. «Ero in lista con un gruppo di extra-comunitari, per sensibilizzare la città sul tema dell’immigrazione. Il discorso veltroniano del Lingotto mi aveva entusiasmato» [Vittorio Zincone, Sette] • Nel febbraio del 2015, quando viene annunciato il piano di acquisizione della casa editrice Rizzoli (“contenitore” della Bompiani) da parte del gruppo Mondadori, firma con altri 47 scrittori un appello affinché l’operazione venga fermata: «Per me si sta compiendo un grave errore. Un errore che peggiora la situazione dell’editoria italiana perché genera un maxi-gruppo che non avrebbe rivali sul mercato (…) Tra noi autori Rizzoli c’erano molti dissidenti, ma nessuno ci ha contattati. Non si tratta di un’operazione editoriale ma di una speculazione, che tra l’altro inciderà su molti posti di lavoro» [De Santis, Rep] • Decide di lasciare Rizzoli e si unisce agli altri autori transfughi, che danno vita alla casa editrice La Nave di Teseo. «Ero in una condizione in cui avrei dovuto muovermi, anche da solo. (…) Quando ho visto che c’erano Elisabetta Sgarbi e un gruppo di autori che la pensavano come me ho capito che c’era una soluzione. E contribuire, anche finanziariamente, a fondare una casa editrice, cosa che ho già fatto con Fandango, è una sfida bellissima (…)». [Cristina Taglietti, Cds] • Aggiungerà poi: «lo faccio perché tengo famiglia. Ai miei cinque figli voglio lasciare un’eredità importante, una case editrice infatti è molto più dei miei libri e può davvero cambiare il paese. Rischio i soldi, certo, ma ne vale la pena» [Francesco Merlo, Rep] • Nel 2016 gli viene diagnosticato un tumore alla prostata: «Quando mi hanno comunicato la diagnosi, ho pensato di essere troppo giovane per morire. Che avevo i figli troppo piccoli per morire. E che, quindi, non sarei morto» Il rischio c’era? «Mi hanno dato ampi margini di cura. Ho fatto una radioterapia molto intensa, sono guarito. Poi, faccio sempre i controlli. Ho retto bene» Quando si è ammalato, stava scrivendo? «Avevo iniziato un romanzo che non volevo più finire perché il protagonista moriva di cancro. Mi era già successo di predire qualcosa che si sarebbe avverato. Non credo nelle ispirazioni ma nelle cose che sono nell’aria». [Morvillo, cit.] • Da sempre sensibile al tema della migrazione, nell’estate del 2018 rimane colpito dalla «violenta onda xenofoba» che si accanisce contro i migranti alla deriva e si traduce nei commenti d’odio online. «In questo tempo impazzito, colmo di rabbia e di frustrazione, io non riuscivo più a dormire. (…) Una reazione che non avevo mai sperimentato, così radicale e pervasiva, in tutta la mia vita. Per convogliare il mio malessere in azioni concrete, mi misi in contatto con i responsabili delle Ong, in lista d’attesa per far parte degli equipaggi futuri, ma soprattutto, per la prima volta in vita mia, fondai un movimento: mi resi conto infatti che nelle mie stesse condizioni si trovavano molti amici e amiche ai quali confessavo la mia frustrazione, e li arruolai sotto una sigla, “Corpi”, che indicava il desiderio di mettere per l’appunto il proprio corpo tra quell’onda xenofoba e le sue vittime» [Veronesi, Lettura] • Nel 2020 pubblica Il colibrì, che si rivela fin da subito apprezzatissimo: tanto da suggerirgli di ripresentarsi allo Strega. Sul calore e sulla buona accoglienza che "Il Colibrì" ha rapidamente raccolto che idea si è fatto? «Che era imprevedibile. Non c’è stata per altri miei romanzi, e sono su piazza da più di trent’anni. Molti lettori mi hanno detto di avere pianto: ecco, credo che quando un romanzo smuove emozioni forti, quando porta i sentimenti di chi legge all’estremo, batte una strada speciale. Tra critici e addetti ai lavori, invece, credo sia stata apprezzata la mia fede manifesta e senza cedimenti nel romanzo». Il libro vince la finale [Paolo Di Paolo, Rep] • Nel 2024, indignatosi per l’esclusione di Roberto Saviano dalla partecipazione degli scrittori italiani alla Buchmesse, per ragioni «balorde e ridicole», e politicamente connotate da parte del governo italiano, rifiuta l’invito. In seguito a questa vicenda, gli scrittori italiani «si resero conto (…) che avevano bisogno di uno strumento collettivo per monitorare la qualità della libertà di espressione nel nostro Paese» [Simonetta Sciandivasci, Stampa] • Per questo viene fatta richiesta al Pen International, ente che si occupa di promuovere letteratura e libertà di espressione, di aprire una sede romana. Richiesta che nel dicembre del 2025 viene provvisoriamente accolta (con un anno di prova), e la presidenza viene affidata a Veronesi [Ibid.].
Curiosità «Io amo tutti gli sport e li amo perché hanno dietro storie assurde, compreso il curling che seguivo a tarda notte. Ci sono i Federer anche lì. Lo sport è una fucina di mostri, di persone superdotate, anche in sport minori dove non diventerai mai ricco come Federer, ma se sei il migliore, lo sei. Vedi la bellezza, quando incarni la tua disciplina». [Alessandro Beretta, La Lettura] • Passione fortissima per il tennis, che pratica fin dall’adolescenza. [Claudia Fusani, Supertennistv] • Altra passione viscerale: la Juventus, di cui diventa tifoso a 5 anni: Io stavo con i deboli e la prima squadra che completai sull’album delle figurine aveva i colori bianconeri. Bellissimi, una folgorazione. Mi “innamorai” di Sandro Salvadore. E non mi chiamo Sandro per niente [Carlo Baroni, Cds] • «La Juve è la squadra del riscatto sociale, dei terroni. La Juve dava e dà filo da torcere a tutti: è come vorremmo essere, sempre competitivi. Io l’ho scelta per essere una volta in maggioranza, in una forza preponderante [Luca Bianchin, Rep] • Il libro che ha letto più volte (4) è Chiedi alla polvere di John Fante, il libro preferito invece è: Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. [Veronesi, cinquantamila.it] • «È stato cinefilo fino all’età di 39 anni. È guarito grazie a una lunga intervista sul cinema che gli ha concesso Carmelo Bene. Film preferiti: La Jetée di Chris Marker, La ricotta di Pier Paolo Pasolini e Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan [Ibid.].
Amori Si è sposato due volte e ha 5 figli (tre dal primo matrimonio e due dal secondo): Umberto, Zeno, Lucio, Nina e Gianni. • Dopo il divorzio, è stato così bravo da crescere tre figli da solo. «Nessuno, neanche mia madre, credeva che ce l’avrei fatta. Era la mia prima nidiata: tre dai 12 ai 4 anni. Io non avevo perplessità, se non che la madre doveva esserci, ma le complicazioni geografiche tagliavano fuori uno dei due. E non ho mai temuto i pericoli, la droga. Ho sempre detto: a noi non avverrà». • «So come si prepara uno zaino con libri e quaderni. Ho frequentato il giro delle mamme davanti alle scuole, per anni ho fatto come loro, cioè staccavo dal lavoro verso le 14 per dedicare il pomeriggio alle merende, ai compiti, alle visite mediche. Ho imparato a detestare le madri stressate che sono ai giardinetti col telefonino in mano, mentre il figlio, davanti a loro, cade dall’altalena» [Monica Bogliardi, Grazia] • Nessuno ha cinque–figli–cinque. «Mi piace averli. È anche uno sprone per risolversi. Se sei padre, ti devi progressivamente ritirare dalla posizione di dominio, non ambire a troppo, perché togli l’ambizione al figlio» [Morvillo, cit.].
Titoli di coda «Vorrei che sulla mia tomba scrivessero “era un uomo buono”, ma se non gli viene di scriverlo vorrà dire che non lo sono stato» [Ciabatti, cit.].