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 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

Biografia di Jacques Villeneuve

Jacques Villeneuve, nato a Saint-Jean-sur-Richelieu (Canada) il 9 aprile 1971 (55 anni). Ex pilota automobilistico. Campione del mondo di Formula 1 nel 1997 con la Williams, al termine di un avvincente duello con Michael Schumacher. Più giovane vincitore della 500 miglia di Indy nel 1995, vincitore del campionato Cart nello stesso anno. In Formula 1 ha vinto 11 Gran premi. Figlio di Gilles, il pilota della Ferrari morto tragicamente l’8 maggio 1982, durante le qualifiche del Gp del Belgio 1982, quando Jacques aveva undici anni. «Al figlio d’arte non viene dato il tempo di imparare. O sei bravo o sei bravo».
Vita «Lei da piccolo a Fiorano su un albero a mangiare fichi. “L’albero non c’è più”. È lì che le è venuta voglia di diventare pilota? “No, da prima. Gare di motoslitte e poi di macchine, vivevo nei circuiti sul camper”. Non era un luna park per un bambino? “Divertente, però non avevi molti amici. E poi non funzionava con la scuola”» (a Daniele Sparisci) • «Di suo padre non parla, non se ne può parlare. Un’insofferenza che vira alla stizza, che nasconde la cicatrice fresca sopra la ferita. Come se non bastasse la sua traccia, congiunta in qualche modo all’altra: stesse piste, stesso mestiere e poi il taglio degli occhi vispi, da discolo, somiglianti come solo quelli di un figlio, appunto, lui. Jacques Villeneuve non tollera un’appartenenza inevitabile, secondo una cocciutaggine feroce eppure tenera, a voler guardare. Per riuscire nella sua impresa ha dovuto vincere tutto, titolo mondiale compreso, convinto che solo a quel punto avrebbe potuto vivere di luce propria, del nome proprio, indipendentemente da cognome già celebre, memorabile, marchiato Gilles. Uno sforzo che avrebbe interessato il dottor Freud, ribadito ad ogni ricorrenza. Cosa è stato, come fu non dice, lasciando immaginare lo stupore di un bambino trasportato in un camper sulle piste dietro al suo strano, velocissimo papà. Non una parola sul dolore spalancato sopra il lutto, sulla solitudine da bimbo sperduto, in collegio, Svizzera, Francia, chissà. Poteva coltivare comprensibili fragilità: è diventato fortissimo dentro, con una grinta che può produrre soltanto la fatica, la voglia di cacciar via un destino sbilenco. Perso il padre ha trovato un sostituto, Craig Pollock. Lo scovò vicino, su piste di sola neve; è diventato la sua spalla, il suo manager, l’unica porta aperta alla debolezza, alla fragilità. Per il resto un duro. Al punto da fissare da solo una scommessa: correre, andar dietro al fantasma onnipresente di Gilles con uno stile capace di tenerlo a bada, di tenere a bada tutti. Lo aspettavano al varco per riderci sopra, secondo modalità tipica riservata ai figli piccoli di padri enormi. Aspettava solo quello pure lui» (Giorgio Terruzzi)A proposito della morte del padre: «In quel momento ho sentito che avrei dovuto gestire da solo la mia vita. Questo mi ha dato una grande determinazione che mi ha fatto crescere e mi ha dato la forza di superare i tanti ostacoli di una carriera difficile» • «Coraggioso, scomodo e irriverente, a volte troppo per i canoni omologati dell’automobilismo moderno. Ma Jacques Villeneuve, per la Formula 1, ha rappresentato qualcosa di notevole. In primo luogo, perché è il figlio di Gilles. Un’eredità pesante, che ha sempre voluto tenere lontano dalla sua vita professionale. Nel 1996, al primo assaggio nei GP proveniente dalle gare Usa, fu un fulmine. Pole e successo sfiorato (secondo solo per un guaio al motore) nell’esordio con la Williams a Melbourne, prima vittoria alla quarta corsa (al Nürburgring) e a fine anno la piazza d’onore iridata alle spalle del compagno Damon Hill, tenendo aperta la sfida mondiale fino all’ultimo GP. Ma il suo capolavoro in F.1 resta la stagione 1997, che lo laureò campione. In particolare, la gara finale a Jerez. E ancora più una curva, la Dry Sack. Dove il canadese, nel momento decisivo, tirò una staccata da cineteca a sua maestà Michael Schumacher. Giocarsi un titolo all’ultima gara, uscire dal rifornimento finale alle spalle del rivale diretto, rimontare come un indemoniato e poi mettere in scena una mossa di quel genere significa avere determinazione, fantasia, coraggio. Significa, in sostanza, avere talento. Che poi Schumi abbia cercato di buttarlo fuori, eliminandosi e regalandogli di fatto il titolo, ha solo giocato a suo favore... Da lì, per un motivo o per l’altro, si è spenta la luce. Un altro anno con la Williams poco competitiva, poi il passaggio alla neonata Bar. Progetto nel quale era coinvolto, a livello dirigenziale, il suo manager e amico Craig Pollock. E, si diceva, anche lui come socio. Progetto legato forse troppo ai dollari e all’ingaggio. Visto con il senno di poi, un fallimento. O, almeno, un grosso errore di valutazione temporale. Perché per Villeneuve quelle dal 1999 al 2003 sono state cinque stagioni di fatiche, frustrazioni e polemiche. Fatiche per cercare di rendere competitivo il progetto, frustrazioni perché la Bar non è mai stata all’altezza e polemiche perché, se c’era da dire qualcosa di scomodo, non si tirava mai indietro. Con la beffa di una monoposto diventata competitiva (ora sta lottando per il 2 posto nel Mondiale costruttori) proprio quando lui è stato costretto ad andarsene. Il resto è colore e voglia di vivere senza essere costretto tra i confini di un mondo che i non omologati li guarda storti. [...] Presunti flirt (la cantante Natalie Imbruglia) e fidanzate famose (Dannii Minogue, protagonista di musical a Londra) [...] uno che nella vita vince il titolo di F.Cart, la 500 Miglia di Indianapolis recuperando due giri di ritardo e il Mondiale di F.1 battendo un certo Schumi, proprio scarso non dev’essere. Magari può non piacere e forse le sue scelte non sono state tutte lucide e dettate dalla pura passione» (Gianluca Gasparini) • «Dopo Jerez, come dopo una prova suprema, Jacques si è distratto, si è trovato un po’ lontano dalla battaglia e lì resta come un guerriero che comunque ce l’ha fatta. Gilles era solo fuoco, istinto puro, era pubblico nei botti, nei vizi, dall’elicottero guidato senza brevetto al motoscafo trattato come una Formula 1. Jacques è chiuso come uno scrigno, è testa, determinazione protetta, salvo eccezioni rare, tra i computer, il teak della sua barca. Gilles suonava la tromba; Jacques la chitarra. Musica per entrambi ma diversi i timbri, le scansioni. Ha vinto più di suo padre. Ma a suo padre ha reso omaggio, vendetta, onore. A modo suo, s’intende. L’ha detto una volta, un giorno soltanto, in uno spiffero di intimità che aveva dentro una commozione contagiosa, un amore fortissimo e privato che lui solo frequenta, che nessun altro deve riguardare» (Giorgio Terruzzi) • «In F.1 sembrava distaccato nei confronti del passato. È ancora così? “Il giorno in cui ho provato la Ferrari di papà a Fiorano è stato incredibile, mi sono emozionato. All’inizio in F.1 ero un po’ freddo però era l’unico modo per guardare avanti. In realtà sono sempre stato impressionato da mio padre e felice di essere suo figlio, ma facevo la mia carriera”. Dipende anche dal suo carattere? “Sono sempre stato timido nei confronti della gente: sono cresciuto subendo un’attenzione che non meritavo perché a 10 anni non avevo ancora fatto niente, ero solo il figlio di Gilles. E anche dopo aver vinto ero felice per me e la gente vicina a me, ma non andavo in giro a vantare le mie imprese, non potrei mai farlo”. Crede di aver raccolto meno come pilota rispetto al suo talento? “Mah, non lo so. A un certo punto ho preso decisioni che non puntavano a vincere campionati ma a creare e far crescere un team. Anche se l’idea iniziale non era mia sono andato avanti perché era una bella sfida. E alla fine, se vogliamo, quella squadra ha vinto il titolo (con il nome Brawn GP nel 2009, ndr), segno che non era così male. Struttura, budget, non mancava niente. Ma c’era così tanta politica che si è rovinato tutto. Io sono rimasto lì per fedeltà e mi è costato tanto. Ma non ho rimpianti, è la vita”. Il ricordo più bello della carriera? “Il sorpasso su Schumacher a Jerez che mi ha dato il titolo 1997. Quel Mondiale era il lavoro di tutta la mia vita e alla fine è arrivato. Sapevo che Michael mi sarebbe venuto addosso e ho cercato di sorprenderlo con una staccata lunghissima. Se mi avesse visto in anticipo sarebbe riuscito a eliminarmi. Era un mese che ricordavo ai giornalisti quello che aveva combinato in passato, per mettergli pressione. Una parte di lui diceva “Non posso farlo, non posso farlo”. Alla fine ha reagito male e non è riuscito a buttarmi fuori come voleva”. E il più brutto? “Sono due. La fine della Bar e quando ho smesso con la Bmw. Ho ricevuto una chiamata in cui mi hanno detto: “Ti sei fatto male e non vieni alla prossima gara”. Io: “No no, sto benissimo”. E loro: “No, non vieni perché stai male”. “Ah ok, va bene, grazie e ciao”. Sono stati scorretti e questo mi ha dato molto fastidio”» (a SportWeek) • «Vincitore a Indianapolis, campione in F1. Ha avuto tutto quello che voleva? “Mi manca Le Mans. Con quella avrei avuto la Tripla Corona, ci è riuscito solo Graham Hill”. Quanto ci ha messo a togliersi di dosso l’etichetta di figlio di Gilles? “Gradualmente: prima con il successo a Indy, ma soprattutto con quello in F1. Finalmente hanno iniziato a vedere due persone, prima ne vedevano una sola”. Che cosa è cambiato? “Il problema non era essere considerato il figlio di Gilles, ne andavo fiero. Il problema era che si arrabbiavano quando dicevo che non correvo per continuare il sogno di mio padre. Così ho deciso di non parlarne più, perché era diventato impossibile dire la verità”. Ma davvero non ha mai avuto questo desiderio? “No, mai. Papà mi ha fatto conoscere le corse, ma correvo perché lo volevo io non per proseguire ciò che si era interrotto”. Nel 1997, duello Mondiale con Schumacher a Jerez. Se ci ripensa che le viene in mente? “Che Michael, venendomi addosso, mi ha aiutato a vincere. Non posso essere arrabbiato”. Perché i rapporti fra voi erano inesistenti? “Come a scuola, c’è sempre qualcuno con cui non andrai mai d’accordo. Era uno scontro fra lupi, lui era il lupo più forte. Da battere”. Dopo la morte di suo padre, a 11 anni, pianse per giorni e poi disse: ‘Devo andare avanti’. Una forza enorme. “Questo atteggiamento ha avuto lati positivi, e negativi: ho perso anni d’infanzia. Mi ha fatto crescere, ma forse qualche danno l’ha provocato”. Nel 2012 ha guidato la Ferrari 312 T4 di Gilles. “Stupendo. Mi sono immaginato lui che si sedeva dentro per la prima volta, guardando quella tecnologia avanzata per l’epoca. A me sembrava vecchia, pericolosa, per quanto fosse divertente da portare. Girando cercavo di capire che cosa passava nella testa di papà”» (a Daniele Sparisci) • È stato anche commentatore per Sky delle gare di Formula 1. «Le piace questo nuovo lavoro in tv? “Commento il dopo gara e il dopo qualifiche. Non faccio la seconda voce in diretta perché, anche se parlo italiano, intervenire a caldo è difficile. Con il mio vocabolario fatto anche di francese e ora portoghese rischio di creare casino, può essere complicato. Così è molto meglio”. Si è preparato molto? “No. Non sapevo cosa aspettarmi e dunque era impossibile farlo. E poi mi piace scoprire le cose sul campo”. Lei ha sempre espresso opinioni deciso. In tv deve mediare? “Non se ne paria neanche. Ma è ciò che vogliono, sanno come sono e nessuno mi ha dato direttive. Però non sono qui solo per criticare”» (a Gianluca Gasperini nel 2013) • Dal 2019 ha stabilito la residenza in Italia, a Somma Lombardo, in provincia di Varese. Nel 2024 ha ottenuto la cittadinanza italiana.
Amori Tre matrimoni e sei figli. Nel 2006 ha sposato Johanna Martinez da cui ha avuto figli Jules (2006) e Joakim (2007). La coppia ha poi divorziato nel luglio 2009. Si è risposato nel 2012 con la brasiliana Camila Lopez, dalla quale ha avuto altri due figli, Benjamin ed Henri. Divorzio nel 2021. Nel 2022 ha avuto il quinto figlio, Gilles, da Giulia Marra, sposata durante il Gran Premio di Las Vegas 2023 e che nello stesso anno ha dato alla luce anche la sestogenita Olivia.
Curiosità «Ha una collezione di computer e videogiochi anni ‘70-80, la fa sentire giovane? “Ne ho un centinaio e funzionano. Li usavo da bambino, amavo programmare. A un certo punto torna la voglia di gioventù”. Che cosa programmava? “Cercavo trucchi perché il computer facesse ciò che volevo. È un approccio che mi hai aiutato pure nelle corse”. Come? “Nella ricerca degli assetti. Sperimentavamo con gli ingegneri, e spesso i trucchi funzionavano bene”» (a Daniele Sparisci).