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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Biografia di Nicola Colaianni

Nicola Colaianni, nato a Bari l’11 aprile 1946 (80 anni). Magistrato. Giurista. Politico (indipendente di sinistra). Era «il pretore dell’ambiente» nella Bari degli anni Ottanta. Già deputato per il Pds tra il 1992 e il 1994. Già consigliere della Corte suprema di Cassazione (fino al 2003). Già professore di diritto ecclesiastico, italiano e comparato, alla Università Aldo Moro di Bari (fino al 2017). Già capo dell’Ufficio legale della regione Puglia (dal 2008 al 2012) • Autore di circa 200 pubblicazioni scientifiche. Scrive sulla Gazzetta del Mezzogiorno e sull’edizione di Bari di Rep, dove tiene la rubrica «Il Vangelo dei Laici» • Cattolico militante, è stato componente di varie commissioni per i rapporti tra Stato e confessioni religiose diverse dalla cattolica (valdesi, ebrei, buddhisti, etc.) • Iscritto al Pci fino al 1991, da deputato propose una legge per fermare l’ascesa di Silvio Berlusconi. «Durante il governo Ciampi andai con altri deputati da Paolo Barile, ministro per i Rapporti con il parlamento, prospettandogli l’ipotesi ineleggibilità di Berlusconi perché titolare di concessioni statali» • Da giudice di Cassazione, invece, il suo nome è legato a una storica sentenza sui crocifissi nelle scuole. «Uno scrutatore si era rifiutato di entrare nel seggio per via del crocifisso. La relatrice era venuta in camera di consiglio con l’intenzione di confermare la condanna. Mi opposi citando una decisione della Corte costituzionale sulla laicità dello Stato redatta da Casavola, che era un giurista cattolico: al momento del voto ci dividemmo e diventai l’estensore della sentenza» • Creatore del primo complesso codice etico universitario, pensato nel 2007 in pieno scandalo baroni all’università di Bari • Nel luglio 2014 il suo era uno dei nomi proposti da Beppe Grillo nella consultazione sul web per scegliere i membri laici del Consiglio superiore della magistratura. Nel 2024 venne fuori il suo nome come candidato a sindaco di Bari per Pd e 5 Stelle, ma non se ne fece niente • Dal 2025 è presidente della sezione barese dell’Associazione nazionale partigiani • Lei è il classico cattocomunista. «Sentirmelo dire non mi dà fastidio» [Gianni Messa, Rep 21/4/2024].
Titoli di testa Nel 2024, quando venne fuori il suo nome come candidato a sindaco di Bari per il centrosinistra, Giuseppe Conte lo stroncò subito: «Parlare di rigenerazione è provocatorio, vista la sua età». Lui ci rimase male • «Ha rifiutato la mia candidatura a sindaco in maniera inelegante. Il suo non è stato un giudizio politico, ma una reazione che sa di anti-politica». L’idea era di Nichi Vendola. «Gli avevo fatto notare: Nichi, guarda che proprio oggi compio 78 anni». E lui? «Non puoi uscirtene così in un Paese in cui il presidente della Repubblica ha 82 anni e il suo predecessore venne rieletto alla soglia dei 90» [Messa, cit.].
Vita «Mio padre Saverio, classe 1897, aveva la quinta elementare e lavorava come contabile. E mamma Caterina era una casalinga». Lei era l’ultimo di quattro figli. «Due fratelli e una sorella che non ci sono più. Il più grande aveva 21 anni più di me e mia sorella 12. Ero nato per compensazione di un fratello che si chiamava come me e che era morto durante gli sfollamenti nel 1943». Una vita nel quartiere Libertà. «Prima al confine con Murattiano e adesso in zona tribunale». Che bambino era? «“È bravo quel Nicola, molto giudizioso”, dicevano ai miei. Ricordo di un pallone regalatomi da mamma e pagato 300 lire, un dono costoso per una famiglia come la nostra. Un vigile lo afferrò mentre giocavamo e lo tagliò in due». Cosa voleva fare da grande? «Mi sarebbe piaciuto insegnare. Mamma voleva mandarmi all’avviamento professionale, ma un giorno incontrammo il mio maestro e mi chiese: “Cosa farai?”. Non gli dissi la verità — a casa fui rimproverato per questo — e lui mi consigliò come prepararmi per l’accesso alle medie». Liceo classico al Flacco. «E un altro incontro. Stavolta col professor Peppino Ruggiero, il penalista e docente universitario, che era stato il mio presidente di commissione alla maturità». Voto finale? «Presi la media del 9. Incontrai il professore in via Sparano e chiese a me e ai miei amici a quale facoltà ci saremmo iscritti. “Credo a filosofia”. E lui: “Ma no, giurisprudenza!”».Le faccio qualche nome: Aldo Moro, Giovanni Leone, Gino Giugni, Renato Dell’Andro... «...e Francesco Paolo Casavola, Nicolò Lipari, Luigi Ferrari Bravo... La facoltà era nel palazzo dell’Ateneo e il rapporto con i docenti era costante. Mi piace ricordare anche i giovani assistenti di allora, da Michele Costantino a Beppe Vacca, Peppino Cotturri e Peppino Tucci. Una grande comunità di studio e di pensiero, oltre che di azione». Tesi di laurea? «In diritto ecclesiastico dello Stato. Ero rimasto affascinato da Arturo Carlo Jemolo. Il titolo della mia tesi era Le ripercussioni del magistero ecclesiastico nell’ordinamento dello Stato: oggi è il principio di laicità». Da che parte era schierato nei referendum su divorzio e aborto? «Sul fronte del no. Nel ’74 animai il Comitato dei cattolici per il No al divorzio, con Vittorio Tanzarella, Filippo Neri, Eduardo Scardaccione e Giancarlo Russo Frattasi. E anche sull’aborto mi opponevo, da cattolico, rimarcando però il principio di laicità: nessuno può impedire a una donna di prendere la propria decisione. Quando si mise mano alla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, la 194, il Pci dimostrò grande apertura verso i deputati cattolici: il risultato fu una normativa davvero ben fatta». L’Italia degli anni Settanta, quella della Rai democristiana, si rivelò più aperta e meno bigotta rispetto a oggi, se pensiamo al fine vita e alle ultime divisioni sulla legge 194. «Col tempo è venuta meno la temperie civile di rispetto del pluralismo. In quegli anni si prese atto della presenza di una società plurale da mettere assieme, adesso invece con la personalizzazione della politica contano i numeri: chi vince, prende tutto. E vale anche per l’ipotesi del premierato».Formidabili quegli anni. «Lo Statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio, il nuovo ordinamento penitenziario, la riforma del diritto di famiglia, l’aborto, la legge Basaglia... A proposito del referendum sull’aborto, ricordo un nostro evento al Kursaal nello stesso giorno di uno con Amintore Fanfani al Petruzzelli. Fanfani portò avanti una campagna rozza: “Dobbiamo vincere!”, diceva. Era la politica dei numeri che si opponeva a quella del pluralismo». Era già entrato in magistratura. «Primo incarico a Crotone, da sostituto procuratore: oggi mi definirebbero più pomposamente “magistrato antimafia”». Un aneddoto su tutti? «Crotone non aveva un carcere e per gli interrogatori dovevamo spostarci. Una volta dovevamo muoverci fra Reggio, Soveria Mannelli e Cosenza. Si viaggiava nelle auto degli avvocati. Ci fermammo in un ristorante e uno di loro, dopo che avevamo ordinato gli spaghetti con i frutti di mare, tornò in macchina per prendere il peperoncino che si era portato da casa. Il cameriere gli urlò: “Avvoca’, u pipaloru u ’ndavimi nui!”. Avvocato, il peperoncino ce l’abbiamo noi!». Pretore a Bari dal 1983: erano gli anni dei pretori d’assalto. «Amavo definirmi un pretore costituzionale. Ci fu qualche screzio con i colleghi pretori civili, che avevano concordato di non sollevare alcuna questione di legittimità costituzionale sull’equo canone. Ma io decisi di procedere diversamente». Il sindaco psi Franco De Lucia non la pensava allo stesso modo. «Mi definì un pretore d’assalto quando disposi il sequestro parziale del vecchio stadio durante un Bari-Napoli in A, vietando l’ingresso degli spettatori oltre quota 35 mila» [Messa, cit.].
Amori Sposato con Chiara, insegnante di lettere in pensione. «Ci eravamo conosciuti ai tempi dell’Azione cattolica. Oltre alla associazione, frequentò con assiduità anche il presidente...».
Figlie «Caterina e Daniela, entrambe insegnanti. Una vive a Milano e l’altra a Firenze. E tre splendidi nipotini: Mattia, Agata Nina e Davide».
Tifo Juventino sfegatato. «Il mio idolo era Boniperti» [Messa, cit.].
Curiosità Ha collaborato con la Treccani per la redazione di alcune voci giuridiche • Cantanti preferiti: Enzo Jannacci e Giorgio Gaber • Ha in casa una lettera autografa di Leonardo Sciascia. «Risale ai tempi del suo articolo “I professionisti dell’antimafia”, che aveva scatenato un putiferio. Presi le sue difese sulla Gazzetta e mi scrisse: “È l’unico ad avere individuato il contenuto del mio articolo”» • Nel 2022, dopo l’inizio del conflitto su larga scala in Ucraina, chiese di spostare «in un luogo discreto» una statua San Nicola donata da Putin alla città di Bari • Al referendum sulla giustizia del 2026, era ovviamente schierato per il No. Vinta la partita, concluse una conferenza stampa intonando Bella ciao • Da ex docente, al sindaco Antonio Decaro darebbe un 27, a Michele Emiliano 27 per i due mandati da sindaco e un 18 politico per il periodo alla regione • Non riesce a capacitarsi che la Lega abbia preso voti Bari, al punto da esprimere un candidato sindaco. «È il trionfo dell’insensibilità. Come si fa a sostenere un partito che discrimina di fatto il nostro Sud?».
Titoli di coda Rimpiange di non essere riuscito a fare la legge per l’incandidabilità di B. «Il ministro Barile disse che un governo tecnico non poteva affrontare il tema senza l’input della politica. Ci rivolgemmo a Massimo D’Alema, il nostro capogruppo alla Camera, proponendogli di andare avanti con la legislatura per mettere mano alla norma. Era il 1993, avevamo appena vinto le elezioni amministrative a Roma, Torino e Napoli e sentenziò: “Battiamo il ferro finché è caldo. E poi, Berlusconi prenderà il 5 o 6 per cento...”» [Messa, cit.].