13 aprile 2026
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Biografia di Frank Serpico
Frank Serpico, nato a Brooklin (New York, Stati Uniti) il 14 aprile 1936. Ex poliziotto.
Titoli di testa «Voglio dire la verità. Questo è quel che voglio fare» [Larry McShane, New York Daily News].
Vita Sua madre, Maria Giovanna, nasce negli Stati Uniti, ma all’età di 3 anni rientra nel paese natale della sua famiglia, Marigliano, in Campania. Lì, ventitré anni dopo, sposa Vincenzo Serpico, di professione ciabattino. Rimane incinta e assieme al marito decide di tornare negli Stati Uniti [Riccardo Lo Faro, ilmiolibro.kataweb.it] • I due avranno quattro figli, tre maschi e una femmina. Francesco è il più giovane: «Le suore volevano che venissi battezzato col nome di Francis. Mio padre si impuntò. Questo figlio mio ha sangue italiano e deve avere nome italiano (...). Quando mi chiamano Frank non mi dispiace. Gli americani, lo sa, accorciano tutto» [Massimo Magliaro, Tempo] • Cresce in una famiglia molto unita, in una casetta a Brooklin. Il padre fa il calzolaio e la madre lavora prima in una fabbrica di pellicce e poi come operaia in una fabbrica di dolciumi. Hanno uno stile di vita molto frugale: l’unica fonte di calore è una stufa, alimentata con gli scarti delle scarpe fabbricate dal padre; coltivano ortaggi e allevano polli nel campo vicino a casa. Inizia qui la forte passione di Frank per la natura (uno dei posti preferiti della sua infanzia sarà il giardino botanico di Brooklin) [A&E Biography] • «Ho superato delle difficoltà nella mia infanzia: ero dislessico, e a scuola gli insegnanti mi ritenevano stupido perché la mia prima lingua era l’italiano, che parlavo a casa. Mettevo i vestiti usati e rattoppati dei miei fratelli» [Stefania Maurizi, Fatto] • Fin da bambino sente il desiderio di entrare in polizia, attratto non tanto dalle armi e dall’autorità, quanto dal fatto che gli sembrano «i buoni», gli amici e i protettori dei deboli [A&E Biography] • A 13 anni la madre lo porta in Italia a conoscere la famiglia: lì scopre di avere uno zio carabiniere: «Rimasi impressionato dal rispetto e dalla dignità con cui lavorava, e dal rispetto che la gente gli portava» [Frank Serpico, Politico] • Alle superiori liceo frequenta la prestigiosa Saint Francis Preparatory school. Quando gli viene richiesto quale lavoro gli piacerebbe fare, risponde: «Il poliziotto in borghese» [A&E Biography] • Molto presto, però, si rende conto però, che non tutti i poliziotti sono «i buoni», come quelli che non lo denunciano quando si ferisce accidentalmente con una pistola rudimentale che si era fabbricato. Per esempio, a otto anni vede un poliziotto manganellare senza pietà un’anziana signora nera [Serpico, cit.] • Nel tempo libero fa il lustrascarpe nel negozio paterno: «Avevo una decina d’anni. Un giorno entra un poliziotto. Si siede e tocca a me lucidargli le scarpe perché mio padre aveva un altro cliente. Ce la metto tutta. Voglio fare bella figura con un uomo in divisa. Strofino, ingrasso, lucido come meglio non avrei mai potuto. Quando finisco, il poliziotto si alza e se ne va. Senza pagare. Senza dire grazie. E senza neanche salutare. Io ci rimango malissimo. Trattengo a stento le lacrime e mio padre corre a consolarmi dicendomi: “Vedrai che prima o poi gli daremo una lezione”. Il giorno dopo, puntuale, eccolo che torna. Mio padre esce dal negozio. Gli si para davanti. Io gli sto a fianco. E gli chiede: “È venuto per farsi pulire le scarpe?” “Certo”. Mio padre gli allunga la mano: “Qua i soldi (…)”. Il poliziotto sbofonchiò qualcosa che non capimmo, girò i tacchi e se ne andò. Il commento di mio padre fu: “Abbiamo perso un cliente ma abbiamo conquistato la dignità”. Non l’ho mai dimenticato. Fu una lezione di vita dalla quale la mia esistenza è stata segnata per sempre» [Magliaro, cit.] • Nonostante dei risultati scolastici scadenti, riesce a diplomarsi nel 1954. Nello stesso anno si arruola nell’esercito e partecipa alla guerra di Corea per due anni. Ritorna dalla guerra con una passione ardente per la cultura asiatica [A&E Biography] • Si iscrive al corso di scienze di polizia al Brooklin College e contemporaneamente lavora come investigatore privato e come educatore giovanile: vorrebbe lavorare nella divisione minorile per affrontare il problema delle bande [Maurizi, cit.] • L’11 settembre 1959 diventa un poliziotto in prova del Dipartimento di polizia di New York, e sei mesi dopo viene confermato. Si distingue da subito per essere un cadetto esemplare: lavora indefessamente con ottimi risultati. Altrettanto presto, però, si accorge del marciume che pervade il Dipartimento: arresta due pericolosi rapinatori, ma ad essere premiato con una medaglia è il figlio di un superiore [Jane Turner, whistleblowersblog.org] • Lavora per breve tempo nell’81° distretto, poi viene assegnato al Dipartimento di identificazione del crimine, dove si occupa, tra le altre cose, di impronte digitali. Fortunatamente, due anni dopo, viene trasferito e assegnato all’incarico che desidera da sempre: le indagini sotto copertura, in borghese [sfponline.site-ym.com] • Serpico non coltiva l’immagine da poliziotto, vive nel quartiere di Greenwich Village, epicentro della cultura hippie (dice in giro di lavorare come guida turistica), e possiede tutti gli stilemi della cultura anticonformista del tempo: barba lunga, vestiti trasandati, forte interesse per la poesia, la filosofia, la musica, la scultura, il ballo. Abita in un seminterrato sempre pieno di animali di ogni genere [A&E Biography] • Questo non diminuisce la sua efficacia come poliziotto: lavora più dei suoi colleghi, in zone peggiori, con risultati migliori. E soprattutto è l’unico che non accetta bustarelle. E questo rende molto nervosi i suoi corrottissimi colleghi: «Scoprii che ero da solo in un mondo di corruzione istituzionalizzata, dove il trattenere “il tampone”, cioè tutti i soldi che avevano ricevuto da spacciatori e scommettitori, voleva dire che gli agenti passavano più tempo a calcolare quanto dovesse essere grande la loro fetta di torta anziché a fare i custodi della pace» [Mick Clifford, Irish Examiner] • Serpico non ci sta: comincia a segnalare le malefatte dei colleghi ai superiori, con scarsa fortuna, per due anni. «Il primo posto in cui sono andato è stato il Dipartimento di investigazione del sindaco: dove mi dissero subito e chiaramente che avevo due scelte: 1) Forzargli la mano, il che significava che mi avrebbero ritrovato nell’East River con la faccia in avanti; oppure 2) Lasciar perdere» [Serpico, cit.] • Ma lui decide di non lasciar perdere: resiste alle pressioni e all’insofferenza, incontra un agente che la pensa come lui, David Durk, e continua le segnalazioni ai superiori, ricevendo in cambio vaghe promesse. Quando, nel 1968, il procuratore distrettuale di Brooklin mette sotto indagine otto poliziotti in borghese per corruzione, Serpico fa l’impensabile e rompe il «muro blu del silenzio»: testimonia contro di loro. Viene prontamente ostracizzato, e la sua fama di guastafeste si propaga per tutto il Dipartimento. Così, quando l’anno dopo viene trasferito alla narcotici, viene immediatamente preso di mira con minacce e intimidazioni. Ma è solo quando si sente dire dalla polizia dell’aeroporto di New York, che tenta invano di incastrarlo mettendogli delle sostanze illecite nel bagaglio: «Ricordati una cosa: se ti vogliamo, ti becchiamo», che decide di agire drasticamente [John W. Flores, Baltimore Post-Examiner] • Il collega e amico David Durk conosce un giornalista del New York Times, David Burnham. Organizza un incontro segreto, e dalle testimonianze fornite da Serpico, Durk, e altri due agenti nasce una serie di articoli esplosivi (il primo dei quali viene pubblicato il 25 aprile 1970) che sconquassa il Dipartimento di polizia e il sindaco John Lindsay, il quale è costretto a nominare una commissione d’inchiesta indipendente (prima aveva tentato di assemblarne una “addomesticata”), presieduta dal giudice Whitman Knapp [A&E Biography] • «La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti "on the take", come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i “grass eaters”, quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i “meat eaters”, i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle “famigghie”, delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di “centinaia di milioni di dollari” ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori» [Vittorio Zucconi, Rep] • Nel frattempo Serpico prosegue la sua carriera nell’ambiente sempre più ostile della narcotici. Sinché, il 3 febbraio del 1971, rimane quasi ucciso in una sparatoria: «Dovevamo irrompere nell’abitazione di un trafficante di droga ispanico (…). Il palazzo era senza ascensore e, quando arrivammo su, il collega mi disse di farmi avanti. Sapeva che parlavo anche spagnolo; per questo chiese proprio a me di bussare per fare aprire la porta. Mi disse: “Fatti aprire la porta, poi spostati ché interveniamo noi”. (…) Quando la porta si aprì, diedi subito una spallata per spaccare la catenella ma il tipo, scattando in avanti, me la chiuse contro. Rimasi con la spalla e il braccio destro bloccato per metà all’interno, non riuscivo a muovermi ma puntai la mia Smith & Wesson contro lo spacciatore. (…) Da dietro di me non si muoveva nessuno; così, preso dalla rabbia, feci l’errore di spostare lo sguardo verso il collega alla mia sinistra, urlando: “Che diavolo stai aspettando? Dammi una mano!”. Nell’istante in cui tornai indietro con lo sguardo vidi lo scoppio dalla sua pistola, mi stava sparando in faccia. Quasi nello stesso istante sparai anch’io, probabilmente come riflesso, e lo colpii. Quando ripresi conoscenza, ero in terra, di schiena, in una pozza di sangue cercando di capire quanto grave fosse quel colpo in faccia. Ero cosciente e sentendomi tutto ricoperto di sangue sul volto ricordo che mi dicevo: “Forse è uno di quei colpi che entrano ed escono, magari non è fatale”, poi mi chiedevo “L’avrò ancora la parte posteriore della testa”? Sentii poi una voce che diceva: “Non preoccuparti, andrà tutto bene” e quando aprii gli occhi, vidi un vecchio ispanico. I minuti passavano ma degli agenti in soccorso nemmeno l’ombra» [Lo Faro, cit.] • «I colleghi non avevano chiamato nemmeno l’ambulanza e tempo dopo seppi che fu l’anziano ispanico a farlo. Solo quando un’altra auto di pattuglia sentì alla radio che era stato colpito un’agente della narcotici intervenne e così mi portarono in ospedale. Tempo dopo mi raccontarono che uno dei due agenti che arrivarono in mio soccorso disse poi che se avesse saputo che si trattava di me non sarebbe intervenuto. Quando ero in ospedale venne uno degli agenti che partecipò con me all’azione di quella sera per riportarmi l’orologio. Gli chiesi: “Che diavolo dovrei farci con l’orologio? È il back-up che mi serviva, dovevate darmi appoggio in quel momento, dov’eravate?”. E lui rispose: “Fottiti, Serpico!”» [ibid.] • Le circostanze misteriose della sparatoria suscitarono il sospetto che Serpico fosse stato vittima di un atto deliberato da parte dei colleghi, desiderosi di vendicarsi. Non venne mai aperta un’indagine in proposito [Serpico, cit.] • La sparatoria gli costerà la perdita dell’udito da un orecchio, la permanenza dei frammenti del proiettile nel cranio, mal di testa cronici, incubi ricorrenti per il resto della vita [Matthew Shaer, New York Magazine] • Ripresosi, nell’ottobre e nel dicembre del 1971 Serpico testimonia davanti alla commissione Knapp, concludendo il suo intervento con le parole: «Dobbiamo creare un’atmosfera in cui gli agenti disonesti abbiano paura degli onesti, e non il contrario. Spero che questa indagine e tutte quelle del future affronteranno la corruzione a ogni livello del dipartimento» [Larry McShane, New York Daily News] • Nel maggio del 1972 gli viene conferita la Medaglia all’ Onore della polizia di New York, il riconoscimento più alto del dipartimento, ma senza cerimonia e senza attestato, «come un pacchetto di sigarette». Un mese più tardi va in congedo con una pensione di disabilità. Decide di lasciare gli Stati Uniti e s’imbarca su un aereo diretto in Svizzera. Passerà i successivi otto anni a vagabondare per l’Europa [Serpico, cit.] • Le uniche brevi puntate che fa in patria, nel 1973, sono relative a Serpico: la prima, per la scrittura del libro, la sua biografia firmata da Peter Maas, che venderà più di tre milioni di copie, e la seconda per assistere alla produzione del film tratto dal libro, dove viene impersonato (con grandissimo successo) da Al Pacino. Il film non lo lascia soddisfatto: se ne va infuriato dal set dopo aver visto l’inserimento nel film di avvenimenti mai successi e altre imprecisioni. Quanto all’interpretazione di Al Pacino, dirà che, sebbene la sua recitazione sia stata «come al solito esagerata», era riuscito a «catturare il lato emotivo di quello che mi sono trovato ad affrontare, e siamo andati d’accordissimo» [Mari Jones, dailypost.co.uk] • Anche gli anni in Europa non sono serenissimi, nonostante possa sostentarsi senza lavorare, grazie alla pensione d’invalidità e ai diritti del libro e del film: si sente perseguitato dall’Fbi: «In Svizzera mi crearono più problemi. I federali venivano al mio chalet per ripetermi: “Te ne devi andare di qui, devi tornare in America”. Era un assillo. Ovunque andassi me li ritrovavo tra i piedi. Andai in Danimarca, dove, tra l’altro, avevo un appuntamento galante, e dovetti fare le acrobazie per evitare i loro controlli. Mi spostai in Germania, stessa storia. Fu un incubo» [Ranieri Salvadorini, Rep] • Dal 1980 riprende la residenza negli Stati Uniti, e passa il decennio successivo a percorrerli in lungo e in largo in camper; parlando di «medicina cinese, di erbe medicamentose, di shiatsu, di Zen, di musica etnica africana, eccetera» [Paolo Mastrolilli, Stampa] • Successivamente va ad abitare in una baita di tronchi che lui stesso ha aiutato a costruire, in mezzo alla natura presso il paesino di Stuyvesant, a nord di New York. Qui si dedica alle sue numerosissime passioni, riemergendo periodicamente nel dibattito pubblico americano: nel corso degli anni ha preso posizioni molto nette, difendendo Julian Assange, schierandosi con il movimento Black Lives Matter, denunciando il perdurante clima di ostilità ai cambiamenti della polizia americana e l’inclinazione a fare uso della violenza e delle armi in maniera indiscriminata e impunita. Ha viaggiato molto e tenuto conferenze e interventi in centinaia di istituzioni diverse in tutto il mondo. Nel 2015 ha tentato di farsi eleggere, in quota democratica, nel consiglio comunale del suo paese, ma senza successo. Nel 2022 il sindaco di New York, Eric Adams, gli ha consegnato con una cerimonia, l’attestato che aspettava da più di cinquant’anni [New York Times] • Nel 2013, durante una cerimonia organizzata dall’Associazione Nazionale della Polizia di Stato ha ricevuto il premio San Michele Arcangelo, assieme al passaporto italiano. Cosa è per lei l’Italia? «È il Paese dove voglio tornare. Voglio morire lì, da dove partì mio padre. Seguo su internet la stampa italiana e so perfettamente bene che l’Italia ha tanti problemi: disoccupazione, droga, criminalità, corruzione. So che la mia scelta non è per andare a star meglio dal punto di vista materiale. Qui si sta bene, non mi manca niente. Adoro coltivare le mie insalate, i miei pomodori, la mia frutta. Mi piace ancora (ma prima mi piaceva di più) allevare le mie pecore, le mie galline, le mie vacche. Qui ho tanti amici che mi vogliono bene. Ma più di ogni altra cosa sento da parecchio tempo una gran voglia d’Italia. La mattina, quando mi alzo, la prima cosa che mi viene di fare, mentre metto su il caffè, è cantare. “Guarda ’o mare quant’è bello, spira tanto sentimento…”» [Magliaro, cit.].
Curiosità Parla «l’italiano, l’inglese, lo spagnolo, il francese e il giapponese da quando ero in polizia. Poi ci ho aggiunto l’olandese e il tedesco, e ho studiato il russo e l’arabo. Ho recitato in teatro, sono un esperto ballerino, poeta, scultore, cuoco, e mi preparo il pane da me» [Stefania Maurizi, Fatto] • Sono svariati anni che lavora a un’autobiografia, che però non riesce a finire perché è «troppo occupato a vivere» [Mirela Iverac, wnyc.org].
Amori Sin da giovane ha una reputazione da dongiovanni, che ha mantenuto fino alla tarda età: «Non mi piacciono le donne: mi piace il cibo. Le donne le amo: sono lo yin del mio yang» [Kathleen F. Phalen, gadflyonline.com] • «Conoscevo alcune favole su di lui. Favole con delle signore. Alcune mie amiche erano sue amiche, e su di lui avevano alternativamente da dire delle cose meravigliose o scoraggianti. Ma immagino che sia questo a far di lui, lui» [Iverac, cit.] • Alla fine degli anni ’70, in Europa, conosce una donna olandese di nome Marianne. Si sposano tramite un «matrimonio spirituale» e vanno a convivere per tre anni assieme ai due figli di lei. «Era la mia anima gemella». L’unione termina alla morte di lei per cancro, nel 1980 [Phalen, cit.] • Sempre nel 1980, a New York, nasce suo figlio, da una certa L. Pamela P. «Una signora con cui avevo da poco una relazione si è fatta mettere incinta, dicendomi che prendeva la pillola. Mi ha trascinato molto pubblicamente in tribunale, ha preteso soldi per vent’anni e soprattutto non mi ha lasciato crescere mio figlio, che è diventato come la madre» [Borromeo, cit.] • Il figlio, Alexander, di professione addetto al montaggio, è morto nel 2021 per overdose da fentanyl [New York Post].
Titoli di coda «Togliere una goccia alla volta dal mare può sembrare inutile, ma se smetti, affoghi. Per cambiare il mondo basta una piccola cosa: fare il proprio lavoro, qualunque esso sia, onestamente. Come ho fatto io» [Borromeo, cit.].