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 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Biografia di Mauro della Porta Raffo

Mauro della Porta Raffo, nato a Roma il 17 aprile 1944 (82 anni). Scrittore. Saggista. Presidente onorario della Fondazione Italia-Usa. «Ho visto, ho letto e ricordo tutto (perfino le cose che devono ancora accadere)» • Figlio del tenente Manlio Raffo, romano, e di Anna Maria della Porta Rodiani Carrara, nativa di Genazzano (Roma), folgorati nel 1942 da «un colpo di fulmine, un amore che fa superare i terribili e subito emersi contrasti di carattere»: per sposare la donna, il tenente Raffo, fervente fascista già volontario in Grecia, rinunciò a partire volontario per la campagna di Russia, nonostante avesse già completato l’apposito corso preparatorio a Terracina. «Un atto […] deciso in piena coscienza, ma del quale, sono certo, non si darà mai pace. […] Cinquant’anni e passa di litigi feroci e di rappacificazioni altrettanto violente, tre figli a distanza di anni e, dopo un veloce passaggio a Napoli e un secondo brevissimo momento a Catania, l’amata Varese». A Varese si stabilirono nel 1946, quando il padre, nel frattempo divenuto direttore dell’Ente provinciale per il turismo di Catania, vi si fece trasferire «per far contenta mia madre, che odiava il clima della Sicilia» • Nonostante un precocissimo amore per la lettura («Frequento le librerie da quando avevo pressappoco tre anni»), «sono sempre stato un disastro a scuola. Ma proprio un disastro. Anche sul piano disciplinare. In seconda media, alla Dante Alighieri, toccai il record delle espulsioni dalla classe: centottanta, perfino due al giorno». Ogni anno veniva quindi rimandato a ottobre, «tranne una volta: mi avevano bocciato a giugno». «Le medie? Le ho cominciate quando la lingua straniera da studiare era il francese. Quando si ragionava in francese. Quattro anni (in terza mi hanno appunto bocciato) e ovunque, non solo a scuola, imperava l’inglese. È in quel lasso di tempo – seconda metà dei Cinquanta – che è cambiato il mondo». Alle superiori «“andai sciaguratamente di male in peggio. Feci il liceo scientifico, e tenni fede all’uso di recuperare d’estate il tempo perso nei mesi precedenti. Esami ogni anno, mai una promozione. Alla maturità ammesso con la media del cinque, ma solo perché i voti in filosofia, storia e italiano bilanciarono il disastroso verdetto delle altre materie. Un professore mi chiese: ‘Cosa sono le putizze?’. ‘Non so’, risposi. ‘Ma so che è scritto a pagina 252 del libro di scienze’. ‘Se è vero’, replicò guardandomi in tralice, ‘ti rimandiamo invece di bocciarti’. Era vero”. […] L’università segnò un cambio di marcia? “Nient’affatto. Ci misi dieci anni, a laurearmi. Ma per forza: mi iscrissi, bongré malgré, a Giurisprudenza, e della giurisprudenza non m’importava un fico. Frequentare, una noia. Dare esami, di tanto in tanto. Interessi alternativi: un mare”» (a Massimo Lodi). «Mio fratello Silvio, quando aveva 6 anni, disse: “Io da grande voglio fare l’insegnante e il poeta”. E così ha fatto. Io non ho mai sognato che cosa avrei fatto da grande, e anzi tendo a stancarmi e ad annoiarmi di ogni attività molto rapidamente. Quindi ho fatto un po’ di tutto». «A 23 anni ero già direttore dell’Azienda di soggiorno, e quindi facevo lavorare gli altri, ovvio. Laureato in Giurisprudenza, complice mio suocero, che era agente della Reale Mutua Assicurazioni, sono stato costretto a occuparmi di sinistri per tre anni. Un’esperienza abominevole. Nel 1978 ho detto “basta” e sono diventato giocatore di carte professionista. Di nascosto da mia moglie. Le dissi che ero agente immobiliare. Uscivo di casa la mattina, andavo in via Silvestro Sanvito, nascondevo l’auto e giocavo a pinella con i clienti di un bar. Puntate da 20.000 lire. Alla fine del mese mettevo insieme un discreto stipendio» (a Stefano Lorenzetto). «Per all’incirca un decennio ho vissuto così: volutamente fuori da ogni realtà che non fosse connessa alle carte, al biliardo, alle corse dei cavalli, alla roulette. […] Come ho smesso, vale proprio la pena di raccontarlo. Venivo via dal casinò di Campione, e avevo perso anche un bel po’ di soldi. Ero quasi alla frontiera: l’ultimo distributore di benzina a sinistra. Mentre mi fanno il pieno, vado alla toilette. Tirata fuori dal portafogli la carta d’identità, la strappo in quattro, e poi in otto, e poi ancora in sedici pezzettini, e quei sedici pezzettini di me li butto dentro il water e faccio scendere l’acqua. “Adesso senza documenti nei casinò non puoi più entrare”, mi dico. Perché oramai non ero più “in gobba”, e non solo alla roulette, da troppo tempo. “Hai chiuso lo studio, non lavori, in famiglia sembra non sappiano cosa fare di te”, mi ricordava “l’Altro” di me. “Mauro, ci vuole una svolta, lo capisci?”, mi dicevo. E la svolta arrivò». Era il 1992. «Avevo già quarantotto anni, e mi dissi: Piero Chiara è diventato Piero Chiara a quarantanove anni, con Il piatto piange. Scrivere mi piace: perché non provare?». Iniziò allora a scrivere racconti («La mia forma letteraria è il racconto: un romanzo è troppo lungo, mi stancherei io a scriverlo, figurarsi un altro a leggerlo»), che propose a vari giornali, tra cui La Prealpina, il primo a pubblicarli. Il medesimo quotidiano vide anche il suo esordio in veste di commentatore di cose americane. «Ho firmato “Mauro della Porta Raffo” la pagina pubblicata da La Prealpina sabato 31 ottobre 1992 sulle elezioni Usa in programma il successivo martedì 3 novembre. Mi chiesero come andassero firmati gli articoli colà proposti e decisi in questo senso. Eccessivo difatti sarebbe stato firmarmi con tutti i nomi e cognomi. Era quella la prima volta che un mio articolo veniva pubblicato». Pochi anni dopo, una nuova svolta. «A metà anni Novanta molti giornali aprirono e chiusero nell’arco di pochi mesi. Nel 1996, quando uscì Il Foglio, mi dissi: compriamolo, così, quando tra qualche mese chiuderà, avrò la collezione. Poi, essendo sempre stato appassionato di elezioni statunitensi, notai alcuni errori nelle cronache della campagna elettorale in corso. Così iniziai a inviare per fax le mie correzioni al Foglio, come tante volte avevo fatto con altri giornali, e per la prima volta Ferrara le pubblicò, tra le lettere, e continuò a pubblicarle fino all’estate, quando d’un tratto smise. Allora mi arrabbiai, e gli scrissi un lungo fax che conclusi con la citazione di Wilde sui giornalisti ignoranti quanto i loro lettori: pensavo di aver chiuso così quel capitolo. Invece il giorno dopo un amico mi disse: “Hai letto Il Foglio di oggi?”. Andai a vedere, e Ferrara aveva pubblicato integralmente il mio pezzo, dedicandogli un titolo a nove colonne e rispondendomi “Lei merita una rubrica. Ci sta?”. Iniziò così la rubrica “Pignolerie” (che curai sul Foglio fino al 2009). Quando, poco dopo, Ferrara divenne direttore di Panorama, mi propose di tenere una rubrica anche sul settimanale, in cui evidenziare gli errori commessi dal concorrente L’Espresso: la intitolammo “The Other Place”, che è il modo in cui le università di Oxford e di Cambridge alludono l’una all’altra, senza mai nominarla. Quelli dell’Espresso impazzirono, e cercavano ogni volta di individuare errori in quello che scrivevo, ovviamente senza mai riuscirci: come noto, io non sbaglio mai. L’unica volta che commisi un errore non lo notò nessuno, e fui poi io stesso a correggermi» (a Simone Furfaro). «Il più facile da colpire e insieme il più lamentoso tra le “vittime”? Enzo Biagi, bersaglio davvero comodo, visto che scriveva sbagliando praticamente ogni riferimento (cosa imperdonabile, tanto che alla sua dipartita gli ho dedicato su Il Giorno un feroce “contro-coccodrillo”): ha fatto, invano, di tutto per convincere Ferrara a non farmi più scrivere. Il migliore, Indro Montanelli: dopo le presidenziali Usa del 2000, commise un errore storico. Glielo segnalai dicendogli di tenere per sé quanto gli indirizzavo. Fece il contrario, sostenendo che altrimenti i lettori, sviati dalla sua “castroneria” (usò questo vocabolo), non avrebbero saputo come stavano le cose. Ne scrisse sul Corriere citandomi, affermando che mi leggeva sempre con piacere e lodandomi» (a Gianni Barbacetto). Seguirono numerosissime collaborazioni con molti dei principali quotidiani e periodici italiani (Corriere della Sera, il Giornale, La Stampa, Il Tempo, La Gazzetta dello Sport, Il Sole 24 Ore, Quotidiano Nazionale, Libero, il Borghese, Oggi, Vanity Fair, Gente, Capital, Studi Cattolici ecc.), nonché col ticinese Giornale del Popolo e persino con Politika, uno dei principali quotidiani serbi, sul quale a partire dal 2023 ha pubblicato numerosi articoli relativi all’attualità politica statunitense. Parallelamente ha anche collaborato con trasmissioni televisive e radiofoniche della Rai e della televisione svizzera, in veste ora di ospite ora di consulente storico, documentarista, commentatore delle campagne elettorali e delle elezioni statunitensi (che segue costantemente anche per la Fondazione Italia-Usa), responsabile della stesura e della correttezza delle domande della trasmissione Quiz Show (Rai 1) e altro ancora. Dal 1999 organizza e conduce a Varese, su invito del Comune, «I salotti di Mauro della Porta Raffo», serie di incontri con molti dei protagonisti del panorama artistico-culturale che, interrotta nel 2020 a causa della pandemia, ha ripreso nel 2024 ed è tuttora in corso. «Il primo fu con Vittorio Feltri, poi toccò a Paolo Liguori. […] Ci sono stati salotti dove la gente era giù per strada perché non c’erano più posti in sala, per esempio quando è venuto Enrico Mentana o la volta in cui sotto la mia guida si confrontarono – dopo che il primo aveva scritto dell’altro che, essendo comasco e non varesotto, non faceva ridere – Nanni Svampa e Memo Remigi. A volte facevi il pienone, a volte no. In una occasione, a Gavirate, ho tenuto una conferenza sul futurista Bruno Corra davanti a una sola persona. Da quella volta mi sono detto che bisogna essere sempre pronti a tutto» (a Michele Mancino). Nel 2013 ideò «Dissensi & discordanze», semestrale culturale cui collaborarono «le migliori penne italiane e i più acclamati fotografi». Nel 2016 fu tra i cofondatori de La Verità, su cui «ho pubblicato forse una decina di articoli prima di lasciare, non trovando reale corrispondenza di idee e opinioni». Autore di decine di libri tra racconti e saggi, per lo più monografie sugli Stati Uniti o su personaggi illustri legati a Varese, con La prima squadra non si scorda mai. Confessioni pubbliche di tifosi d’alto bordo (Marna, 2004), scritto insieme a Luca Goldoni, fu finalista al Premio Bancarella Sport 2005. Da ultimo, il 28 marzo 2026, ha pubblicato, presso l’editore Arca, Donald Trump. Le origini, i trascorsi, l’oggi, il futuro, primo volume della sua opera omnia, intitolata When almost everything is said and done, la cui pubblicazione è prevista nell’arco dei prossimi sette anni. «Non mi spaventa assolutamente prendere, ottantaduenne, […] un impegno pluriennale. Ho sempre pensato che la morte sarebbe arrivata al compimento da parte mia degli ottantanove anni, il 17 aprile 2033, toccando i 32.514 giorni» • Iscrittosi ancora ragazzo al Partito liberale italiano, nella sede di Varese conobbe lo scrittore Piero Chiara (1913-1986), all’epoca segretario provinciale del Pli, e il cantautore Bruno Lauzi (1937-2006), collaboratore senza stipendio di un locale periodico del partito. «Quanti ebbero per tutti gli anni Sessanta e larga parte dei Settanta modo di frequentare gli uffici di via Bernascone, per quanto mai obbligati a partecipare, si trovarono ogni volta ad assistere a vere e proprie maratone di scopa d’assi a due, alle quali, partito verso altri lidi Lauzi, davamo vita Piero Chiara e io. Furono per me quelli – per quanto incredibile ciò possa apparire ai poveri di spirito – anni di intenso apprendistato. Nessuno, apparentemente, lavorava. Tutti avremmo lasciato invece di noi grande traccia». In vista delle elezioni politiche del 1972, divenuto nel frattempo responsabile del Pli di Varese e vicesegretario provinciale, accettò di candidarsi alla Camera. «Quarantacinque giorni!!! Tanto durava la lotta per la conquista dei voti di partito e soprattutto delle preferenze. […] Presi all’incirca un migliaio di voti di preferenza [non venendo eletto – ndr], e ne fui soddisfatto quasi quanto lo ero stato il giorno in cui mi era capitato di trovarmi sul palco di un comizio a Varese nientedimeno che con Giovanni Malagodi, il nostro mitico segretario nazionale. Tre anni dopo, in un momento nel quale il Pli ancora “teneva”, fui eletto consigliere della amministrazione provinciale di Varese. Ma i giochi volgevano al termine. Di lì a poco, obbligato proprio in ragione dei miei incarichi di politico e di pubblico amministratore a candidarmi nuovamente per la Camera dei deputati in una congerie assolutamente negativa, pur ancora sostenuto da un consistente numero di elettori, mi trovai coinvolto in una delle peggiori débâcle del mio movimento. Era il 1976: finiva lì (anche se me ne sarei reso conto solo un paio di anni dopo) la mia vita “politica”, e cominciava in quel momento ad allentarsi l’ultraquindicennale sodalizio che mi aveva unito a Piero Chiara, con il quale sempre più raramente mi sarei scontrato, carte in mano, a scopa d’assi nella sede del Pli di via Bernascone. Non molto tempo ancora, e in città il Caffè Centrale e il Bar Pini – laddove ci eravamo affrontati e, come si conviene a due avversari, pesantemente insultati con le stecche da biliardo in mano – avrebbero chiuso i battenti». Passarono molti anni prima che si lasciasse di nuovo tentare dalla politica: nel settembre 2005 annunciò a sorpresa la sua intenzione di candidarsi alla guida del centrodestra in caso di primarie (poi mai tenute), e nel 2011 si candidò a sindaco di Varese a capo di una lista civica, ottenendo il 2,64% dei consensi. Nel giugno 2021, in seguito alla rinuncia di Roberto Maroni, ricevette dal centrodestra una proposta di candidatura alla carica di sindaco di Varese in vista delle successive elezioni comunali, che però a malincuore dovette declinare, per considerazioni legate all’età e ai non pochi problemi di salute, peraltro aggravati dalla Covid-19, che aveva sviluppato nel novembre 2020 e da cui non si è mai pienamente ripreso • Sempre molto attivo nella promozione di iniziative culturali, nel 2016 è stato presidente e coordinatore del Comitato cittadino per l’organizzazione delle manifestazioni dedicate al bicentenario dell’elevazione di Varese al rango di città (1816-2016), e dal 2020 è ufficialmente «ambasciatore di Luino nel mondo» • Nel 2023 ha donato la sua amplissima collezione di libri alla Biblioteca comunale di Varese. «Devo dire che non sento per niente o quasi la mancanza dello sterminato numero di libri donati alla biblioteca comunale. Conservo ogni riga nella memoria» • Il 25 febbraio 2023 ha presentato ufficialmente al multisala Impero di Varese il documentario di Gianluca Mattei Due o tre cose che so di me, interamente dedicato alla sua vita, del quale il 6 giugno 2026, in occasione del suo trentamillesimo giorno di vita, sarà proposta una versione aggiornata, intitolata per l’appunto Trentamila giorni • Definisce Piero Chiara «mio antico maestro di politica, di gioco, di donne… di vita» • Cattolico praticante non poco tentato dal sedevacantismo, apprezza l’attuale pontefice, a differenza dell’immediato predecessore, che riteneva «un sociologo di quarta categoria» • Sposato da cinquantasette anni con Silvana «Sissi» Pacchioni, due figlie, Alexandra («sarebbe Alessandra, ma Rudolf Nureev, con cui lavorò, la chiamava “Alexandra”, e da allora usa quel nome») e Federica, a propria volta madre di Giulio e Tommaso, «che sono la mia gioia, e a cui cerco di insegnare tutto» • «Poche persone come Mauro della Porta Raffo (credo pochissime) sono riuscite a soddisfare sempre e solamente il proprio piacere con il minor numero possibile di concessioni al dovere» (Silvio Raffo, il fratello). «Mauro della Porta Raffo è il terrore di chi scrive e la delizia di chi legge» (Roberto Gervaso). «Un indispensabile rompiballe» (Marcello Foa). «Senza Mauro della Porta Raffo il mondo sarebbe fermo al settembre 1492 e l’America non esisterebbe» (Bruno Vespa). «Raffinato erudito da Ancien Régime» (Pierluigi Panza). «La visione di Mauro della Porta Raffo è una visione d’insieme, una visione in cui i particolari fanno l’universale, e in questo senso quello che per altri è un sapere diviso in lui è un sapere universale. Questo caratterizza l’ultimo spirito enciclopedistico del nostro tempo» (Vittorio Sgarbi) • «Degli Stati Uniti sai tutto, ma non ci sei mai andato. Bel paradosso… “Logica assoluta. Mi piace come si scelgono il capo e quant’altro gli ruota attorno per governare la nazione. In genere, le basi ideali e ideologiche, le oramai antiche […] fondamenta politico-istituzionali e giuridiche, che devono ai Founding Fathers. Non mi piacciono usi e costumi dei governati”» (Lodi). «In fondo, la sola America che amo davvero è quella ritratta nei dipinti di Edward Hopper!» • Dice di sé: «Da sempre studia con passione ogni giorno, sperando (e gli manca ben poco!) di arrivare al livello di conoscenza a suo tempo raggiunto da Adalbert Pösch, il maestro ebanista del giovane Karl Popper, che poteva tranquillamente sfidare l’allievo dicendogli: “Mi chieda pure quello che vuole. Io so tutto (Ich weiss alles)!”» • «L’umiltà e la modestia sono gli unici difetti che non ho» • «Non so ancora cosa farò da grande. Percorse nel tempo infinite strade mai badando ai divieti d’accesso, conto di proseguire così. Davvero – ebbi a scrivere anni orsono e qui confermo – ho preso la vita di petto guadagnando in salute» • «Si è fatto tardi troppo presto!» • «Trieste è bellissima. Vorrei morire a Trieste, ed è per questo che non ci vado più. Non mi piacerebbe essere esaudito!» • «In ogni caso, non posso morire prima d’aver letto e corretto tutti i necrologi che mi riguardano».