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 2026  aprile 20 Lunedì calendario

Biografia di Narges Mohammadi

Narges Mohammadi, nata a Zanjan (Iran) il 21 aprile 1972 (54 anni). Fisico. Ingegnere. Giornalista. Attivista per i diritti umani. Vicepresidente del Centro dei difensori dei diritti umani. Vincitrice del premio Nobel per la pace 2023. «Devo tenere gli occhi puntati sull’orizzonte e sul futuro, anche se le mura della prigione sono alte e vicine e mi bloccano la vista» • Famiglia azero-iraniana. «Narges Mohammadi nasce nel 1972 a Zanjan, città a circa 300 chilometri a nord-ovest di Teheran. All’epoca della rivoluzione islamica, quando i barbuti arrivano al potere, ha 7 anni. In pratica è cresciuta sotto il regime, sotto le leggi che iniziano a limitare i diritti delle donne: studio, lavoro, divertimenti, tutto diventa più complicato» (Caterina Soffici). «È cresciuta in un ambiente attivo dal punto di vista politico: dopo il rovesciamento della monarchia nel 1978/1979 e l’instaurazione della Repubblica Islamica sciita, uno zio attivista e due cugini furono incarcerati» (Micol Maccario). «Quando aveva nove anni, la madre pregò Narges di non occuparsi mai di politica. Ma Narges la guardava riempire sempre un cestino rosso di plastica con la frutta da portare ai parenti dissidenti in carcere, e poi la guardava mentre si posizionava ogni sera alla stessa ora davanti al televisore per scoprire quali fossero i nomi dei “giustiziati del giorno” tra i prigionieri politici, per sapere se ci fosse qualche amico oppure un cugino o uno zio. Narges, guardando la madre, si era riempita di rabbia, non di paura, e aveva deciso che avrebbe fatto l’opposto di ciò che lei le aveva consigliato, anzi l’aveva implorata, di fare» (Cecilia Sala). «Narges Mohammadi, come la stragrande maggioranza delle donne iraniane, ha deciso di studiare le cosiddette materie Stem all’università. Scelse Fisica. Disse, nel 2018: “Ero felice di studiare la fisica quantistica all’università, come strumento per capire l’universo. Allo stesso tempo, mi preoccupavano le condizioni oppressive del mio Paese e la tirannia in cui versavano anche le nostre università, le ritorsioni contro i nostri intellettuali e la censura nei nostri mezzi di comunicazione”. In quegli anni iniziò il suo attivismo politico» (Sara Hejazi). «Nel periodo degli studi universitari ha organizzato una formazione universitaria di nome Roshangaran (“gli intellettuali”) e scritto articoli per giornali indipendenti a favore del rispetto dei diritti delle donne e degli studenti. Per questo suo impegno è stata arrestata due volte nel corso di riunioni all’università. Divenuta giornalista, ha scritto articoli su diverse riviste riformiste, tra le quali Payam e Hajar. Questa pubblicazione è poi stata messa al bando, perché si batteva per l’uguaglianza delle donne e per i diritti di tutti i cittadini indipendentemente dal genere, dalle opinioni politiche o religiose. È anche autrice di saggi politici, tra cui, in persiano, Le riforme, la strategia e la tattica. Appassionata di montagna, ha organizzato e partecipato alla scalata delle cime più importanti in Iran, ma in seguito, a causa della sua attività politica, le è stato negato il permesso di far parte di cordate ufficiali e spedizioni. Nel 2001 ha sposato Taghi Rahmani, che aveva conosciuto come docente all’università, dove teneva lezioni molto seguite sulla società civile. […] Subito dopo il matrimonio, Rahmani fu arrestato e passò due anni in detenzione preventiva prima di sapere quali accuse gli erano state mosse. […] I ripetuti arresti del marito hanno spinto Narges Mohammadi a puntare la sua attenzione anche sulla situazione dei detenuti, in particolare di quelli per reati d’opinione, reclusi in carcere, citando le sue parole, in violazione dei “più elementari princìpi del diritto, incarcerando illegalmente, senza precisare l’accusa, senza prove, senza condanna, senza che gli avvocati difensori possano aver accesso ai fascicoli dei propri clienti”. Per queste sue affermazioni è stata incarcerata altre due volte, traendone nuova forza ed esperienza per assistere i dissidenti imprigionati e le loro famiglie» (Mauro Biani). «Nel 2003 entra a far parte del Centro dei difensori dei diritti umani, una ong fondata da Shirin Ebadi (che quell’anno ha vinto il Nobel per la Pace), e ne diventa presto vicepresidente» (Hejazi). «Dopo l’illegale chiusura del centro, il 21 dicembre 2008, la stampa internazionale ha riportato le sue denunce e dichiarazioni di protesta. Il 7 settembre 2008 Narges Mohammadi è stata eletta presidente del comitato esecutivo del Consiglio nazionale della pace in Iran, una vasta coalizione contro lo scontro militare e di promozione dei diritti umani. Ne fanno parte scrittori, artisti, giuristi, attivisti sociali, donne, studenti, sindacalisti, rappresentanti delle minoranze etniche e gruppi politici che si oppongono principalmente a ogni logica militare o terroristica, ma si dichiarano anche contrari ad azioni armate preventive contro l’Iran, che non risolverebbero la crisi nucleare e potrebbero invece destabilizzare la già fragile situazione nella regione del Golfo Persico e aggravare ulteriormente la situazione dei diritti umani. Il “National Peace Council” vuole far conoscere al mondo l’esistenza di “un altro Iran”, che si oppone a ogni azione violenta e s’impegna per la costruzione di pace, sicurezza, stabilità e benessere attraverso rapporti caratterizzati da tolleranza e amicizia» (Biani). «Nel 2011 Mohammadi è arrestata […] per i suoi sforzi volti ad assistere gli attivisti incarcerati e le loro famiglie. Due anni dopo esce su cauzione e ritorna immediatamente sul campo, lanciando una campagna contro la pena di morte (l’Iran è secondo solo alla Cina come numero di esecuzioni). Poi è un continuo susseguirsi di piccoli periodi di libertà e di lunghi periodi di carcerazione. Ma anche dalla cella Mohammadi non si ferma. Organizza proteste, scrive, continua a promuovere campagne contro la pena di morte e le violenze sessuali in carcere. Provano a silenziarla, la sbattono in isolamento, dove non può chiamare all’esterno né ricevere visite. Ma non riescono comunque a tapparle la bocca» (Soffici). «Insignita del premio Andrej Sacharov nel 2018, dichiarò: “La tirannia non si impone solo politicamente. Usa ogni possibile mezzo per istituzionalizzare la discriminazione di genere, di orientamento sessuale, di religione ed etnia, di orientamento ideologico, soprattutto nei riguardi delle donne. […] Perciò quando una donna come me decide di rompere le regole deve soffrire in prigione, lontana dai suoi figli. È una lezione di resistenza per le altre donne”. […] Da anni Mohammadi soffre di cuore e ha dovuto subire interventi, che a volte le sono stati negati all’interno del carcere. Ma anche in queste condizioni la sua voce è uscita fuori dalle mura umide e sporche di Evin. Nel 2022 è riuscita ad aggirare i controlli e la censura e a consegnare così un libro di interviste alle detenute, in cui faceva emergere come la tortura e l’abuso sessuale siano pratiche consuete sui corpi delle donne incarcerate, e cosa si provi a passare mesi in totale isolamento» (Hejazi). «Nei giorni del dilagare delle proteste per la morte di Mahsa Amini, Mohammadi è di nuovo in testa alla rivolta. Come scrive sul Nyt: “Nel reparto femminile abbiamo cantato ‘Morte alla Repubblica Islamica’ tra gli spari delle forze di sicurezza, le esplosioni e le fiamme. Almeno otto persone sono rimaste uccise”. […] Il premio Nobel per la pace la raggiunge nella cella del carcere di Evin, dove è rinchiusa. Dice la motivazione: […] “Per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e la sua lotta per promuovere i diritti umani e la libertà per tutti”» (Soffici). «Nel giorno della consegna, ai lati della “sedia vuota” al centro del palco del municipio di Oslo, c’erano i figli Kiana e Ali. Hanno letto il discorso scritto in cella dalla mamma, attacco durissimo alla guida suprema Ali Khamenei e ai suoi, un “regime religioso tirannico e misogino”. Sullo sfondo una sua gigantografia, la folta chioma scura e riccia scoperta» (Raffaella Troili). «La voce di Narges Mohammadi ha acquistato ancora più forza dal carcere ed è diventata un simbolo dirompente del grande movimento di protesta “Donna, vita, libertà”, esploso in Iran a settembre del 2022, dopo la morte nelle mani della polizia della giovane Mahsa Amini. […] Narges Mohammadi […] dal 2021 sta scontando nel famigerato carcere di Evin a Teheran, in condizioni durissime, disumane, quasi 13 anni di carcere, 154 frustate e altre sanzioni, pene comminate in quattro processi distinti legati al suo attivismo per i diritti umani. A dicembre del 2024 ha ottenuto un rilascio temporaneo di 21 giorni per motivi di salute, perché l’attivista soffre di serie patologie cardiache e polmonari. Scaduto il permesso medico, Mohammadi non è rientrata nel carcere di Evin, a Teheran. Ma lo scorso 12 dicembre è stata di nuovo arrestata mentre teneva un discorso alla cerimonia commemorativa per Khosrow Alikordi, un attivista per i diritti umani e avvocato trovato morto in circostanze poco chiare poco tempo prima, nella città di Mashhad, nella provincia di Khorasan. Insieme a lei, anche altre persone, giornalisti e difensori dei diritti umani, sono state arrestate. […] A giugno del 2025, in un momento di particolare tensione fra Israele e Iran, Mohammadi ha levato ancora una volta la sua voce con il regime del suo Paese e ha firmato un appello, insieme ad altre figure di attivisti e intellettuali iraniani – fra i quali Shirin Ebadi e i registi Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof –, per chiedere la cessazione dell’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica, per la fine della guerra e degli attacchi militari fra i due Paesi e lo stop ai massacri di civili» (Giulia Cerqueti). L’8 febbraio 2026 la Mohammadi è stata condannata ad altri sette anni e sei mesi di reclusione. «Il reato contestatole, come ha spiegato all’Afp il suo avvocato Mostafa Nili, è di “associazione e collusione per commettere reati”, una sorta di accusa di cospirazione. È previsto anche un divieto di espatrio di due anni. […] Questa condanna si unisce alle precedenti, facendo diventare più di 17 gli anni di carcere a cui la premio Nobel è stata condannata, con 154 frustate» (Alessia Arcolaci). «Come sottolinea Amnesty International, che porta avanti una campagna per ottenere la sua liberazione, l’attivista in questi anni è stata più volte sottoposta a detenzione arbitraria, tortura e orribili maltrattamenti. La sua famiglia denuncia che le autorità stanno bloccando il suo accesso a cure mediche urgenti» (Cerqueti). Da ultimo, nel mese di marzo la Mohammadi ha accusato un infarto in carcere, ma ciononostante ha ricevuto gli unici trattamenti sanitari nell’infermeria del penitenziario, essendole stata negata la possibilità d’essere trasferita in ospedale • Madre di due gemelli, Ali e Kiana Rahmani (nn. 2006), nati dal matrimonio col dissidente Taghi Rahmani, insieme al quale i figli vivono a Parigi. «Un giorno la coppia ha deciso di dividersi i compiti: lui al sicuro a crescere i figli; lei senza protezioni in Iran per provare a cambiare tutto, guardando le montagne oltre le sbarre e studiando le prossime mosse» (Sala) • «In quanto donna, e come milioni di altre donne iraniane, mi sono sempre dovuta confrontare con la prigionia imposta dalla cultura patriarcale, dal potere religioso e autoritario, dalle leggi discriminatorie e repressive e da ogni tipo di restrizione in qualsiasi ambito della mia vita. La nostra infanzia non è sfuggita a questa prigionia culturale. “Loro” non ci hanno permesso di vivere la nostra giovinezza e, in una parola, la nostra vita. La triste verità, in fondo, è che il governo autoritario, misogino e religioso della Repubblica Islamica ci ha rubato la vita. […] Anche se ostacolate da tutte queste serrature, siamo state capaci di far emergere il potere di chi si oppone e la forza della contestazione. Il nostro impeto ci ha portato più in alto dei muri che ci opprimono e ora siamo più forti e solide di loro. Se le nostre sbarre sono l’immobilità, il silenzio e la morte, noi siamo movimento, eco e vitalità, ed è qui che si disegna la promessa della nostra vittoria» • «Ho visto la crescita, la vitalità e la resilienza di donne condannate alle pene più dure, dalla pena di morte a lunghe detenzioni, con gravi malattie croniche, comprese donne anziane. Bisogna riconoscere che un prigioniero è un essere umano e ogni essere umano cerca di sopravvivere in modi diversi. Cantare, danzare, tagliare o acconciare i capelli, indossare vestiti colorati, ridere e trovare gioia: tutti questi sono modi per mantenere vivo il senso della vita, anche tra i detenuti comuni. Nelle carceri politiche e ideologiche dell’Iran questi atti diventano parte della resistenza, sfidando le politiche delle autorità carcerarie. Più i prigionieri portano avanti la loro lotta, specialmente attraverso la solidarietà e la fratellanza, più forte diventa il loro senso della vita e della speranza. Alcuni pagano un prezzo altissimo» (a Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu) • «Le hanno negato il permesso di uscire dal carcere per una visita importante perché lei si è rifiutata di indossare l’hijab. Piuttosto che il velo, la morte? “L’hijab obbligatorio non è un dovere religioso o un modello culturale, né, come dice il regime, il modo per preservare la dignità e la sicurezza delle donne. L’hijab obbligatorio è uno strumento per sottometterci e dominarci. È uno dei fondamenti della teocrazia autoritaria, e io lo combatto con tutta me stessa. L’uccisione di Mahsa Jina Amini e di centinaia di manifestanti nelle strade, l’uccisione di Armita Garawand per me sono e saranno per sempre un dolore che mi è entrato in gola. Non indossare il velo nemmeno per una visita medica necessaria è la mia protesta e la mia forma di resistenza contro l’oppressore: non farò mai un passo indietro”. […] Come vive le sue giornate? “Studio molto, parlo con le amiche, organizzo celebrazioni, faccio esercizio e svolgo attività quotidiane che mi fanno sentire come se la vita continuasse. Continuiamo la lotta da qui con scioperi della fame, sit-in, opponendoci al velo. Le mura della prigione non impediranno alla mia voce di raggiungere il mondo”. Per che cosa lotta? “Per la realizzazione della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. Noi iraniani vogliamo una società civile forte e indipendente. La democrazia non esiste senza il rispetto dei diritti umani, e quindi dei diritti delle donne”. Qual è la forza del movimento “Donna, vita, libertà”? “È un movimento rivoluzionario nato dall’iniziativa delle donne che poi ha visto la partecipazione degli uomini e di varie classi e gruppi della società – studenti, giovani, insegnanti, lavoratori. Questa caratteristica ha consentito la diffusione capillare della disobbedienza civile, nonostante la dura repressione nelle strade. Credo che ‘Donna, vita, libertà’ abbia notevolmente accelerato il processo di democratizzazione del Paese. Ha portato cambiamenti irreversibili”» (Greta Privitera) • «Quali sono i suoi pensieri mentre lotta anche all’interno del carcere? “Quando lotti, quando resisti, anche lì la vita ti si presenta carica di forza, di bellezza e inventiva. Per me la vita nel carcere di Evin, tra quelle alture che lo circondano, udendo il suono degli uccelli e sentendo che stai lottando per raggiungere ideali di umanità, è ricca di amore, di speranza e di vita”. […] Mohammadi, come si sente quando pensa al futuro dell’Iran? “Nutro grande speranza per il futuro dell’Iran. Vedo la crescita, la maturità, la consapevolezza, la resistenza del popolo iraniano nelle strade. Assisto ai cambiamenti nel cuore della società, all’interno di nuclei familiari che non avrei mai pensato potessero trasformarsi. E ciò contribuisce a tenere viva in me la speranza. La lotta in Iran non si è spenta, è instancabile, e questa volontà di raggiungere la democrazia darà i suoi frutti. Noi vinceremo. E nel giorno della nostra vittoria – così come è stato durante la lotta – ci stringeremo e ci prenderemo per mano”» (Nadia Boffa) • «In un contesto in cui nel mondo le democrazie sono in pericolo di indebolimento, i Paesi occidentali possono difendere le proprie democrazie aiutando il consolidamento della democrazia in Paesi come quelli del Medio Oriente. La lotta delle donne in Paesi come l’Iran è in realtà una lotta per tenere in vita gli ideali della democrazia. In un mondo interconnesso, aiutarci nel raggiungimento della democrazia è anche un aiuto alle società occidentali stesse, affinché restino fedeli a questi ideali e li proteggano» • «Come scrisse Saadi, il grande poeta persiano: “Tutti i figli di Adamo formano un unico corpo,/ nella loro creazione sono della stessa essenza./ Se una parte è afflitta dal dolore,/ le altre non possono restare in pace”. Restare in silenzio di fronte alla sofferenza significa accettarla. Dobbiamo restare uniti e lavorare instancabilmente per difendere la democrazia, i diritti umani e la pace per tutti».