22 aprile 2026
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Biografia di Steve McCurry
Steve McCurry, nato a Filadelfia (Pennsylvania, Stati Uniti) il 23 aprile 1950 (76 anni). Fotografo. Nel corso della sua carriera ha vinto numerosi e prestigiosi premi, tra cui: Fotografo di riviste dell’anno (1984); 4 volte il primo premio al World Press Photo Contest; 2 volte l’Oliver Rebbot Memorial Award; la medaglia d’oro Robert Capa.
Titoli di testa «Fare foto è parte di quello che sono. (…) se suonare la chitarra o cantare è ciò che ti definisce non puoi smettere, neanche quando hai raggiunto risultati importanti. Per me la fotografia è questo. Smettere significherebbe smettere di vivere. Non è volontà la mia, ma necessità» [Francesca Caferri, Rep].
Vita I suoi genitori che lavoro facevano? «Mio padre, Eugene, era ingegnere. Mia madre, Doris May, la casalinga». Sua sorella maggiore Bonnie ha detto che se non avesse avuto l’incidente a 5 anni che le ha compromesso in parte l’uso della mano destra, non sarebbe diventato il fotografo di oggi. «Le avversità ti rendono più forte, devi adattarti. Anche la morte di mia madre quando avevo 8 anni ha avuto il suo impatto, mio padre l’ho perso a 22. È difficile dire quanto questi eventi abbiano contribuito a rendermi chi sono. Sono diventato tenace e ho scelto un mestiere che richiede dedizione totale, senza una vita regolare». [Elvira Serra, Cds] • Ha anche un’altra sorella, sempre maggiore, Jean • Lei ha un boss? «Mia sorella Bonnie. Lavora con me da sempre». Si diverte perché́ sua sorella fa il lavoro sporco… «Senza la sua organizzazione sarei finito» [scacciachiara.wordpress.com] • «Ero un bambino di quel tempo, iperattivo – e allora era un bene non un male, come si dice oggi, l’iperattività – avevo un sacco di amici e giocavamo tutto il giorno, ogni sport era il massimo per noi, football, baseball, pomeriggi di rincorse nei boschi, nei sobborghi di Filadelfia (…) da bambino mi sentivo protetto, coccolato, mio padre era – a quei tempi tanti padri lo erano – non particolarmente tenero, pensavano come generazione di dover essere severi, ma abbiamo sempre avuto un buon rapporto» [Gianni Riotta – Il mondo di Steve McCurr] • Qual è stata la foto che l’ha fatta innamorare? «Un lavoro, Monsoon, del neozelandese Brian Brake» Descriva ciò̀ che ha provato. «Oltre alla drammaticità̀ dell’evento c’era altro. Avevo 11 anni, mi ha preso e mi ha portato in un altro mondo». La prima foto che ha scattato? «A una vicina, una ragazzina seduta sull’erba che guardava chissà dove» A vederla ora le sembra ingenua? «No, conteneva il mio stile nel ritratto, semplice, diretto e in contatto con gli occhi» [scacciachiara.wordpress.com] • «Dopo la morte di mia madre, mio padre fu travolto dal doversi prendere cura di tre figli vivaci. E io ero sempre stato una peste. Pensò che il sistema di un collegio mi sarebbe stato d’aiuto per la disciplina e la costruzione del carattere. E quindi mi ci mandò quando avevo dodici anni. Uno dei periodi oscuri della mia vita. Il collegio era tedioso e soffocante, ho provato a scappare alla prima occasione e dopo un anno ho potuto tornare a casa» [David S. Spivak, medium.com] • «Dopo il collegio anche la scuola pubblica, – il liceo – non mi appassionava. I miei voti erano ok, ma nulla di più, la scuola non faceva per me. Come tanti della mia generazione, in America, sentivo di avere bisogno di qualcosa di diverso dal conformismo, dal tran-tran, ma non avevo nessuna idea di che cosa stessi cercando» [Riotta, cit.] • Subito dopo il liceo, «Ho passato un anno a viaggiare in Europa e in Medio Oriente. È stato importante perché mi ha suscitato l’interesse di vedere il resto del mondo. Ho deciso che qualsiasi cosa avrei fatto in futuro, viaggiare per il mondo avrebbe fatto parte del mio futuro. Ho fatto dei lavoretti a Stoccolma e ad Amsterdam. Ho lavorato in un kibbutz in Israele (…) lì ho imparato i valori del lavoro duro, della cooperazione, della comunità. Sono anche passato per la Turchia, la Bulgaria, e la Jugoslavia (…) dopo quell’anno, a vent’anni, mi sono iscritto all’università Penn State» [Spivak, cit.] • All’università si iscrive a cinematografia: al terzo anno deve dare un esame di fotografia: «Me ne sono innamorato. Fare film è un’impresa collaborativa, che richiede una cooperazione costante e compromessi, ma la fotografia è un’arte solitaria. Amavo l’idea di poter vagare senza copioni, senza prove, cercando quel momento di serendipità dell’immagine che appare spontaneamente alla vista. Ero soltanto io a dover decidere della luce e della composizione. La fotografia risuonava con il mio io, solitario e indipendente. E calzava perfettamente con la mia determinazione di passare quanto più tempo possibile a viaggiare» [Fabio Pariante, Museum Week Magazine] • «Ho cominciato a lavorare nel giornale dell’università, e contemporaneamente studiavo i lavori di fotografi come Arbus, Lange, Cartier-Bresson, Kertész. Probabilmente il mio primo approccio alla fotografia è stato influenzato da loro. Ero attratto da sempre dalla fotografia di strada. (…) Dopo la laurea ho cominciato a scattare foto per un giornale fuori da Filadelfia, vendendole per cinque dollari l’una. Poi sono entrato nella redazione e ci ho lavorato per due anni e mezzo [Spivak, cit.] • Ricorda il primo incarico? «Sì, un incidente stradale. All’inizio è stato difficile guardare la scena, poi la macchina fotografica ha fatto da filtro». [Serra, cit.] • «Volevo fare il freelance, e cominciai a mettere via dei risparmi. Cercavo dei giornali che pagassero qualche centinaio di dollari per le mie storie. Mi bastava per tirare avanti. L’India mi sembrava una buona scelta, perché tantissimi grandi fotografi avevano lavorato lì. (…) Ho pensato: “Fatemi andare in India per sei-sette settimane”. Sono partito con un’amica scrittrice. Sapevamo che avremmo potuto vivere con pochi dollari al giorno e fare grandi esperienze» [Spivak, cit.] • È il 1978. I sei mesi diventeranno due anni, nei quali «rimbalza tra l’India, il Nepal, il Pakistan, l’Afghanistan e la Tailandia» [ibid.] • «Ma non mi era ancora facile fare delle belle foto (…) avevo bisogno di coltivare il mestiere, addestrare l’occhio, imparare a capire la luce. Si trattava di imparare dagli errori, di studiare i libri e i lavori degli altri. Ho imparato facendo» [Julie Bain, rotary.com] • Nel giugno del 1979 è in Pakistan: «Ho incontrato dei rifugiati in un alberghetto di Chitral, che mi hanno invitato ad andare in Afghanistan per fotografare la situazione. (…) Chiamavano sé stessi Mujahidin (…) Al tempo non c’era molto interesse per la situazione in Afghanistan. Ma quando i sovietici invasero, la storia divenne una cosa grossa, internazionale» [Spivak, cit.] • Gli afghani lo travestono da uno di loro e gli fanno attraversare il confine. Trascorrerà una ventina di giorni in mezzo ai combattimenti, costantemente sotto il tiro dei MiG e dei mortai dei russi. Come è riuscito a far sviluppare le foto e a spedirla a casa? «Ho cucito la pellicola in bianco e nero tra le pieghe dei miei vestiti. Una volta tornato in Pakistan, ho dato alcune pellicole a qualche viaggiatore affinché le portassero con sé. La mia ragazza di allora è riuscita a inviarle a un paio di riviste. Con l’arrivo dei sovietici improvvisamente le mie foto acquisirono molto più valore e ho iniziato a lavorare con l’Associated Press, il New York Times, la rivista Time e altre testate» [Bain, cit.] • L’anno dopo il reportage gli fa vincere il prestigioso premio Medaglia d’Oro Robert Capa, ad appena 30 anni, e lancia la sua carriera. Comincia a lavorare con le riviste più importanti, come il National Geographic, e nell’86 entra a far parte dell’agenzia Magnum, fondata dal suo idolo, Cartier-Bresson [Katherine Oktober Matthews, john-adams.nl] • Proprio in missione per il National Geographic, nel dicembre del 1984 si trova di nuovo in Pakistan a Peshawar, in un campo per i profughi afghani. «C’erano decine di migliaia di tende. Sono passato davanti a una che veniva usata come scuola per le bambine. Ho chiesto all’insegnante se potessi fare delle foto, e lei acconsentì. (…) Ne scelsi tre, ma vidi che una aveva un’aria intensissima, spettrale, uno sguardo penetrante. Aveva circa dodici anni, timidissima (…) immagino che fosse tanto curiosa di me quanto io lo fossi di lei, perché non aveva mai visto uno straniero, ne, probabilmente, era mai stata fotografata. Dopo qualche momento si alzò e se ne andò, avendo terminato pazienza e curiosità; tuttavia, per un momento magico, tutti gli elementi si erano allineati. Lo sfondo era giusto. La luce era giusta. L’emozione era giusta. (…) C’è una commistione di emozioni, e una qualità autentica. C’è un’ambiguità nella sua espressione, c’è un certo qualcosa o una certa qualità in quella foto a cui le persone rispondono» [Spivak, cit.] • La foto, intitolata Afghan Girl, e pubblicata sul numero del National Geographic del giugno successivo ha un successo enorme. Diventa l’immagine più famosa nella storia della rivista e una delle più note del XX secolo [ibid.] • La protagonista, un’orfana di nome Sharbat Gula, rimarrà sconosciuta fino al 2002, quando McCurry, dopo numerosi tentativi, riuscirà a rintracciarla in Afghanistan. Non aveva mai visto la foto che le era stata scattata, né sapeva della sua fama. McCurry e Il National Geographic le procurano una casa ammobiliata in Pakistan, e le pagano alcune spese mediche e il costo di un viaggio alla Mecca. Nel 2016 il Pakistan l’arresta e deporta in Afghanistan, accusandola di aver utilizzato documenti falsi. Nel 2021, con la presa del potere da parte dei talebani, viene evacuata in Italia, dove le viene riconosciuto lo status di rifugiata [Rep] • In seguito, nel corso della sua carriera lei si è concentrato principalmente sull’Asia meridionale, pubblicando diversi libri con straordinarie fotografie provenienti da India, Myanmar, Cuba, Kashmir e dai templi imbiancati a calce dell’Himalaya. Qual è stato il motivo del suo cambio di direzione, passando da Pakistan e Afghanistan a questi paesi? «Il mio amore per l’arte, la fotografia e i viaggi è culminato in un forte desiderio di documentare le culture in via di estinzione in Oriente. L’Asia è così affascinante perché tutto è radicalmente diverso da come sono cresciuto. L’Asia è così ricca visivamente e spiritualmente, con i suoi usi, costumi, cibi, musica, architettura e religione. Mi sono innamorato dello stile di vita buddista, che pone particolare attenzione alla compassione e all’accettazione. Per me, c’è una sorta di rilassata introspezione nell’osservare i monaci, mentre studiano, meditano e svolgono le loro routine. Si esercitano e studiano per migliorare la loro mente e rendere il mondo un posto migliore» [José Jeuland, Lense Magazine] • Altre sue foto molto famose sono quelle scattate durante la Guerra del Golfo nel 1990, che ritraggono alcuni cammelli in fuga in un campo petrolifero in fiamme, e quelle scattate durante l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre del 2001. Il libro spiega anche l’influenza dell’11 settembre su di lei. «Ero a New York quel giorno. Mentre guardavo Ground Zero, prima che crollasse, capivo che erano tutti intrappolati. Non si può descrivere quello che avevo di fronte quel giorno». Quel giorno lei corse verso le Torri mentre tutti scappavano. Quando fotografa non ha mai paura? «Ho lavorato in molti luoghi pericolosi, correndo dei rischi, pur rimanendo attento. Credo sia fondamentale mostrare il mondo così com’è. Se sei un fotografo documentarista, mantieni il sangue freddo. Bisogna rinunciare a certi scatti, ma spesso è meglio un rischio calcolato che arrendersi per timidezza» [Nicolas Lozito, Messaggero] • Nel 2004 fonda un’associazione no-profit, ImagineAsia, con lo scopo di migliorare la condizione femminile in Afghanistan, insegnando alle ragazze l’uso della fotografia e tutte le competenze annesse. [Bain, cit.] • Il 2005 segna un passaggio importante: è l’anno in cui passa all’uso integrale di macchine fotografiche digitali, con un approccio molto pragmatico: «Non sono uno di quei fotografi che rimpiangono i bei vecchi tempi (…) La fotografia digitale è migliore di quanto lo sia mai stata la pellicola» [Cnn] • Nel 2013 è stato chiamato a realizzare il calendario Pirelli. Lei ha sorpreso tutti scegliendo di non fare delle foto di nudo, come da tradizione, ma di puntare su donne impegnate socialmente. Come è nata l’idea? «Il calendario Pirelli è un appuntamento prestigioso per i fotografi e quando l’hanno affidato a me ne sono stato felice, ma ho deciso di fare le cose a modo mio. Per dare un senso al progetto ho tentato di creare sintonia fra la consuetudine del calendario e il mio modo di lavorare: ho cercato donne sì bellissime, ma che si fossero anche spese per l’ambiente, il cambiamento climatico, l’istruzione… Il modello è Petra Nemcova, la modella ceca che nel 2006 ha fondato una fondazione no-profit impegnata nella ricostruzione delle scuole distrutte dalle calamità naturali: un esempio di conciliazione fra vita professionale di successo e generosità». [Paolo Perazzolo, Famiglia Cristiana] • Nel 2016, durante un’esibizione dei suoi scatti alla Reggia di Venaria, il fotografo italiano Paolo Viglione riconosce da alcuni dettagli l’uso del programma Photoshop per «ritoccare» alcune fotografie. Scoppia uno scandalo che dura mesi. Per difendersi, McCurry afferma di essersi evoluto da molti anni dall’essere un fotogiornalista all’essere uno «storyteller visuale»: «Non è più un lavoro di news, non cerco di dare informazioni su un luogo, non pretendo di farvi capire com’è oggi Cuba, come vive la gente in quella società, non ho questi vincoli. Ma credo ancora che le mie fotografie rispettino la verità dei luoghi che incontro» [Michele Smargiassi, Rep.] • A tutt’oggi le attività e i progetti di McCurry non si arrestano: E lei, invece, che storia non ha ancora raccontato? Smetterà mai di fotografare? «Vorrei ancora raccontare alcuni luoghi a me cari, come il Madagascar e l’Iran. Ma non c’è pensione in questo settore. Perché non è un lavoro. Questa è la mia passione. La mia arte» [Lozito, cit.].
Curiosità Nel 2009 ha vinto l’Ambrogino d’Oro, e nel 2013 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere in Francia • Nella sua carriera ha usato in maggioranza macchine fotografiche della Nikon, anche se negli ultimi anni preferisce usare una Leica SL3. [Jerome D. whatcameragear.com] • «Il mio approccio all’attrezzatura fotografica è piuttosto minimalista. Non sono una persona molto tecnica e in genere uso una sola macchina fotografica (…) Di solito lavoro con la luce disponibile, occasionalmente con un treppiede, senza riflettori e con una post-produzione minima. Non mi è mai piaciuto l’aspetto di una foto illuminata o con il flash, mi piace la luce naturale e non voglio che la mia tecnica attiri l’attenzione su di sé (...) il punto dovrebbe essere la foto e ciò che stai cercando di dire, non la tecnica» [Lorna Dockerill, Photography Montly].
Amori Nel 2007 conosce sua moglie, Andie Belone, nativa americana discendente della tribù Hopi. «“Stavo facendo alcune foto in Arizona quando un amico comune ci ha presentati. Io mi ero messo in testa di arrivare al Grand Canyon, lei mi ha aiutato. Era il 2007”. Oggi vivono tra New York e l’Arizona. “Steve è davvero molto divertente, le nostre giornate iniziano ridendo”. Dal dicembre 2016 almeno metà del merito va, però, riconosciuto a Lucia, loro primogenita. “Quando fa le sue facce buffe”, continua il quattro volte vincitore del World Press Photo, “mi conquista, funzionano ogni volta. (…) La prima volta che ho scattato una foto a Lucia è stato un attimo dopo la sua nascita, l’ultima un’ora fa. La fotografo ogni giorno” (…) Dal matrimonio ha imparato: “I compromessi sono essenziali e bisogna cercare sempre di pensare prima all’altra persona”. Andie è d’accordo: “Ci prendiamo del tempo l’uno per l’altra. Anche se adesso è Lucia a dettare l’agenda (…) io e Steve abbiamo avuto l’enorme fortuna di viaggiare tanto per il mondo da coppi: ci muovevamo leggeri (…), non avevamo problemi all’imbarco o allo sbarco, e guardavamo i genitori. Li osservavamo, tra il divertito e il perplesso, mentre si trascinavano dietro passeggini voluminosi, borse porta pannolini, animali di peluche e, ovviamente, i loro bambini. Scuotevamo la nostra testa e ci dirigevamo verso una lounge. Adesso che siamo stati benedetti, diventando un trio di viaggiatori, siamo noi “quei genitori”. E sa che le dico? Ci piace da morire”» [Stefania Saltalamacchia, Vanity Fair].
Titoli di coda Per cosa vuole essere ricordato Steve McCurry? «Più di tutto vorrei essere ricordato per aver fotografato le cose in comune che ci sono tra le persone e le culture. Siamo molto più simili di quanto crediamo. Abbiamo molte meno differenze di quanto ci sembra» [Lozito, cit.].