28 aprile 2026
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Biografia di Zubin Mehta
Zubin Mehta, nato a Bombay (India) il 29 aprile 1936 (90 anni). Direttore d’orchestra.
Titoli di testa «Per essere direttori bisogna avere la forza di un boscaiolo, la concentrazione di un monaco buddista e il carattere della padrona di un postribolo. A ciò s’aggiunga la necessità di conoscere quattrocento anni di musica» [a Leonetta Bentivoglio, Rep].
Vita «Mehta discende da un’aristocratica famiglia di antica tradizione parsi, i seguaci di Zarathustra che fuggirono dalla Persia per sottrarsi al dominio arabo che aveva islamizzato la loro terra: “Oggi i parsi sono […] una fetta minima della popolazione indiana. Forse anche per questo sono legato a Israele. La nostra religione, un monoteismo fondato sul conflitto tra luce e tenebre, ha qualche analogia con l’apocalittica giudaica. Abbiamo affinità culturali con gli ebrei: come loro diamo un’enorme importanza all’educazione e alla beneficenza, aiutiamo molto i nostri poveri. Santi, per noi, sono gli elementi naturali, il fuoco, l’acqua, la terra: per questo non possiamo bruciare o seppellire i nostri morti. Vengono posti in una grande fossa circolare murata dove li mangiano gli avvoltoi, e c’è uno sbocco che porta le ossa al mare. Si chiama ‘torre del silenzio’. Nel nostro tempio si prega il fuoco, una forza che può distruggere e creare, e il mese di aprile è dedicato all’acqua. Ricordo mia madre che pregava davanti al mare”» [Bentivoglio, cit.] • «I miei primi ricordi da bambino sono segnati dall’importanza dei valori nella mia famiglia. Mi è stato detto dall’inizio che la nostra religione ha tre simboli: le buone parole, le buone azioni, i buoni pensieri. E io sono sempre cresciuto con questi tre princìpi in casa mia. Mio nonno e mia madre mi dicevano “non pensare brutte cose, non dire brutte parole”. Per noi è molto importante la separazione tra il bene e il male» • Figlio del violinista e direttore d’orchestra Mehli Mehta (1908-2002), fondatore della Bombay Symphony Orchestra. «Mio padre era violinista, inizialmente autodidatta, poi allievo del fiorentino Oddone Savini, un musicista che si esibiva insieme ad altri due italiani nei grandi alberghi per stranieri, e dal quale anch’io ho preso le prime lezioni di teoria. Fu con un direttore d’orchestra belga, Jules Craen, che si trovava in quegli anni a Bombay, che svilupparono insieme il progetto dell’orchestra sinfonica, riunendo fortunosamente musicisti cristiani di Goa, colti dilettanti parsi, ebrei giunti in India dall’Europa (non quelli già presenti a Bombay, che provenivano dall’Iraq e non conoscevano la musica occidentale) e, per ottoni e strumentini, elementi della banda della Marina militare indiana di stanza nel porto della città» [a Riccardo Lenzi, L’Espresso] • «Era un bizzarro miscuglio di musicisti professionisti, soprattutto negli archi, e di dilettanti. […] Mi ricordo che una volta c’era penuria di cornisti: furono sostituiti con dei sassofoni. […] Una volta suonarono con il grande violinista Yehudi Menuhin, e mio padre li mise sotto torchio, facendoli provare senza tregua. Lui suonava la parte che sarebbe spettata a Menuhin, a me fu affidato il compito di dirigere l’orchestra. Fu la prima volta che salii su un podio» • «Nonostante il padre musicista, Mehta aveva il destino segnato: laurea in Medicina. Perché la tradizione indiana vuole che solo certe professioni possano essere legate a una determinata casta. Ma ci volle poco per capire che non sarebbe stata quella la sua strada, bensì la musica, assorbita fin da piccolo dai vecchi grammofoni di Mehli, con i dischi che potevano contenere, ognuno, poco più di 5 minuti di musica: per ascoltare una sinfonia, bisognava cambiarli continuamente. E, ancora, le partiture che il padre studiava nel soggiorno di casa: “Le contemplavo già volentieri, quando ancora non sapevo leggere. Ero letteralmente avvolto e circondato dalla musica; la musica era il mio divertimento quotidiano. Tutto questo rappresentava né più né meno, per me, che un accesso assai precoce al paradiso. Ho avuto la fortuna di entrare molto giovane in questo giardino dell’Eden musicale, e finora nulla e nessuno è mai riuscito a scacciarmi da lì”» [Fulvio Paloscia, Rep] • «Sono cresciuto nella musica. Non ricordo se prima ho iniziato a parlare o a cantare». […] Lei ha studiato dai gesuiti. «Per ben undici anni. In classe c’erano ragazzi di sette religioni diverse. Ho sempre vissuto la mia città come un luogo in cui le culture si incontrano. A questa scuola devo una formazione eccellente, un’educazione profonda. Gli insegnanti erano spagnoli, o, meglio, catalani. Affrontavamo tante materie, compresa composizione. Il mio maestro di contrappunto e fuga era stato allievo di Granados. Tutti i preti erano in gamba. Certo, le regole erano chiare e andavano rispettate senza discutere. Non si poteva sgarrare. L’unica cosa che potevamo scegliere erano le lingue aggiuntive, e tra francese, latino e indiano scelsi il francese» [Piera Anna Franini, Giornale] • Il suo primo strumento? «Ero troppo pigro per applicarmi a uno strumento. Volevo dirigere, da subito». I suoi maestri? «A parte mio padre, il primo fu […] Oddone Savini. Viveva a Poona. Per raggiungerlo dovevo farmi tre ore di treno e qualche chilometro in bici. Poi mi sono trasferito a Vienna». Da solo? «Sì. A Mumbai avevo cominciato a studiare Medicina. Ma presto ho capito che non faceva per me. E così sono partito. Prima tappa a Napoli, dove io e altri adolescenti indiani abbiamo avuto la nostra iniziazione sentimentale». Ehm… «Ci siamo capiti» [Vittorio Zincone, Sette] • Il San Carlo di Napoli fu il primo teatro europeo in cui Mehta mise piede, sia pure per pochi minuti: appena sbarcato dal piroscafo con cui era partito dall’India, infatti, «mi feci accompagnare al teatro dell’opera: non sapevo nemmeno come si chiamava. C’era un recital di Rubinstein in cartellone: non mi fecero entrare. Aspettai la pausa per vedere la sala vuota con il pianoforte. Restai affascinato». Poco dopo raggiunse la capitale austriaca, all’epoca «una città distrutta dalle bombe, occupata dalle forze straniere. Ricordo lo sguardo duro dei soldati russi» [a Valerio Cappelli, Cds] • «Vienna innanzitutto perché vi abitava un mio cugino, più grande di me: era pianista, ed era fuggito dalla Cina dopo il comunismo (era vissuto a Shanghai). I miei genitori mi affidarono a lui. […] Vienna, […] per uno studente di musica, era come La Mecca, perché erano di casa tutti i più grandi musicisti dell’epoca». «Io mi sono sentito subito di casa a Vienna. Si viveva con settantacinque dollari al mese. Ho suonato il contrabbasso nelle orchestre, ho cantato nel coro» [a Rino Alessi, Le Salon Musical] • «L’impatto con Vienna […] fu straordinario. Credevo di conoscere concerti e sinfonie perché li avevo ascoltati nei dischi di mio padre. Ma dal vivo, in quelle sale maestose, erano un’altra cosa: magia». «Quando arrivai a Vienna, a 18 anni, ebbi la possibilità di seguire prove e concerti con direttori come Böhm, Karajan, Bruno Walter e Kleiber padre. Avevo un orecchio vergine, non esistevano i compact, non avevo termini di confronto. Ed eccomi nella Sala d’Oro del Musikverein, con la sua acustica insuperabile, tuffato nel sontuoso suono viennese. Fu l’esperienza che mi diede il via. Quello viennese, per me, è rimasto sempre il suono ideale». A Vienna, maestro Mehta, lei fu allievo di Hans Swarowsky. Come lo ricorda? «Come un amico e come un padre. Posso dire che è stato, per la musica, la persona più importante nella mia vita dopo mio padre. […] Di Swarowsky ricordo ancora la voce in alcuni passaggi dell’Eroica. Era un toscaniniano, al cento per cento. Ricordo il suo amore per la disciplina: non trovare le cose fra le note, non fare compromessi, ci diceva. E poi ricordo, del periodo di Vienna, che a diciotto anni ho conosciuto più musica nella mia classe di tutti i miei colleghi». Come ha imparato l’italiano? «Con me, a Vienna, studiava Claudio Abbado. Dovevo tradurgli in italiano quello che Swarowsky diceva in tedesco perché, all’epoca, lui non parlava ancora troppo bene il tedesco» [Alessi, cit.] • Come ha impartao il tedesco? «Frequentando le ragazze» [a Gregorio Moppi, Rep] • Un’amicizia segnata, con Abbado… «Bellissima, la più profonda e importante che abbia avuto. Mi manca molto ancora oggi Claudio» [Angelo Foletto, Le salon musical] • «Insieme eravamo entrati in un coro, ma solo per assistere alle prove d’orchestra dei grandi maestri. Eravamo indisciplinati. Quando il direttore del coro se ne accorse, ci cacciò. E per umiliarci lo fece di fronte a Herbert von Karajan». Il suo primo concerto da direttore? «A Mumbai avevo avuto un paio di esperienze con mio padre. Poi qualche cosa tra studenti, con cui ottenni il primo compenso della mia vita». Soldi? «No. La copia originale della partitura dei Kindertotenlieder di Mahler. Il primo vero concerto, però, fu quello alla fine del corso con Swarowsky. Io e Abbado venimmo stroncati da un pianoman di un bar che era venuto a vederci e faceva recensioni per un giornale. D’estate con Claudio andavamo alla Chigiana, a Siena, ai corsi di Carlo Zecchi. Lì incontrai pure Daniel Barenboim. […] La prima volta che lo vidi, pensai che fosse un nano. Stava sul palco e dirigeva. In realtà era semplicemente giovanissimo, un bambino» [Zincone, cit.] • «Musicalissimo e bellissimo, Zubin fa strage di cuori mentre la sua carriera folgorante inizia con il primo premio al concorso internazionale di Liverpool del 1958; e con essa parallela cresce la sua fama di tombeur des femmes. A venticinque anni appena, con una accelerazione che lascia indietro l’amico Claudio Abbado, che studia a Vienna negli stessi anni, sale sul podio delle due grandi orchestre per antonomasia: i Wiener e i Berliner Philharmoniker» [Piero Violante, Rep] • «Da allora è stata tutta un’unica tirata. Maestro infaticabile, sprizzante intelligenza, affabilità ed energia, più di altri Mehta sembra incarnare il tipo di direttore globetrotter. Batte tutti i primati: numero di concerti e anni di presenza continuata sul podio delle orchestre che si affidano alla sua guida. Dalla Montreal Symphony, che dirige del ’61 al ’67, alla Los Angeles Philharmonic, dal ’62 al ’78: a soli ventisei anni, scalzando Georg Solti, conquista una delle orchestre più importanti del mondo; alla New York Philharmonic, che dirige dal ’78 al ’91 – dopo Boulez, che aveva lasciato il pubblico newyorkese tra non poche incomprensioni –, battendo ancora una volta Sir Solti, pare con l’aiuto di Isaac Stern; alla Israel Philharmonic, che […] gli è stata affidata a vita» [Violante, cit.] • Nel 1962 l’esordio al Teatro alla Scala di Milano. Si racconta che l’allora sovrintendente, Ghiringhelli, fosse disorientato per la sua provenienza. «Tanto che disse al direttore artistico Siciliani: “L’anno scorso avete invitato quel giapponese”, che era poi Ozawa, “adesso volete far venire un indiano: magari arriverà col turbante. E tutto questo alla Scala, il tempio della musica…”. Per fortuna Siciliani insistette, anzi quando andò alla Rai mi chiamò anche lì. Il concerto era poi andato bene, comunque» [Franini, cit.] • Capitolo Los Angeles. «Era ancora di più la città dei divi del cinema, ambiente del tutto scollegato da noi. Per la musica era il deserto. A dieci minuti da casa mia c’era il Centro della cultura tedesca: era stato frequentato da Thomas Mann e Bertolt Brecht, che non si parlavano. Mann non era certo di destra, ma l’altro era troppo di sinistra» [Cappelli, cit.] • Si dice che nella sua villa alle porte del Chianti produca olio. «Gli esperti garantiscono che sia di qualità superiore. Ma non è in vendita. Lo usiamo noi di famiglia, e me lo porto nella casa di Los Angeles». È dove ha conosciuto Sophia Loren? «Sì, suo figlio studiava direzione con mio padre che mi aveva seguito negli States. Per i Ponti mamma cucinava indiano, Sophia le sue lasagne per noi» [a Gregorio Moppi, Rep] •«Fra le altre cose Mehta collabora da tempo coi Berliner Philharmoniker, una delle compagini cui rivolge maggiormente la sua passione musicale, “sempre nel ruolo di direttore ospite”, riferisce. “Coi Berliner non faccio tournée, dato che l’orchestra viaggia solo col suo direttore stabile. Ma non ho mancato una partecipazione annuale nella loro stagione concertistica berlinese fin dal 1961!”» [Bentivoglio, cit.] • Nel 2016 ha fatto il giro del mondo per i concerti in omaggio ai suoi 80 anni. La tappa a Mumbai deve essere stata speciale… «Non dimenticherò mai quel giorno. Eravamo nello stadio di cricket, davanti a una platea di 14 mila persone. Andrea Bocelli è venuto apposta per cantare in mio onore». Sembra emozionato mentre ne parla… «Bocelli è una delle persone più delicate che abbia mai conosciuto. Con me, ha sempre voluto fare opera pura, non crossover tra generi diversi. Apprezzo la sua curiosità, legge un sacco di libri. Si informa su tutto. […] Per lui ho un grande rispetto» [Franini, cit.] • Tra il 2017 e il 2018 Mehta ha dovuto combattere contro il cancro, riuscendo infine ad avere la meglio • Nel 2019 Mehta ha concluso con un ultimo ciclo di concerti il suo «splendido rapporto cinquantennale» con la Filarmonica di Israele. «Nel 1961 Mehta dirige per la prima volta in Israele: “Andare in Israele fu come tornare a casa, dopo sette anni di Europa. La gente era molto più asiatica, la stessa confusione per la strada, venti opinioni per ogni problema. Superficialmente, in Israele, c’è molta disorganizzazione, come in Asia”. Nel 1969 diventa direttore stabile della Filarmonica di Israele di cui, in seguito, è nominato direttore a vita» [Alessi, cit.] • «Una notte che era a Gerusalemme, all’Hotel King David, un proiettile forò la parete sopra il suo letto, mentre dormiva: “Ho un buon angelo custode: gli spari non mi hanno svegliato”. Quando volle proporre a Israele il preludio e la morte d’amore dal Tristano e Isotta di Wagner, in sala esplose il finimondo: “Insulti, grida, gente che tentava di salire in palcoscenico, aggressioni fisiche agli orchestrali, un caos furioso. Nel pubblico c’era gente che aveva sentito Wagner nei lager, e che aveva ancora il numero tatuato sul braccio. Non si può non rispettare certe emozioni. D’altra parte, la storia della musica degli ultimi centocinquant’anni sarebbe impensabile senza Wagner”» [Bentivoglio, cit.] • «Nel 1991, mentre volavano gli Scud iracheni, ero a Tel Aviv, e in platea c’erano arabi e israeliani. Non dico che alla fine si siano abbracciati, ma almeno sono stati insieme per qualche ora»: in quell’occasione «Mehta diresse Bach, con il violinista Isaac Stern come solista, davanti a una platea con indosso le maschere antigas» (Giulio Meotti) • In Israele «ho maturato una coscienza politica. A Begin chiesi di mandarmi con l’Orchestra a suonare al Cairo, mi rispose che prima doveva firmare i settlement, gli accordi con Sadat. Non sapevo nemmeno il significato di quella parola. Con Netanyahu non sono d’accordo su nulla. Ho detto addio alla Israel. All’ultimo tour, con la Terza di Mahler, le donne dell’orchestra avevano il trucco sciolto dalle lacrime». È ancora vivissimo, invece, il suo rapporto, anch’esso risalente ai primi anni Sessanta, con l’Orchestra del Maggio musicale fiorentino (di cui dal 2006 è direttore onorario a vita), che «è la mia famiglia da quando nel 1986 ne assunsi la direzione, anche se avevo già iniziato a frequentarla come ospite nel 1962. Debuttai l’11 febbraio in un concerto sinfonico che presentava un pezzo contemporaneo in prima esecuzione per la città, Incontri di Piero Giorgi, più il Concerto in la minore di Schumann con il pianista Friedrich Gulda e la Prima sinfonia di Mahler». A Firenze, il 30 agosto 2020, in memoria delle vittime della pandemia da Covid-19, «dirigeva il Requiem di Verdi. Cosa pensava in quel momento? “A chi non ce l’ha fatta, ma anche a chi si è speso per cercare di salvare più vite possibile. Una grande preghiera collettiva con un grande cast canoro. Quasi lo stesso di quello di Chailly in Duomo”» [Manin, cit.] • Il 15 settembre 2020 ha diretto per la prima volta La traviata di Giuseppe Verdi al Teatro alla Scala di Milano (in forma di concerto) • «La mia casa sulle colline [nel contado fiorentino – ndr], dove faccio anche l’olio, […] è il mio paradiso. La mia vita in teatro e il rifugio nella casa sulle colline […] rappresentano per me la condizione ideale di vita. Anche la mia casa americana, a Los Angeles, mi permette di vivere a stretto contatto con la natura. Ho una bella casa circondata da tre ettari di bosco: da una parte vedo, in lontananza, il Pacifico, dall’altra le montagne della California. […] Il bisogno di vivere a contatto con la natura ha reso i tredici anni di New York infelici per me. Non vivevo bene nella città, a Manhattan. Ero felice solo con i musicisti; anche il carattere aggressivo dei newyorkesi non mi è mai piaciuto» • Ha un brano di musica pop preferito? «No. Non ho mai messo un disco pop o rock nel mio lettore cd. Apprezzo il jazz perché i musicisti sono bravi e improvvisano, ma il rock…». Che cosa ha che non va? «Fanno lo stesso ritmo per 5 minuti. Allora preferisco il rap, che alle origini aveva un ruolo sociale notevole. Nei testi c’era tutta la sofferenza dei ghetti neri» [Zincone, cit.] • Peperoncino: mito o realtà? È vero che ne trasporta sempre una scatola con sé? «Sempre! Però non mi piace il cioccolato (altra mia grande passione) con il peperoncino» • «Non conosce le ripicche, le polemiche, non è geloso dei colleghi: “Cerco sempre, per le mie orchestre, altri grandi direttori: tengono alto il livello, così, quando ritorno io, non devo faticare”. […] Se gli capita di leggere una critica perplessa non si arrabbia, non protesta, non pensa a un complotto, […] ma si dispiace per non essere riuscito a farsi capire. Ha relazioni internazionali tali da poter chiudere una tournée, una sponsorizzazione, un’incisione discografica: l’attività di direttore principale non si esercita solo dal podio, la funzione richiede altre energie. Abita la musica senza angoscia e dunque non la trasmette. […] È indifeso […] di fronte alle amicizie. Non darebbe mai un dispiacere a Sophia Loren, e così Carlo Ponti jr. può oggi scrivere nel curriculum di aver diretto anche lui l’orchestra fiorentina» [Cappelletto, cit.] • «Autentico e spontaneo. Signore dai modi gentili e allo stesso tempo uomo concreto che vuole sempre fare centro, raggiungere l’obiettivo che si è prefissato. Per questo non ama perdere tempo, anche tenendo conto del fatto che l’agenda organizzata in modo teutonico non gli offre grandi margini per variazioni improvvise di programma. Autoironico ed essenziale, ha in queste due caratteristiche una sorta di antidoto utile a evitare il rischio di perdersi nel labirinto dei capricci d’artista, come invece accade ad altri suoi colleghi. […] Mehta ama da sempre il basso profilo, anzi, bassissimo; eppure è stato scelto come uomo copertina dal settimanale Time e il New York Times lo ha menzionato 2.300 volte, come e più di un presidente americano. Critici e osservatori sono d’accordo nel presentarlo come un monumento vivente della storia dell’interpretazione musicale. […] Se gli si domanda “Maestro, ha un database di tutti i concerti fatti?”, lui risponde semplicemente con un “sì, è tutto qui”, indicandosi la fronte» [Franini, cit.] • L’errore più grande che ha fatto? «Quando ero un giovane direttore, ho un po’ maltrattato alcuni strumentisti». Era arrogante? «No. Molto esigente. Non erano grandi musicisti, ma gli ho rovinato un periodo della vita, e mi dispiace» [Zincone, cit.] • Mercoledì 29 aprile (domani), festeggia i suoi 90 anni con la Nona sinfonia di Beethoven al Teatro del Maggio musicale fiorentino, con l’orchestra che ha diretto per la prima volta sessantaquattro anni fa, di cui è stato bacchetta principale dal 1985 e ora ne è maestro onorario a vita. I malanni gli fanno un baffo. L’agenda è zeppa di impegni per diverse stagioni a venire, ovunque. «Studio tutti i giorni», dice, seduto sul divano del grande studio che ha in teatro, vicino alla partitura di Beethoven e al bastone. Maestro, come sta? «Benissimo». Perché ha scelto la “Nona” per farsi gli auguri? «Lo spiega l’Inno alla gioia di Schiller intonato da Beethoven nell’ultimo movimento. Testo sulla fratellanza universale che il mondo intero canta. Anche se attualmente il mondo sta piangendo – e non da poco». A gennaio ha fatto scalpore la sua rinuncia a dirigere in Israele, da lei considerata una seconda patria, per protesta contro la politica antipalestinese di Netanyahu. «Per un anno ho cancellato lì tutti gli impegni. Comunque a Tel Aviv continua a operare la fondazione intitolata a me e a Josef Buchmann, uomo d’affari che ha passato gran parte dell’infanzia nei campi di concentramento: una scuola che forma alla musica ebrei e palestinesi in armonia». Da residente negli Stati Uniti, che pensa di Trump? «Degno compare di Netanyahu, hanno la stessa politica pericolosa. Non lo conosco, né vorrei mai incontrarlo».
Amori «Di leggendaria bellezza da giovane, un rubacuori con pochi confronti, un mito di avvenenza persino a Hollywood, in mezzo ai divi del cinema, molti dei quali sono stati suoi amici» [Bentivoglio, cit.] • Due figli, Mervon e Zarina, dal primo matrimonio (1958-1964), con il soprano canadese Carmen Lasky, in seguito risposatasi con Zarin Mehta, fratello dell’ex marito; un’altra figlia, Arianna, da una relazione sentimentale avuta tra le prime e le seconde nozze; il quarto e ultimo figlio, Ori, da una relazione extraconiugale intrattenuta da Mehta in Israele tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, quando era già sposato (sin dal 1969) con l’attrice statunitense Nancy Kovack, sua consorte ancor oggi. «Ancora ringrazio mia moglie Nancy, che è rimasta con me, sebbene offesa e ferita».
Titoli di coda «A noi direttori piace morire sul podio».