30 aprile 2026
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Biografia di Noland Arbaugh
Noland Arbaugh, nato a Honolulu (isole Hawaii, Stati Uniti) il 1° maggio 1994 (32 anni). Studente. Dopo essere diventato tetraplegico in seguito a un incidente, è stato il primo paziente a cui è stato impiantato nel cranio il dispositivo per l’interfaccia neurale creato da Neuralink, l’azienda di neurotecnologie fondata da Elon Musk. La definizione che dà di sé stesso è: «Sono P1 – Il primo paziente di Neuralink. Zarborg. Neuronauta» [Noland Arbaugh, X].
Titoli di testa «Amo quello che Neuralink sta facendo. Lo amo tutto, e ne sono davvero orgoglioso» [Jessica Mathews, Fortune].
Vita «Sono nato alle Hawaii, a Ewa Beach, sull’isola di Oʻahu. Mio papà era un marine, e quando lo hanno trasferito sul continente, è stato congedato. Penso che avessi due o tre anni. Non ricordo nulla delle Hawaii. Poi i miei genitori hanno divorziato, e mia mamma ha finito per restare a Yuma, in Arizona, perché ha incontrato e sposato il mio patrigno» [A Ryan Tanaka, Neurapod] • Sua madre, Mia, è di Samoa. Ha lavorato presso la chiesa di Yuma per oltre venti anni. Il patrigno («ma è semplicemente papà») lavora nel settore edilizio [Ryan D’Agostino, Men’s Health] • Ha una famiglia allargata molto numerosa: una sorella (nata da un matrimonio precedente del patrigno) e un fratello maggiori, e un fratello e una sorella minori. Considerato che anche le famiglie dei genitori sono altrettanto grandi, praticamente «un quartiere di Yuma» è fatto da suoi parenti. «Non avevamo tante cose quando eravamo piccoli, ma ce la cavavamo. I miei genitori hanno lavorato davvero tanto per essere sicuri di poterci supportare. Facevano più lavori contemporaneamente per nutrire cinque bambini e darci almeno la parvenza delle cose che volevamo avere e fare [...] siamo sempre stati davvero vicini. Penso che i miei genitori ci abbiano cresciuti con l’idea che la famiglia viene sempre al primo posto [Tanaka, cit.] • Da bambino, Arbaugh è pieno di interessi e curiosità: molto atletico, pratica «quasi ogni sport all’aperto» (con una particolare passione per il rugby), sia alle medie che al liceo suona nella banda della scuola e in complessini locali (studia il sassofono e la chitarra), gioca a scacchi, recita a teatro, gioca ai videogiochi e va a caccia col padre. Partecipa assiduamente alle attività della chiesa che frequenta con la famiglia, molto religiosa, assumendo anche ruoli di responsabilità con i coetanei [ibid.] • Frequenta le scuole elementari, medie, superiori, e per un periodo il community college a Yuma «più o meno nella stessa via» [A Briar Prestidge, Hyperscale] • Però è un «pessimo studente [...] crescendo, sono sempre stato molto intelligente, e volevano che saltassi delle classi. Ma mia mamma non me l’ha permesso perché voleva che rimanessi con i bambini della mia età, aveva paura che non potessi farmi degli amici. Così sono rimasto incastrato per anni ad aspettare che gli altri bambini mi raggiungessero, ed era dura e mi annoiavo molto. Così ho cominciato a marinare la scuola, perché sapevo già quello che dovevo sapere, nelle verifiche andavo benissimo, e dicevo “torno quando mi avrete raggiunto”» E sei passato «Sì, una cosa semplicemente ridicola, i miei insegnanti avrebbero sicuramente dovuto bocciarmi e non farmi diplomare». Purtroppo quest’atteggiamento continua anche all’università, dove, non frequentando, viene spesso bocciato [Tanaka, cit.] • Si iscrive al corso di studi internazionali alla Texas A&M University, «con una particolare enfasi sulla politica e diplomazia [...] non pianificavo di farci qualcosa di specifico [...] sembrava adatto ai miei interessi. Possibilmente l’avrei usato per studiare giurisprudenza» [Maaike E. Harmsen, Christianity Today] • In qualche modo riesce a superare i primi quattro anni; per mantenersi lavora in un bar e medita di fare un po’ il nomade vivendo temporaneamente con i numerosi amici che nel frattempo si è fatto [D’Agostino, cit.] • Al primo anno di università, tramite il giornale del Corpo dei Cadetti, l’associazione militare studentesca, trova lavoro come consulente in un campeggio estivo, esperienza che gli piace molto e che ripete nelle stagioni seguenti. Finché, nell’estate del 2016, in un campeggio presso un lago artificiale non capita un incidente che stravolge la sua vita. «Era il nostro primo giorno libero e un gruppo di noi è andato presso un lago artificiale a Binghamton, New York. Per tutti quelli che lo chiedono, si tratta di una sezione protetta e transennata che è lì probabilmente da decenni, quindi non c’era niente in acqua. La gente dice sempre: “Forse c’era un pezzo del molo nell’acqua del lago, o c’era qualcosa di nascosto che galleggiava”. Non è così, non mi sono tuffato e non ho sbattuto la testa sul fondo del lago o cose del genere. Ero appena entrato in acqua con un paio di ragazzi. Abbiamo corso tutti insieme. Avevamo visto delle nostre amiche [...] che non si stavano bagnando per davvero. Abbiamo pensato che sarebbe stato divertente prenderle e immergerle [...] mentre stavamo entrando in acqua in tre sono stato colpito da qualcosa proprio sul lato sinistro della testa. La mia quarta e quinta vertebra sono uscite dalla loro sede e sono subito rientrate, ma mi sono ritrovato a faccia in giù nell’acqua» [Alex Kantrowitz, bigtechnology.com] • E poi cosa è successo? «Mi sono svegliato e ho capito che non potevo muovermi. Ho provato a farlo e non è successo niente. Quindi ho realizzato immediatamente: “Okay, beh, sono paralizzato”. Ho trattenuto il respiro, sperando che forse qualcuno venisse a salvarmi. Nessuno lo ha fatto. Quindi ho trattenuto il respiro il più a lungo possibile. Forse 15 secondi. Sembrava un’eternità [...] poi non resistevo più e ho pensato: «Tanto vale che beva un bel sorso e succeda quel che succeda» [ibid.] • Fortunatamente quel che succede è che due sue amiche, bagnine, lo tirano fuori dall’acqua e chiamano i soccorsi. Viene rianimato, trasportato in ambulanza all’ospedale più vicino e poi elitrasportato in un ospedale più grande per un intervento d’urgenza. Semicosciente, ha il modo di confortare l’amica che lo ha salvato e di chiedere a un’infermiera di non avvisare la madre per non farla preoccupare [ibid.] • L’incidente gli causa un grave trauma alla colonna vertebrale, che l’operazione non riesce a sanare, lasciandolo paralizzato dalle spalle in giù • Nei mesi successivi viene ricoverato in quattro ospedali diversi, seguito in ogni momento dalla madre e aiutato dalla rete di supporto formata dalla famiglia e dai numerosi amici [Tanaka, cit.] • Tornato finalmente a casa, passa degli anni molto difficili: «Ovviamente, è stata durissima. Essere paralizzato, vedermi portar via tutte le cose che amavo fare di più [...] non poter più praticare sport è stata una delle cose più difficili che penso di aver mai dovuto affrontare. E c’erano molte altre cose, come non avere più alcuna privacy. Dover fare in modo che tutti facciano tutto per me, andare in bagno, dover fare la doccia con altre persone, farmi strofinare o farmi aiutare da mia madre ad andare in bagno. Non è facile. E non è facile essere un peso per tutti quelli che ti circondano. Mi dicevano sempre: “Non sei un peso. Ti amiamo e faremmo qualsiasi cosa per te. Ma lo sono. Lo so. Non è un qualcosa di cui qualcuno sarà in grado di convincermi”» [A Joe Rogan, The Joe Roga Experience] • L’unica parvenza di autonomia è un rudimentale dispositivo che usa per muovere la carrozzina elettrica e compiere altre azioni molto basilari: «Avevo un bastoncino da tenere in bocca, con un pezzetto di tessuto conduttivo all’estremità, e lo usavo per toccare il mio iPad. L’ho fatto per anni» Ma era frustrante. Doveva essere messo nella giusta posizione da altre persone. Mandare messaggi con il bastoncino in bocca era una cosa molto lenta e se voleva usare la dettatura doveva parlare con il bastoncino in bocca. Se gli cadeva, doveva chiamare aiuto. «E poi non c’era molto che potessi farci» [Jenny Kleeman, The Guardian] • «Me ne stavo a letto tutto il giorno, quasi tutti i giorni. Non mi alzavo se non avevo qualcosa da fare, a parte la doccia ogni due giorni. Mi alzavo solo quando qualcuno veniva a visitarmi. Non ho fatto quasi niente per cinque anni. Nei due anni successive ho cercato di rimettere la mia vita in carreggiata. Quindi ho cominciato a studiare delle lingue e alter cose. Nei due anni precedenti mi sono impegnato per migliorarmi [Emily Mullin, Wired] • Quindi, quand’è che Neuralink fa il suo ingresso? «Un mio amico mi ha chiamato, ubriaco, per caso un mercoledì di settembre alle 11 e mi ha detto: “Ehi, vuoi metterti un chip nel cervello?” Ho detto: “Certo. Perché no? Non ho niente da fare”. Davvero hai acconsentito alla prima telefonata? «[...] Sì. Il mio amico è davvero un grande fan di Elon Musk. Quel giorno si è ubriacato e stava cercando su Google SpaceX, e sono spuntati gli esperimenti sugli umani, e immediatamente ha pensato a me. Dopo il college aveva lavorato in un laboratorio sul midollo spinale. Si era specializzato in biologia e penso che in parte sia stato a causa mia [...] quindi pensa sempre a me. È sempre stato di grande aiuto per me e la mia famiglia. Quindi mi ha chiamato e mi ha detto: «Facciamolo». E io ho detto: «Sì, certo. Perché no?» Mi ha spiegato cosa fosse Neuralink e ho detto: «Sembra piuttosto figo» [Kantrowitz, cit.] • Neuralink è un’azienda fondata nel 2016 da Elon Musk e altri otto neurologi (di cui sette hanno lasciato l’azienda nel corso degli anni), specializzata nella ricerca neurologica. I suoi obiettivi coprono un vasto gruppo di ambiti, da quello di sanare i traumi come quelli di Arbaugh (e con l’ambizione di ridare la vista alle persone cieche) a quello di una più vasta e organica integrazione tra uomo e macchina, cosa che permetterebbe all’umanità di resistere a una possibile rivoluzione di intelligenze artificiali malvage. È stata accusata di cercare di ottenere risultati troppo rapidi a scapito della sicurezza, di escludere il mondo scientifico dalle sue procedure e dai suoi dati, e di maltrattamenti di animali riguardanti le cavie che usa [Kleeman, cit.] • Hai dovuto sottoporti a un processo di screening piuttosto approfondito per scoprire se eri idoneo per Neuralink. Com’è stato? «Ci è voluto circa un mese. Ho fatto domanda e nel giro di un giorno ho ricevuto un’e-mail in cui si diceva che ero stato selezionato e volevano che sostenessi il primo colloquio. Ho fatto un sacco di interviste su Zoom. Ho dovuto fare molti screening medici. Mi hanno chiesto della mia storia medica e familiare e ho dovuto fare uno screening psicologico. Alla fine, circa un mese dopo, sono andato all’ospedale che avevano selezionato. Ho fatto un’intera giornata di screening, ovvero otto ore di test, comprese scansioni cerebrali, diverse scansioni della testa, esami del sangue e analisi delle urine. Ho fatto un altro esame psicoanalitico e poi dei test di memoria per vedere se ero a posto a livello cognitivo e anche per avere un’idea di base, così se fosse cambiato qualcosa avrebbero potuto sapere dov’ero quando ho iniziato. È stata una lunga giornata. Dopodiché, si è trattato solo di aspettare» [Mullin, cit.] • Quando ti hanno detto che eri stato selezionato per la sperimentazione e che avresti ricevuto l’impianto Neuralink, come ti sei sentito? «Per tutto il tempo ho cercato di mantenere basse le aspettative. Durante tutto il processo mi hanno detto che in qualsiasi momento, se non avessi soddisfatto uno dei loro criteri, avrebbero proseguito senza di me. Ho cercato di respingere ogni aspettativa perché non volevo illudermi ed essere deluso. Era difficile non emozionarsi. Ma penso di averne avuto bisogno per mantenere i piedi per terra durante l’intero processo». Hai avuto preoccupazioni o paure in qualsiasi momento riguardo all’intervento chirurgico al cervello? «Ci sono state un paio di cose che mi hanno fatto riflettere, ma non le definirei preoccupazioni. Era più che altro che avevo bisogno di rifletterci e di analizzare i miei sentimenti e le mie emozioni e vedere se ero davvero pronto a cominciare. Il primo è che essendo tetraplegico tutto quello che mi rimane veramente è il mio cervello. Quindi lasciare che qualcuno ci metta le mani e possa fare casino, è veramente impegnativo. Se qualcosa va storto, per me è un problema. Ma sapevo che volevo dare una mano e non volevo lasciare che le mie paure si intromettessero. La seconda cosa che mi ha fatto riflettere è che non sapevo se volevo essere il primo a mettere l’impianto nel caso qualcosa fosse andato storto. Cosa succede se si rompe o smette di funzionare e ce l’ho solo per un giorno o una settimana?» [Ibid.] • «“Ho deciso che, anche se non avesse funzionato, anche se qualcosa fosse andato terribilmente storto, sarebbe stato d’aiuto per qualcuno in futuro [...] E sapevo che, nel bene o nel male, avrebbero imparato qualcosa e avrebbero portato avanti questa tecnologia”». Come si può immaginare, per i suoi genitori è stato un po’ più difficile, [...] ma alla fine hanno sostenuto la sua decisione» [Jessica Mathews, Fortune] • Dopo un intervento di craniotomia, con cui gli viene aperto un foro sulla sommità del cranio, un robot inventato da Neurolink gli inserisce un dispositivo poco più grande di una moneta da un quarto di dollaro, da cui partono 64 fili, più sottili di un capello, che contengono un totale di 1024 elettrodi, impiantati sulla corteccia cerebrale specificamente correlata al movimento della mano destra. Gli elettrodi captano i segnali dei neuroni di Arbaugh (che continuano a essere emessi dal cervello, ma non riescono a tradursi in movimento a causa della lesione spinale), e attraverso un’app li traducono in capacità di muovere un cursore sullo schermo di un computer, a cui l’impianto è collegato tramite bluetooth [Kantrowitz, cit.] • «Elon Musk è entrato nella mia stanza d’ospedale [...] penso che sia arrivato probabilmente un paio d’ore dopo il mio intervento chirurgico. Ero ancora un po’ intontito e lui è entrato dicendo: “Ehi, bel lavoro. È un piacere conoscerti”. Cose del tipo: “Come ti senti? Come va?” [Ibid.] • Senza nessun sintomo collaterale, Arbaugh lascia l’ospedale in giornata. Nei giorni successivi gli scienziati di Neuralink conducono una serie di test per calibrare lo strumento. E Arbaugh comincia a scoprirne le potenzialità: «Quando il cursore ha iniziato a muoversi per la prima volta in base al pensiero di muovere la mano, non è rimasto sbalordito perché era in linea con le aspettative degli ingegneri di Neuralink. “Non era qualcosa che mi sembrava super fantascientifico. Sembrava qualcosa che doveva succedere. Era logico che fosse in grado di prendere quei segnali, interpretarli e poi tradurre quello che stavo cercando di fare su uno schermo”. La situazione cambia quando Arbaugh smette di pensare a muovere le mani e si concentra solo sul punto in cui vuole che il cursore vada. “Il giorno che mi ha davvero lasciato a bocca aperta è stato quando sono passato dal controllare il cursore tentando di muovere la mano all’immaginare semplicemente dove volevo che il cursore si spostasse e funzionava. Penso che sia trascorsa un’intera giornata in cui ridacchiavo e dicevo: “Questa è la cosa più bella che abbia mai visto”». [Darren Benson, stories.tamu.edu] • «Un processo che si è interrotto in un tempo troppo breve. Tutta colpa delle cicatrici sul tessuto cerebrale, che avrebbero dovuto “avvolgere” i sensori ma che si sono formate più lentamente del previsto. Con i naturali movimenti del cervello nella scatola cranica i fili si sono mossi troppo. Dopo neanche un mese dall’operazione, l’85% degli elettrodi si è staccato, facendo perdere ad Arbaugh la possibilità di comandare il computer con il pensiero. “Mi sentivo come se non avessi avuto la possibilità di usarlo al massimo delle sue potenzialità. Ero così entusiasta di quello che avrei potuto fare. Ho pianto quando ho scoperto di avere perso quasi tutto [...] È passata poco più di una settimana prima che cambiassero il software con cui vengono registrati i picchi neurali, permettendomi così di riprendere il controllo dell’impianto (..) So solo che, dopo che hanno cambiato il modo in cui registravano i segnali, ho battuto di un bel po’ i miei record di velocità e precisione” [Velia Alvich, Fanpage.it] • Alcuni mesi dopo l’intervento, per illustrare le potenzialità terapeutiche della procedura, Elon Musk pubblica un video su X in cui Arbaugh sembra giocare a scacchi con la forza del pensiero. Da lì in poi diventa famoso, rilasciando interviste in televisione e in svariati podcast (tra cui quello seguitissimo di Joe Rogan). Ha firmato un contratto per Neuralink secondo cui accetta di proseguire la sperimentazione per sei anni, alla fine dei quali l’azienda di Musk deciderà cosa fare. «All’inizio mi hanno detto chiaramente che sarebbe durato sei anni. È ciò per cui ho firmato e non ho remore, né sono arrabbiato. So che quel giorno arriverà e cerco solo di concentrarmi su quello che posso fare fino ad allora [...] Non sono sicuro del tipo di rapporto che avrò con Neuralink quando spegneranno l’impianto. Spero resteremo in contatto, ma non so come sarà la vita dopo lo studio». [Alvich, Cds] • Un anno e mezzo dopo l’intervento scrive: «Sono di nuovo uno studente [...]. Mi sono iscritto al community college locale, e il piano è di trasferirmi in una delle grandi università nell’autunno del 2026. Studierò neuroscienze. Ora sto lavorando a tempo pieno come presentatore. Sì, “lavoro”. È una parola che ora ha un significato diverso. Grazie a Neuralink, adesso posso scrivere discorsi, stare in contatto con i clienti via e-mail, studiare gli argomenti, e gestire un’attività. Viaggerò, terrò discorsi, e sperabilmente aiuterò della gente strada facendo. Dio ha aperto questa porta, e l’attraversò di corsa [Arbaugh, cit.] • A maggio del 2026 interverrà nell’evento di chiusura del Robotics Summit & Expo a Boston. Sta scrivendo un libro che dovrebbe essere pubblicato nel 2027 [roboticssummit.com].
Curiosità Tiene nella sua stanza il calco del suo cranio, creato in preparazione dell’intervento, firmato da tutti i membri di Neuralink che hanno lavorato con lui e da Musk [Kleeman, cit.] • Il suo nome utente su X è «Modded Quad»: cioè un quadriciclo fuoristrada modificato per essere più potente [Arbaugh, cit.] • Alto un metro e 80 [Tanaka, cit.] • Ha soprannominato l’impianto «Eve», cioè Eva in inglese. Perché lo hai chiamato così? «[...] Mi è sempre piaciuto il nome Genevieve. E poi c’è il film WALL-E con Eve. Così ho pensato che fosse carino [...] Poi ovviamente Dio ha dato ad Adamo Eva per aiutarlo. E mi è sempre piaciuto metterci una battuta: Adamo ed Eva hanno finito per essere ciò che ha maledetto e condannato l’umanità, così dico che forse varrà lo stesso per me e questo impianto» [Kleeman, cit.].
Amori «La rinuncia più grande è un’altra e si commuove quando la confessa: “So che non sarò mai un padre e un marito, non avrò mai una famiglia. Questo è l’unico motivo per cui ho pianto dopo l’incidente”» [Antonio Di Noto, Open].
Titoli di coda «Non penso che Neuralink sia l’ultima tappa per me, con Dio. Penso che questo sia una specie di trampolino di lancio per qualcos’altro che lui vuole che io faccia. Non so cosa sia, ma ho la sensazione che ci sia qualcos’altro. E quindi credo che Dio stia ancora lavorando e cercando di cambiarmi. E forse quando sarò cresciuto un po’ di più, maturato un po’ di più, forse quando avrò raggiunto il passo successivo, allora il resto si aprirà da solo» [Tanaka, cit.].