repubblica.it, 22 maggio 2026
Caparezza parla del suo fumetto
Caparezza fa pipì sull’albero di un bosco nel backstage di un suo concerto. Da lontano si sentono le urla del pubblico che scandiscono il suo nome. Ma lui non è lì. Almeno non con la mente: è l’inizio di Orbit Orbit, il nuovo progetto multimediale di Michele Salvemini, il vero nome di uno dei personaggi meno incasellabili della scena italiana. Infatti, qui il fumetto non è solo un modo per ampliare la portata del disco: «Il fumetto mi ha salvato la vita in un momento molto difficile», spiega l’artista, nato a Molfetta 52 anni fa. «Ho avuto una fortissima crisi. Per questioni di salute ma anche perché sentivo che dovevo dare un senso alla mia musica, ma pensavo di aver già detto tutto ed ero convinto che non avrei mai fatto un altro disco. Credo che se vuoi fare sul serio devi essere disposto a perdere tutto quando non ha più senso proseguire. E io erano tanti, troppi anni che facevo musica, dischi, concerti e non avevo più quel fuoco».
Quanto hanno influito i vari problemi di salute che ha avuto?
«L’acufene è un compagno di vita, perché non se ne va. Quindi diciamo che alla fine ti adatti, la vita cambia. L’ipoacusia pure: il problema del calo di udito è molto diffuso nel mondo della musica a tutti i livelli, non soltanto per chi fa rock, ma anche per gli orchestrali. È una usura, come in tanti altri mestieri. Però io ho capito che non si può vivere di nostalgia. Non ha senso dire “prima stavo meglio, adesso come farò”. La vita ti pone sempre davanti a un nuovo te. Queste riflessioni sono finite nel fumetto. E hanno ridato un senso al mio mestiere di musicista, perché sentivo che potevo affrontare i miei temi sotto un’ottica diversa».
Quando è nato il suo amore per il fumetto?
«Mi è capitato tra le mani intorno ai tre anni: è stata la prima magia della mia vita. Mi passano un Corriere dei piccoli, vedo queste immagini col balloon e le guardo senza che nessuno mi spieghi come si leggono: una specie di colpo di fulmine! A sei anni adoravo i Puffi. Poi ho incontrato Bonvi e ho capito che c’era una persona dietro quei disegni, così ho cominciato ad appassionarmi anche ai fumettisti. Da piccolo ero convinto che sarei diventato anch’io un disegnatore: non facevo altro che inventare storie, conservo ancora tutto in un box, e la domenica in campagna costringevo i miei amici a redigere una nostra rivista a fumetti, intitolata L’Occhiale».
Ha persino pensato di aprire una sua casa editrice.
«In quel periodo di crisi ho pensato: potrebbe essere una via d’uscita quella di creare una casa editrice invece di fare musica? Sono andato in giro a parlare con vari editori ma tutti mi dicevano: perché invece non lo fai tu in prima persona? Non ero abbastanza bravo per disegnare ma volevo entrare nei gangli della scrittura, così ho deciso di prendere lezioni di sceneggiatura con Giovanni Barbieri. All’inizio il corso doveva servirmi solo per selezionare le eventuali opere per la mia casa editrice, ma mi è piaciuto così tanto che ho pensato di raccontare questi anni strani che stavo vivendo attraverso un mio fumetto. Quando si è trattato di scegliere la casa editrice, la Bonelli mi ha colpito subito: lì si respira la storia del fumetto italiano, non si entra in un ufficio asettico, e sono felice perché da subito hanno avuto piena fiducia nella mia sceneggiatura».
Torniamo all’inizio di “Orbit Orbit”: cosa succede al Caparezza, talmente devastato nel camerino da non rendersi conto che l’artista che il pubblico invoca è lui stesso?
«Questa è la conclusione della trilogia nata con Prisoner 709 che affrontava la prigionia mentale, mentre Exuvia era il momento della trasformazione. Orbit Orbit è, invece, la libertà. Tutti e tre gli album sono legati anche da un punto di vista narrativo. Exuvia partiva da un bosco, lo stesso in cui faccio la pipì su un albero e si svolge il mio concerto. Il mio personaggio è un musicista che non ha più la consapevolezza di sé. Tutti parlano con lui come se fosse qualcuno di noto, famoso, però lui in realtà non sa nulla di sé. È perso, sviene all’interno del camerino che ha ricavato in una roulotte, che in questo caso è un Airstream, una roulotte che sembra un bozzolo di ferro. E da lì inizia la narrazione che agisce su due piani: il piano astrale, dove il camerino vola verso lo spazio, e il piano reale, dove io sono svenuto all’interno dell’Airstream. A legare i due piani sono le cose che accadono intorno a questo camerino: c’è un continuo rimbalzo tra la realtà e la fantasia, con due tratti completamente diversi, perché Sergio Gerasi, che disegna le scene reali, è più bonelliano nel tratto, mentre Riccardo Torti sviluppa il piano fantascientifico. I disegnatori in totale sono otto e poteva essere un gran casino se ognuno avesse curato un capitolo; invece ognuno gestisce un contesto, un ambiente diverso e così aiuta a contestualizzarlo».
Il suo personaggio si chiama Antenna, perché?
«Lo chiamano così ma in realtà lui non sa chi sia. Ha più consapevolezza di sé nella fantasia che nella realtà, dove giace in una sorta di catalessi. Antenna è quello che io penso sia l’artista in generale: una persona che riceve dei segnali e, appunto, li trasforma».
Presenterà questo progetto nei prossimi giorni a Roma, al festival Arf!: cosa succederà?
«Ci sarà la mostra inaugurata al Comicon di Napoli che si sposta lì. Io farò due incontri, dove mi hanno detto che ci saranno grandi sorprese, che non hanno voluto rivelare neanche a me, e un firmacopie. Mi fido molto del gruppo di Arf!, perché è un Festival sul fumetto d’autore, senza troppe distrazioni. Non c’è città ormai senza un festival ma non sempre il fumetto è il vero protagonista, come invece dovrebbe essere».