repubblica.it, 22 maggio 2026
Iran, il blackout digitale più lungo della storia, 3 mesi senza Internet
Mohammad aveva un canale Youtube con 20mila iscritti, ora nessuno lo segue più. Ali parlava con i suoi amici all’estero, si scambiavano musica, film, idee: non vede più nessuno fuori dall’Iran e non riesce più “nemmeno a leggere le note del pianoforte…”. Ahmed è un ingegnere, costruiva circuiti stampati, senza Internet non ha “accesso a informazioni e schede tecniche dei componenti”. Farhad è un editor, o meglio, lo era: “Il mio unico reddito proveniva da questo lavoro. Ho passato diversi anni a imparare per potermi mantenere… Ma ora non posso nemmeno permettermi un’acqua minerale… Dipendevo completamente da internet per lavorare…”. Sarina vendeva abiti su Instagram, Mahshid chiedeva consigli a Chatgpt per “esercizi fisici e per i corsi di ingegneria”, Davood aveva un’impresa di programmatori, 30 tra freelance e assunti, non lavora più nessuno.
Gli iraniani stanno sperimentando e subendo il più lungo e intenso blackout digitale della storia: è iniziato l’8 gennaio, con le manifestazioni anti-governative represse in un bagno di sangue, ed è proseguito durante tutta la guerra e dopo, una censura senza precedenti che sta mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro e la salute mentale di decine di persone. “Internet è fuori servizio e in questo blackout la vita sta svanendo a poco a poco”, scrive il gruppo di iraniani che ha creato un profilo X, OfflineIran, “Racconti dal blackout”, per raccogliere le testimonianze di chi è rimasto al buio.
Padri di famiglia che non possono far funzionare le loro imprese senza Telegram, lavoratori autonomi che vivevano soprattutto di commissioni estere, adolescenti privati di Spotify e Youtube, tutti costretti a usare l’Internet nazionale, la rete chiusa costruita dalla Repubblica islamica per poter controllare in maniera capillare la vita digitale degli iraniani. La guerra ha aggravato pesantemente la crisi economica che l’Iran viveva già prima del conflitto: almeno un milione di posti di lavoro sono andati in fumo. E secondo l’economista Mohammad Reza Farzanegan dell’università Philipps di Marburgo, in Germania, anche di più: la stima è che almeno 10 milioni di posti di lavoro siano generati dall’economia digitale, direttamente o indirettamente.
Per la classe media e la working class iraniana è come tornare indietro di 20 anni. Anche molti commercianti usano la rete per vendere, ordinare, contattare i fornitori. Nel buio, non sono tutti uguali. Il governo ripete che Internet è stato chiuso per “ragioni di sicurezza”, la portavoce dell’esecutivo Fatemeh Mohajerani ha detto che l’amministrazione Pezeshkian è contraria alle restrizioni ma ha ammesso che non valgono per tutti e non ha saputo chiarire se e quando internet verrà riaperto. “Con il mandato che il presidente ha dato (il primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza) Aref, stiamo cercando, pur tenendo conto di tutte le questioni esistenti, dei desideri del leader supremo e delle considerazioni pertinenti, di sciogliere i nodi intorno a Internet in modo da poter arrivare a una situazione più giusta”. Perché quella attuale è profondamente iniqua, e lo sa anche il governo.
Il blackout che dura da quasi tre mesi non vale per tutti. I funzionari del sistema, analisti e commentatori che sostengono la Repubblica islamica, hanno accesso alla rete internazionale. Altri ci arrivano attraverso le cosiddette white sim, le schede bianche, distribuite con il sistema “Internet Pro”: lo stato concede connessione senza controlli ma a costi molto elevati e comunque solo a chi non viene considerato una “minaccia”, un dissidente o anche semplicemente qualcuno con delle idee un po’ diverse. Anche i Vpn che gli iraniani hanno sempre usato in maniera massiccia per aggirare filtri e restrizioni per l’accesso ai siti occidentali sono diventati troppo cari per la maggior parte della popolazione, e in molti casi non funzionano.
L’esperto di tecnologie Arash Zad fotografa il divario: “Negli ultimi tre mesi in Iran si è verificata una vera e propria “pulizia di classe” digitale. In questo periodo, la quota di traffico internet di Android è diminuita del 25%, mentre quella di iPhone è cresciuta del 180%. Ciò significa che milioni di utenti appartenenti alle classi medio-basse hanno abbandonato lo spazio online. Chi possiede un iPhone può permettersi il costo della configurazione o di un abbonamento a Internet Pro, mentre chi non lo ha, a causa di diverse preoccupazioni economiche, rinuncia al dono di Internet”. È una storia che riguarda tutti, un precedente che farà scuola tra le autocrazie e pure tra le democrazie. «È una nuovo autoritarismo digitale, l’accesso a Internet non è più un diritto, ma un privilegio», dice Amir Rashidi, uno dei più grandi esperti internazionali di cybersicurezza.