la Repubblica, 22 maggio 2026
Intervista ad Asia Argento
Asia Argento è la protagonista assoluta di Death has no master, “La morte non ha padroni”, un horror politico in gara alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. È un film ambientato in un Venezuela sospeso tra incubo, memoria coloniale e violenza contemporanea. Argento interpreta Caro, un’italo-venezuelana che torna nella piantagione ereditata dal padre per reclamarne il possesso, scontrandosi con i dipendenti che in quella casa vivono da anni. Tra tensioni di classe, traumi familiari e fantasmi storici, il regista Jorge Thielen Armand costruisce un racconto inquieto sul senso di appartenenza, sull’eredità e sul conflitto sociale. Atmosfere oniriche, echi del thriller italiano anni Settanta e un forte sottotesto politico attraversano un film che riflette anche sulla crisi venezuelana contemporanea.
Le prime recensioni sul film sono buone.
“Non le leggo da anni, mi fanno male sia quelle buone sia quelle cattive, il mio ego è sempre ballerino. Sinceramente pensavo che non sarei più venuta a Cannes, che non mi avrebbero più presa dopo il famoso discorso del 2018 (in cui parlava di MeToo ndr.) Quindi è un’emozione enorme tornare. Perché io vengo qui da quando avevo sedici anni. Ho fatto, non lo so, venti Cannes, forse di più. Anche quando non avevo film mi chiamavano a dare i premi, a vedere i film. Poi a un certo punto mi sono tagliata fuori da questa famiglia e quindi essere riaccolta, e poi attraverso la Quinzaine, che è veramente un luogo alto di cinema, dove sono stata anche come regista, è emozionante. Ieri sera, dopo tutti gli applausi, non sono neanche andata alla festa. Sono tornata in camera, mi sono fatta un pianterello e poi sono andata a dormire”.
Sul palco quella sera li sorprese?
“Nessuno sapeva niente. È stata una cosa da kamikaze, sono morti tutti, ma soprattutto io. Mi sono fatta esplodere nella Mecca del cinema. Era una cosa che ai tempi mi sembrava giusta, perché stavo male anche. Stavo male per quello che stava succedendo già da mesi. Quindi è stato il culmine, l’esplosione di tanta pressione che avevo tenuto dentro di me. Però poi ho pagato le conseguenze di questo gesto per tanti anni”.
Con il silenzio? Con l’oblio?
“L’unico che mi strinse la mano ai tempi fu Spike Lee, che attraversò la sala per venirmi a stringere la mano. Per il resto io ero un’appestata. Poi venne da me Kristen Stewart e abbiamo chiacchierato. E io le dissi: guarda, ora sta a voi che siete più giovani…”.
Come è arrivata a questo film?
“Jorge, il regista, mi ha contattato otto mesi prima delle riprese. Ho letto la sceneggiatura, ho visto i suoi film precedenti e ho detto: lo faccio. Non avevo capito che fosse un film di genere, pensavo a uno politico, la prima stesura andava più in quella direzione. È stata un’esperienza forte. Il Venezuela ha luoghi malmessi, in alcune zone più remote in cui abbiamo girato non c’erano elettricità, acqua, bagni. Eravamo proprio nel nulla. Ma fare le prove per mesi lì con i non attori è stato un privilegio. In più Jorge continuava a cambiare la sceneggiatura, mettendomi in difficoltà con lo spagnolo”.
Se la cava bene.
“Ho studiato molto e ci sono riuscita, ma con dei complessi, delle paure, delle insicurezze che poi aiutavano il mio personaggio. Perché lei ha questo problema, questa vergogna: è venezuelana, perché è nata là, però se n’è andata e quindi vorrebbe riappropriarsi delle radici ma non sa neanche parlare bene la lingua”.
È un po’ anche l’alter ego del regista, no?
“Sì. C’è tutta questa storia dei negrieri, della sua famiglia, di questi italiani che andavano lì e costruivano i loro imperi sul sangue dei poverini, degli abitanti di quei luoghi. Io non avevo mai riflettuto davvero su queste dinamiche. Non ero mai stata in Sud America”.
Quando ha capito davvero chi era il personaggio?
“Quando ne ho compreso la malattia mentale. E per farlo mi sono portata veramente al limite della psiche. Mai uscita dalla camera d’hotel, mai a cena con gli altri, non parlavo con nessuno. Un isolamento disperante. L’unica cosa che facevo era leggere il copione trecentomila volte. E ascoltavo musica venezuelana vecchia, anni Settanta. Questa è stata la mia vita per due mesi e mezzo”.
Si è anche ammalata.
“Sì, perché dimagrivo, dimagrivo. Ero tipo un mostro. Stavo veramente male per fare questo ruolo, per provare quelle sensazioni. Ti si abbassano le difese immunitarie. Ho preso l’ameba due volte. Ero uno straccio. Però è stata un’esperienza molto forte. Ho detto: sono tanti anni che non avevo l’opportunità di fare un ruolo così. Ho solo un proiettile, non posso mancare il bersaglio”.
Il regista ha detto di aver visto in lei l’ombra scura di chi ha avuto un rapporto difficile con il padre.
“Jorge ha fantasticato un po’. Ma è vero che con papà non abbiamo un rapporto idilliaco. Ci vogliamo molto bene, ma non siamo la famiglia del Mulino Bianco. È un rapporto che è stato molto minato anche perché abbiamo mischiato molto il lavoro con la vita. Questa è una cosa che non andrebbe mai fatta”.
Lui dice che lei è l’attrice che meglio ha capito il suo cinema.
“Spero di sì. Ho studiato veramente il suo cinema e volevo essere al servizio. Questo voler essere al servizio di mio padre, che è un regista molto rigido, esigente, mi ha portato poi a fare il mio meglio anche per gli altri. Questa disciplina argentina che mi ha passato lui, che lui ha con sé stesso ma che esigeva anche da me, l’ho portata su questo film e su tanti altri che ho fatto. In realtà però, per questo film, ho pensato più a mia madre”.
Spieghi.
“C’è una scena improvvisata: Jorge mi mette in una stanza e dice: ‘Ecco gli elementi: le mappe, i soldi, la frusta, il cappello. Fai come ti pare’. E quello era il momento intimo del personaggio. Lì ho dovuto tirare fuori la pazzia del personaggio e delle cose del mio passato. Quando parlo al padre e dico: ‘Ti piaceva picchiarmi’, in realtà erano cose che parlavo più a mia madre, che è anche morta. Quindi bisogna andare a pescare in quello che si conosce. Io sono andata nel mio passato, ma ero talmente diventata il personaggio che parlava lei”.
Il film sembra un thriller horror anni Settanta.
“L’ho capito la prima volta che ho visto il film e ho detto: cazzo, ho fatto un horror anni Settanta, ma oggi. Molto è nato anche da quella casa dove abbiamo girato. Avevo pure delle presenze in quella casa. Era spaventosa. Mi metteva incubi. Mi ha aiutato nel tormento”.
Ne è valsa la pena.
“Sì. Le riprese di questo film mi hanno ricordato che ce l’ho ancora, il cinema. Le dico una cosa straziante, ma per anni mi sono sentita un fallimento. Dopo il discorso a Cannes non mi ha chiamato più nessuno. Ho iniziato a pensare a un piano B. E ancora ci penso. Dai 45 anni i ruoli calano, io ero l’intoccabile. Pensavo di essere finita. Questo film mi ha dimostrato che ho ancora delle cartucce. È andata bene, ma ho imparato a mie spese a non crederci troppo, agli apprezzamenti. A non montarmi la testa. Mantengo un profilo basso, che è stato faticoso ottenere e che devo mantenere per la mia sanità mentale. Per anni, da insicura, ho dovuto dire a me stessa: ‘Sei la numero uno’, perché sennò non sarei uscita di casa con tutta la mia timidezza. Ora ho riequilibrato un po’ quello che sono in realtà: una lavoratrice del cinema che ha fatto del suo meglio. E che ha ancora delle cose da raccontare”.
E sono arrivate già molte proposte.
“Sì. Dopo il film ho smesso di dirmi che ero finita, e sono arrivate tantissime cose interessanti che farò. In questi anni ho fatto dei film che non erano giusti per me. Questo sì”.
Poco fa si stava messaggiando con i suoi figli. Che dicono?
“In realtà mi chiedevano del cane, perché stasera torno a Roma e dobbiamo cenare insieme. Abbiamo preso un Golden Retriever. E questa è la cosa più bella che mi sia successa negli ultimi anni. Ho trovato l’amore e questo cane mi dà una gioia di vivere, un affetto incondizionato che non avevo mai conosciuto”.
Con i suoi figli come va?
“Sono fiera di non aver fatto pesare loro la mia attività artistica. Ne sono fiera. Non racconto neanche quello che faccio. Perché io da piccola ero estasiata da mio padre, volevo sapere tutto, invece io voglio che loro siano i protagonisti della mia vita. Sono loro le star, non io”.
Che cosa spera per loro?
“Che possano essere sé stessi. Che non abbiano quell’ansia da prestazione che mi ha accompagnato tutta la vita. Spero che non sentano di dover dimostrare di essere qualcosa. E io li sosterrò in tutto quello che vorranno fare”.
Il cinema italiano in questo momento, con tutte le polemiche sui film finanziati… cosa pensa?
“Ho fatto un bellissimo film di Dario Albertini con Valerio Mastandrea, Armony. Mi fa sperare che cose molto interessanti, anche con un respiro internazionale, possano accadere in Italia. Anche se stiamo passando un momento difficile, sicuro. Però io ho dei progetti italiani, ci sono cose che accadono. Probabilmente ci sono meno soldi per farle. È fortunato chi li trova”.
Anche economicamente per lei sono stati anni difficili?
“Sì, è stato duro economicamente non lavorare. È brutto dirlo, ma la mia grande fortuna economica sono stati i miei scandali. Con quelli ho guadagnato più che con qualsiasi film”.
In che senso?
“Raccontando la mia vita. E questo non ha portato fortuna ai miei film, perché in Italia c’è anche il pensiero: ‘Questa va in tv, non la prendiamo’. Però io devo campare. Ho due figli, ho un mutuo. Quindi parlare in tv mi ha mantenuto in questi anni in cui c’era poco lavoro”.
“IndieWire” scrive che esiste un genere cinematografico “Asia Argento”.
“Quando l’ho letto mi ha fatto sorridere. Però è vero che i registi mi chiamano spesso a incarnare donne che sembrano quasi sorelle tra loro. Come se i personaggi dei miei film potessero comunicare fra loro”.
Progetti da regista?
“Penso di aver fatto dei film anche importanti. Ne ho fatto uno a 23 anni: ero la prima attrice-regista-autrice in Italia. È stato completamente preso a schiaffi, fui umiliata, anche se ero stata alla Quinzaine. Eppure Scarlet Diva oggi viene ricordato spesso all’estero. L’hanno proiettato venticinque anni dopo alla Fondazione Prada. È un film che ha avuto un’importanza anche per le ragazze giovani di oggi. Ho avuto due film su tre a Cannes comunque. Però io continuo a scrivere film eccentrici, interessanti, fuori dalle righe. Solo che oggi è così difficile farli. E io vorrei farli in Italia. Però ormai i produttori mi dicono: ‘Madonna com’è bello, dovresti scriverci un libro’. Ma io il libro l’ho già scritto. Io ci voglio fare un film. Però non ho più la cazzimma di un tempo di andare a prendermi le porte chiuse in faccia”.
E poi c’è il capitolo hollywoodiano. Qui Vin Diesel un paio di giorni fa era a Cannes con “Fast & Furious”. Voi giraste “xXx”.
“Con Vin ho avuto un rapporto meraviglioso e mi sono divertita molto. A 26 anni ero una veterana. Avevo fatto cento film. Quindi non è che Hollywood mi facesse girare la testa. Usai quel film e quella popolarità per finanziare il secondo da regista. Mi avevano offerto Fast and Furious 2 e altri filmoni, ma sono riuscita in quel momento a non farmi andare Hollywood alla testa. Infatti poi ho lavorato con altri registi, come Sofia Coppola e Gus Van Sant, in un cinema più simile a me”.