Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Monica Bellucci riflette sulla recitazione
Monica Bellucci è sempre tappeto rosso e strangozzi umbri fatti in casa, diva e vicina di casa, sofisticata e terrena. Mai aggressiva, parla con voce bassa e lenta. Dimagrita, 61 anni, è in splendida forma. Tenace con lo spirito di una guerriera e mamma accogliente, dà occhiate di antica complicità mentre l’organizzazione Usa si esercita in pignolerie che fanno solo perdere tempo. Al festival torna con due film: il cameo in cui fa sé stessa, tanto che inizialmente Butterfly Jam si intitolava Monica, sulla comunità circassa nel New Jersey, e soprattutto The Birthday party di Léa Mysius, in gara.
Che film è?
«Un thriller ma anche un dramma realistico, dal romanzo di Laurent Mauvigneir, una History of Violence al femminile. Nella campagna francese più sperduta irrompono tre fratelli armati con pessime intenzioni. Il più grande, il boss, ha un conto da regolare con la mia vicina di casa, Hafsia Herzi. I tre sono un carattere con tre teste, si riconoscono dinamiche familiari comuni. Io interpreto una pittrice, dipingo quadri scuri. Mi lego alla bambina di Hafsia perché ho fallito come madre e come donna».
Un po’ lontana da lei.
«Molto lontana dal mio temperamento mediterraneo. Era una sfida. Una donna isolata, abbandonata, chiusa in sé, che sta invecchiando. Col bandito un po’ naif sono manipolatoria».
Quando il fratello maggiore le dice vecchia strega, come l’ha presa?
«Eh, era scritto così. Mi era già capitato quando ho girato I fratelli Grimm e l’incantevole strega. Ma sai, dopo una certa età non ti vede nessuno, si diventa trasparenti, e per un’attrice si aprono prospettive interessanti».
Monica invisibile?
«Fisicamente cambiamo, hai maggiori chance di esprimere altri personaggi e altri aspetti della vita. Quando hai 30 o 40 anni, anche se hai il più bravo truccatore, è impossibile».
Come donna, invecchiare è una fregatura o lo accetta?
Sorride: «Ci sono due possibilità, o invecchi o muori. Non vedo altre strade. Arrivi a un punto che diventi spettatore e non sei più tu al centro dell’attenzione. A me succede in casa con le mie figlie».
Cioè?
«Léonie ha 16 anni ed è ancora piccola, la più grande, Deva, ha 21 anni, sta facendo una bella carriera da attrice. Il fatto positivo che colgo della sua generazione è che sono meno competitivi e pensano più alla qualità. Mi sembra importante».
Come le segue? Dà consigli, si pone a distanza...
«C’è uno scambio, Deva ha il suo punto di vista, ogni tanto mi dice devi fare questo e devi fare quello. Insomma capita che sia lei a dare consigli. Parliamo della differenza tra realtà e immagine, ne sa più di me, infatti resto in silenzio».
Cosa le piace di più della gioventù di Deva?
«La sua passione e la sua curiosità. L’esperienza ha bisogno di freschezza. Non penso che abbia avuto la vita spianata. Deva dice: ci sono famiglie di medici, di avvocati. E di attori. Io sto imparando da nuovi registi che hanno una visione forte, originale, è successo anche in questo film».
In che modo?
«Dovevo essere veloce a capire cosa voleva Léa da me, e lo sapeva dall’inizio. Mi diceva, Monica, tu sei una persona così dolce, e hai una forza cinematica sul tuo volto. Ho capito che dovevo aprire porte segrete dentro di me».
Con una regista è diverso lavorare?
«Beh, scatta una chimica diversa, dipende dal modo in cui si oggettivizza e si trasforma un’idea. È sempre una questione di come la gente usa il potere, non c’entra il genere».
Ha appena lavorato con un’altra regista.
«Ho ritrovato dopo tanto la mia amica Maria Sole Tognazzi. Iside è la storia di una filiazione, non posso dire altro».
La diva Monica in cosa è rimasta provinciale?
«La provincia dà protezione, da giovane ti salvaguarda. Poi ti dà il desiderio di andartene, con una marcia in più».
Lei è stata tante volte a Cannes: più volte in gara, madrina, giurata...
«Giurata nel 2006, il presidente era Wong Kar-wai, premiammo Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Ricordo grandi discussioni, poi la soluzione si trova. Vedevo tre film al giorno al festival più importante del mondo, un clima di libertà».
Discussioni ma niente rispetto a «Irrèversible»...
«Sì, niente rispetto alle polemiche, nel 2002, che circondarono il film di Gaspar Noé. Tanti spettatori uscirono dalla sala per la scena di stupro così violenta e realistica, fu emotivamente duro girarlo. I fischi, lo scandalo. Ma è diventato un film iconico. Dopo 24 anni siamo ancora qui a parlarne».