Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Intervista a Ermanno Zanini
Il lusso salverà il mondo? Di certo l’economia che ruota intorno ai consumi a cinque stelle non vacilla. Ma Ermanno Zanini, figura di riferimento dell’ospitalità internazionale, sa che per mantenere i consensi di un turismo di rango non basta il lusso fine a sé stesso: servono contenuti, attenzioni personalizzate, servizi, cultura. General manager di Jumeirah Capri Palace e vicepresidente per Sud Europa e Regno Unito per il Jumeirah Group, per tre anni è stato anche al vertice del Burj Al Arab.
Perché lo scenario di instabilità geopolitica internazionale non incide sul turismo di livello alto?
«L’extraluxury ha una resilienza intrinseca, ma non può più limitarsi all’ostentazione e all’eccesso. La clientela internazionale cerca esperienze memorabili, autenticità, contenuti culturali, senso. Anche nell’alta ospitalità si è affermato un principio di value for money, il rapporto qualità-prezzo. E non nel senso della rinuncia, ma della ricerca di coerenza e significato in ciò che si sceglie: vale per un viaggio, un’opera d’arte o una esperienza gastronomica».
Dubai però ha dovuto fare i conti con un crollo del turismo. E lì c’è l’hotel più iconico del gruppo, il Burj al Arab...
«Il Burj Al Arab resta uno degli hotel simbolo dell’ospitalità contemporanea e del lusso internazionale. Oggi è interessato da un importante percorso di rinnovamento e continua a rappresentare una destinazione iconica. I tre anni trascorsi a Dubai sono stati molto importanti perché mi hanno permesso di confrontarmi con una visione globale dell’ospitalità e porto quell’esperienza nel contesto europeo, seguendo realtà molto diverse fra loro, da Capri a Londra, fino a Maiorca e Ginevra».
Quanto conta l’«esperienza caprese» nel mondo?
«Capri è un luogo straordinario perché racchiude anime diverse. Capri e Anacapri rappresentano due sensibilità complementari: una più mondana e iconica, l’altra contemplativa, silenziosa, legata alla dimensione del paesaggio e della cultura. Al Palace abbiamo cercato di costruire un’idea di ospitalità che dialogasse con questa identità. E poi Capri non è soltanto una destinazione balneare: è un’isola attraversata da storia, filosofia, arte e spiritualità da oltre duemila anni».
Però l’isola è cambiata. E non solo dai tempi di Tiberio.
«È cambiata, come tutte le grandi destinazioni internazionali, ma ha un Dna solido e conserva una identità forte. Anacapri in particolare mantiene una dimensione più autentica, legata al paesaggio, ai ritmi mediterranei e a una idea di bellezza discreta».
Eppure proprio ad Anacapri c’è l’azienda più grande dell’isola. Al Palace lei ha realizzato numeri di rilievo.
«Sì, siamo l’azienda più grande per fatturato, posti di lavoro e indotto. Il Capri Palace 25 anni fa era un 4 stelle con 45 dipendenti, ora ha 450 dipendenti ed è un 5 stelle extralusso. Negli anni è cresciuto non solo come dimensioni, ma come identità progettuale. Ho sempre pensato che il viaggiatore contemporaneo desideri vivere esperienze complete, dove ospitalità, cucina, benessere, arte e cultura dialoghino fra loro. Per questo abbiamo sviluppato realtà gastronomiche diverse ma complementari – da L’Olivo a Il Riccio, fino ad A-Ma-Re e Zuma – insieme con l’attenzione al wellness e alla longevity. Stiamo lavorando anche a nuovi progetti legati alla dimensione culturale e musicale dell’ospitalità, come NOX, pensato non semplicemente come un club, ma come uno spazio di incontro fra musica, estetica, performance e racconto contemporaneo dell’isola. Avere una forte identità culturale è fondamentale».
Da dove arrivano i clienti?
«Stati Uniti, Nord America, da molti Paesi dell’Europa fra cui Svizzera e Inghilterra, e poi ci sono gli italiani».
Avete perso l’attenzione degli oligarchi russi?
«Non sono mai stati fra i nostri clienti di riferimento, pure se l’isola ha avuto profondi legami con l’Unione Sovietica, perché amano le spiagge e non le rocce».
Si parla molto di overtourism. Qual è la sua lettura di questo fenomeno?
«L’overtourism è un tema reale che riguarda tutte le grandi destinazioni internazionali. Capri e Anacapri stanno affrontando il tema con sensibilità differenti, ma credo che il punto centrale sia migliorare la qualità della gestione di flussi, mobilità e servizi. La clientela dell’alta ospitalità tende a muoversi con maggiore programmazione e con servizi dedicati, ma anche per questo tipo di turismo è fondamentale trovare un territorio efficiente, ben organizzato e sostenibile».
Quanto costa una stanza al Capri Palace?
«Intorno ai 5 mila euro. Ma il lusso, quando è autentico, non è solo consumo: è cultura, artigianalità, ricerca estetica, qualità del tempo e delle relazioni. Non va demonizzato, ma reinterpretato in modo consapevole e contemporaneo. E sono anche convinto che l’offerta alberghiera non va costruita per far sentire il cliente come a casa propria. Un grande albergo non deve replicare la dimensione domestica, ma offrire altro: dovrebbe aprire prospettive, creare emozioni, stimolare immaginazione e scoperta».
Ma «Abitare con cura» è il titolo della mostra che il Capri Palace, che ha una bella collezione di arte contemporanea, propone quest’anno.
«L’arte contemporanea mi interessa perché ha la capacità di creare connessioni e generare domande. La mostra, realizzata con Galleria Continua, riflette una visione dell’ospitalità in cui l’arte non è decorazione, ma parte integrante dell’esperienza umana del viaggio. L’albergo diventa spazio di incontro, di dialogo, di relazione. Un luogo temporaneo, certamente, ma proprio per questo capace di generare connessioni inattese».
Come è arrivato a governare il mondo del lusso?
«Fino ai diciotto anni, oggi ne ho 55, il calcio era il mio mondo: giocavo nelle giovanili del Napoli e nella Nazionale Under 18. Un grave incidente in moto ha cambiato improvvisamente il mio percorso. Attraversavo un momento molto difficile quando mio padre decise di mandarmi negli Stati Uniti. Lì iniziai quasi per caso a lavorare nella ristorazione e da quell’esperienza nacque tutto il resto. Entrai nel Four Seasons, dove ho avuto la possibilità di crescere facendo ogni tipo di esperienza, dal servizio di sala fino ai ruoli manageriali. È stata una scuola straordinaria fra New York, Londra, Milano. Poi l’esperienza a Parigi al George V».
E a Capri come è arrivato?
«A Milano conobbi Tonino Cacace, patron del Palace di Anacapri, che all’epoca si chiamava “Europa’’: mi chiese una mano per riposizionare l’albergo. Lui aveva una visione romantica del territorio, io un approccio più cosmopolita: ci siamo affiatati in una difficile definizione dei ruoli. Ma per quello che doveva essere fatto le risorse erano limitate, servivano investimenti importanti. Poi Cacace cedette al gruppo turco Dogus nel 2013 e io rimasi come responsabile dello sviluppo alberghiero. E nel 2020 è arrivato il Jumeirah Group».
Oltre al lusso ci sono i voli low coast e le case vacanza...
«Soluzioni che consentono a tutti, innanzitutto ai giovani, di scoprire il mondo. Prima viaggiavano solo i ricchi. Oggi possono farlo tutti a costi contenuti. È davvero una opportunità bellissima».
Quante stelle ha la sua vita personale?
«Stelle infinite, ma profilo molto normale. Ho 3 figli, 2 cani e una moglie che conosco da 40 anni. Io e Teresa ci siamo sposati 25 anni fa, dopo 7 anni da fidanzati e 8 da amici. Siamo entrambi di Fuorigrotta, un quartiere popolare di Napoli. Lì conservo una piccola casa, anche se abbiamo scelto di abitare a Posillipo, davanti al mare. Lei è la mia parte più spirituale, mi aiuta a relativizzare tutto e a osservare ogni cosa con la giusta prospettiva e la opportuna distanza».
I suoi figli cosa fanno?
«Stefano 24 anni, Gaia 22 ed Emmanuele 20 studiano e sono già legati al mondo dell’ospitalità».
Lei, che è sempre in viaggio, quanto ci mette a fare la valigia?
«Un’ora e non uso mai il bagaglio a mano, perché non mi piace decidere in anticipo cosa indossare e non mi sposto mai senza libri».
Secondo la sua esperienza, cosa si ruba negli alberghi?
«Di tutto. Il ricordo più bello è di un fiore portato via da un vaso. Poi ci sono le cose più grevi: suppellettili, portatovaglioli, accappatoi... C’è chi compra valigie per stivare gli extra».