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 2026  maggio 22 Venerdì calendario

Iran, prosegue lo stallo. Anche sull’uranio

La voce arriva da Teheran, tra il retroscena e l’intimidazione. La Guida suprema Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato di non far uscire dall’Iran l’uranio arricchito vicino alla soglia militare. Poi però, quasi subito, comincia la smentita. Fonti iraniane vicine ai negoziati parlano di «propaganda dei nemici dell’accordo», di falsità fatte circolare per sabotare un dialogo già fragilissimo. Anche la Casa Bianca si accoda e liquida quelle indiscrezioni come false. Poi arriva Donald Trump a fare Donald Trump. Minaccia, alza la posta, si ruba la scena. «Ce lo prenderemo da soli e probabilmente lo distruggeremo dopo averlo preso, perché a noi non serve. Ma non permetteremo che loro ce l’abbiano», dice. E, senza cambiare tono, butta lì che suo figlio lo vorrebbe al matrimonio nel fine settimana, «ma io ho una cosa chiamata Iran».
Eppure, dietro lo show, lo stallo è l’unica certezza, con i due nemici immobili sulle loro posizioni. Una fonte citata da Reuters spinge sull’ordine della Guida suprema: «La direttiva è che le scorte di uranio arricchito non debbano lasciare il Paese». Il ragionamento di Teheran è semplice. Consegnare quel materiale vorrebbe dire restare nudi davanti a possibili nuovi attacchi israelo-americani. Per questo gli iraniani continuano a ripetere che prima viene la fine vera della guerra, con garanzie credibili contro altri raid, e solo dopo si potrà discutere del programma nucleare. La casa Bianca, invece, vuole l’opposto. Prima mettere al sicuro l’uranio, poi il resto.
Nel frattempo l’Iran non aspetta. Cnn racconta che durante il cessate il fuoco in vigore da sei settimane, la Repubblica islamica avrebbe già riavviato parte della produzione di droni. L’apparato militare iraniano si starebbe rimettendo in piedi molto più rapidamente di quanto si potesse pensare.
Da Washington, Marco Rubio assicura che la preferenza americana è «concludere un buon affare», mentre Netanyahu resta convinto che un accordo imperfetto sia peggio di una guerra. Ma dopo la telefonata «di fuoco» avvenuta mercoledì tra il premier israeliano e il presidente americano, non sembra che in questo momento Trump voglia ascoltarlo. Avrebbe detto: «Netanyahu farà quello che voglio che faccia».
Sullo sfondo incombe Hormuz, lo Stretto da cui passa una parte decisiva dell’energia mondiale. E il capo delle operazioni navali americane, Daryl Caudle, ha ammesso al Senato che la Marina Usa non ha la capacità di riaprirlo davvero scortando le navi in transito. Può rafforzare il blocco, sminarlo, ma non può garantire un passaggio.
Intanto, atterra a Teheran un alto funzionario pachistano incaricato di mediare i colloqui, mentre i mullah rivedono la risposta americana al loro piano di cessate il fuoco. Ci pensano i pasdaran a fare la voce grossa e avvertono che una nuova aggressione allargherebbe la guerra ben oltre l’Asia occidentale, dopo che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha promesso nei giorni scorsi «molte altre sorprese» se le ostilità dovessero riprendere. Gli ayatollah, usciti malconci ma non piegati dai 39 giorni di guerra, sembrano convinti di avere resistito abbastanza per concedere sempre meno. È questo il paradosso che complica i tavoli. Ali Khamenei era forse l’ultimo interlocutore con cui un’intesa si poteva ancora immaginare. Adesso, in un sistema più radicale, decentrato, e vendicativo, tutto sembra insormontabile.