Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Così la potente famiglia dei Castro tratta con Washington
Già si annunciavano mesi di altissima tensione tra Stati Uniti e Cuba quando, a febbraio, sono state presentate all’Università dell’Avana le «Opere scelte» del novantaquattrenne Raúl Castro, fratello del defunto Fidel: 9 tomi, 5.000 pagine di testi, che i nostalgici delle letture rivoluzionarie possono anche scaricare online. «Sono un alimento per la memoria collettiva», ha assicurato lo storico cubano Elier Ramírez Cañedo.
Sarebbe ancora lui, il fragile, malato, ma sempre vigile Raúl, dietro le quinte del potere ufficiale, a guidare il Paese e le potentissime Forze armate. Dall’anziano generale sarebbe partito il via libera anche ai colloqui con gli Stati Uniti, affidati al nipote ed erede designato, il colonnello Raúl Guillermo Rodríguez Castro, 41 anni, detto Raulito o El Cangrejo (il Granchio), che in contemporanea con quell’evento «letterario», ha ricevuto il team del segretario di Stato Usa Marco Rubio, a margine dell’incontro annuale dei leader caraibici.
Primogenito della figlia maggiore di Raúl Castro, Débora, e del generale Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, che ha guidato il potente conglomerato economico-militare Gaesa fino alla sua morte nel 2022, il «Granchio» da tempo è considerato il mediatore migliore per accedere alla potente famiglia Castro. C’era ancora lui, e non il grigio presidente di facciata Miguel Díaz-Canel (odiatissimo da Trump), alla storica riunione il 14 maggio con il capo della Cia, John Ratcliffe, all’Avana. L’incontro, a quanto pare, non ha scalfito la compattezza del regime, se pochi giorni dopo è arrivata l’incriminazione per nonno Raúl.
Forse Washington ha puntato sul cavallo sbagliato. Rodríguez Castro, nuovo stratega delle politiche cubane, non ricopre alcun incarico ufficiale nel governo o nel Partito Comunista, ma oltre ad essere la guardia del corpo e il più stretto consigliere del nonno Raúl, è di fatto il capo del potentissimo conglomerato delle Forze armate Gaesa, che controlla gran parte dell’economia dell’isola, dal turismo all’energia, fino alla filiera dei sigari. Difficile che accetti di passare il suo tesoro nelle mani degli investitori Usa o, peggio ancora, degli esuli cubani di Miami che da decenni reclamano le proprietà requisite dalla rivoluzione castrista.
Non è l’unico rampollo della dinastia Castro a far parlare di sé, dentro e fuori Cuba. Alcuni media statunitensi avevano riferito mesi fa che Washington stava trattando con Alejandro Castro Espín, uno dei figli di Raúl Castro, in colloqui segreti in Messico, mai confermati ufficialmente. E un altro notabile della «Famiglia» è il ministro del Commercio Estero, Oscar Pérez-Oliva Fraga – sua nonna, Ángela Castro, era la sorella maggiore di Fidel e Raúl – che in marzo ha annunciato l’apertura agli investimenti e all’avvio di attività commerciali sull’isola da parte dei cubani residenti all’estero. Da allora, però, la sua figura è rimasta nell’ombra.
Ha fatto scalpore, invece, l’intervista concessa alla Cnn dall’influencer e «imprenditore» Sandro Castro, nipote di Fidel Castro. «Mio nonno era un uomo di principi; ognuno è ciò che è, ma rispettava anche gli altri. E vi dico, questo è ciò che penso anch’io», ha risposto quando il giornalista americano gli ha chiesto cosa avrebbe pensato Fidel Castro se avesse saputo che il suo pensiero è più vicino al capitalismo che al comunismo.
Sandro è figlio di Rebecca Arteaga e di Alexis Castro, uno dei cinque figli maschi avuti da Fidel Castro con la sua seconda moglie, Dalia Soto del Valle. Il «nipotino ribelle» conta oltre 150.000 follower sui social, dove pubblica contenuti satirici con commenti controversi. Uno dei suoi video più cliccati su Instagram raffigura l’ipotetico arrivo di Trump sull’isola per acquistarla e trasformarla in un nuovo Stato.
Dopo aver criticato apertamente l’attuale presidente Miguel Díaz-Canel, Sandro Castro nell’intervista alla Cnn ha anche affermato che «a Cuba ci sono molte persone che pensano in chiave capitalista, molte persone qui vogliono praticare il capitalismo in modo sovrano». E ha concluso: «Credo che la maggior parte dei cubani voglia essere capitalista, non comunista».
Lui stesso è proprietario di un’attività privata, di grande successo. Un locale notturno dell’Avana, l’Efe bar, dove si pagano 20 dollari solo per entrare. Indovinate quanti cubani rivoluzionari riescono a sedere ai suoi tavolini?