Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 22 Venerdì calendario

La portaerei Nimitz nei Caraibi. Il Cremlino: sosteniamo Cuba

In un contesto geopolitico in cui, sull’Ucraina e molti altri dossier, i rapporti tra la Casa Bianca di Donald Trump e il Cremlino di Vladimir Putin corrono sul filo di una continua ambiguità, il posizionamento di Washington e di Mosca su Cuba – con gli Stati Uniti che premono sul regime dell’Avana e la Russia che, con la terminologia «postsovietica» della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, corre in soccorso (verbale) del «popolo fratello» caraibico – ha un sapore novecentesco. E ieri anche Trump, parlando di Cuba con i giornalisti, ha fatto riferimento al secolo scorso: «Per 50 o 60 anni è sembrato che gli altri presidenti stessero per fare qualcosa, ma pare che sarò io quello che la farà davvero». Rimane intatta, però, tutta l’ambiguità racchiusa in quel something del presidente. Una negoziazione? Un cambio di regime? Un intervento militare?
Intanto, subito dopo aver incriminato Raúl Castro (95 anni venerdì) per la morte di 4 americani avvenuta nel 1996, gli Stati Uniti hanno inviato verso Cuba la portaerei Nimitz con le navi da guerra che ne costituiscono il corteggio: «Un benvenuto nei Caraibi alla Nimitz e alla sua squadra di attacco!», ha scritto sui social il Southern Command delle forze armate americane, ricordando come quell’unità navale abbia già dimostrato in varie regioni la sua capacità di combattimento. Ma Trump, incalzato dai giornalisti che gli chiedevano se il suo intento fosse intimidire il governo dell’Avana, ha risposto: «No, assolutamente no. Vedete, i cubani vivono in un Paese fallito (...). Non hanno elettricità. Non hanno soldi. Non hanno praticamente nulla (...). Noi li aiuteremo, perché voglio aiutarli, per motivi umanitari». E ha poi lodato la comunità degli americani di origine cubana: «Sono un gruppo di persone straordinarie, laboriose. Sono, semplicemente, degli ottimi americani. Loro hanno voluto che questo accadesse, vogliono tornare nel loro Paese, vogliono aiutarlo. Io spero che rimangano qui, ma loro vogliono tornare indietro».
Ieri uno dei rappresentanti più noti di quella comunità, il segretario di Stato Marco Rubio, pur ribadendo che Washington punta a un accordo pacifico, ha confidato ai giornalisti: «La probabilità che ciò possa accadere, se consideriamo quali siano i nostri attuali interlocutori, non è alta». Ma ha poi annunciato che Cuba ha accettato un pacchetto di aiuti per la popolazione, del valore di 100 milioni di dollari, offerto dagli Stati Uniti.
Ruvida, si diceva, la reazione di Mosca. Alle parole di Zakharova («Confermiamo la nostra completa solidarietà a Cuba e condanniamo fermamente ogni tentativo di pesante interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano»), hanno fatto eco quelle del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov che, in riferimento all’incriminazione di Castro, ha detto che la Russia deplora «questi metodi violenti nei confronti dei capi di Stato, in carica o ex». Anche la Cina ha manifestato la sua opposizione alle «sanzioni unilaterali e illegali», all’«abuso di misure giudiziarie» e alle «pressioni esercitate da forze esterne» sull’Avana.
La popolazione cubana, intanto, fatica a seguire la situazione, anche al di là delle censure del regime, visto che i continui black-out, dovuti a un’infrastruttura elettrica allo stremo, rendono difficile la circolazione delle informazioni. I cubani, ha detto la capa della diplomazia Ue, Kaja Kallas, devono uscire da questo isolamento e si meritano «opportunità e libertà» dopo decenni di «cattiva gestione e repressione politica».