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 2026  maggio 22 Venerdì calendario

Botte, umiliazioni e molestie. Il racconto degli attivisti

«L’unica cosa a cui è servito il mio passaporto italiano è stata infilarmelo tra la fronte e il cemento per non farmi entrare la terra negli occhi». Martina Comparelli, 33 anni, milanese, attivista climatica e collaboratrice di Fanpage, era a bordo dell’Iridescence, una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza. Quando racconta le ore successive all’abbordaggio israeliano la voce si spezza più volte. «Ci hanno fatto stare in ginocchio con la testa a terra sotto il sole cocente. Ci facevano ascoltare l’inno israeliano e se alzavamo la testa ce la spingevano di nuovo giù».
Giovedì gli attivisti italiani sono rientrati in patria. I primi ad arrivare sono stati il deputato del M5S Dario Carotenuto e il giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, rilasciati già mercoledì sera. Tutti gli altri sono sbarcati tra Roma Fiumicino e Milano Malpensa in tarda serata dopo aver fatto scalo a Istanbul. Ad accoglierli familiari e volontari della Global Sumud Italia visibilmente in ansia.
I racconti degli attivisti sono molto simili uno all’altro. Carotenuto ha detto di essere stato «scaraventato a terra, bendato e legato» dopo l’abbordaggio. «Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi rinchiudendoci in un container al buio dove tre uomini ci hanno picchiato gridando “Welcome to Israel”». Durante il trasferimento nella prigione di Ktziot, nel sud di Israele, alcuni militari avrebbero ordinato ai detenuti di dare le spalle davanti agli agenti con i mitra spianati: «È lì che ho pensato di morire – ha ammesso —. Credevo che ci avrebbero sparato».
Comparelli racconta che tutto è iniziato lunedì pomeriggio. «Mi ero coperta con più strati di vestiti perché pensavo ci avrebbero lasciati tutta la notte sul ponte. Quando ci hanno presi ci hanno tolto tutto, documenti compresi». Poi il trasferimento su quella che gli attivisti definiscono una «nave-prigione». «Mi hanno fatto passare in un corridoio buio, mi hanno tolto e rotto gli occhiali. Quando ho protestato mi hanno preso a pugni in faccia».
Per ore, dice, i detenuti sarebbero rimasti senza acqua né cibo, esposti al caldo e costretti in posizioni di stress. «Ho perso la cognizione del tempo, ero molto disidratata». Poi l’arrivo ad Ashdod. «Ci hanno trascinati giù e fatti stare ancora in ginocchio, con la faccia contro il cemento». Comparelli racconta anche di aver subito molestie durante la detenzione a Ktziot ma preferisce non entrare nei dettagli.
Ieri non appena arrivati all’aeroporto di Istanbul alcuni attivisti hanno intonato in coro «Free Palestine». Tra loro anche Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica ex Gkn, l’anestesista senese Alfonso Coletta, Alessio Catanzaro della Scuola Imt di Lucca e Claudio e Federico Paganelli, padre e figlio livornesi. «Finalmente l’incubo è finito», ha scritto sui social Belkis Combatti, moglie e madre dei due attivisti toscani. «Mio marito e mio figlio sono liberi e tra poco saranno a casa, dopo essere stati incarcerati, picchiati, numerati».
Vittorio Sergi, membro del coordinamento Marche per la Palestina, è rimasto impressionato dal fatto che il porto di Ashdod era stato trasformato in «un vero e proprio bunker fatto di container e filo spinato». «Ci hanno costretti per ore in posizioni di stress. Venivamo aggrediti ogni volta che alzavamo la testa o provavamo a sederci». Anche il trasferimento verso l’aeroporto, raccontano gli attivisti, sarebbe avvenuto in condizioni molto dure. Alcuni di loro sarebbero stati caricati su blindati «a temperature altissime» e senza acqua.
A confermare un clima di forte violenza è anche Lubna Tuma, avvocata di Adalah, il centro legale israeliano che ha assistito gli attivisti fermati. «Abbiamo incontrato circa 220 persone su 430. Erano esauste, terrorizzate, molte avevano segni evidenti di violenza sul corpo, lividi sulle mani e sulle costole», racconta al Corriere. Secondo Tuma, rispetto alle precedenti flottiglie ci sarebbe stata «una chiara escalation». «Abbiamo visto persone costrette per ore in posizioni stressanti, sempre piegate con la testa verso il basso. Anche durante i colloqui legali avevano manette strettissime che lasciavano segni profondi sui polsi».
L’avvocata riferisce che almeno tre attivisti sarebbero stati portati in ospedale. «Una persona è stata colpita da un proiettile di gomma al ginocchio». Tuma parla inoltre di numerose denunce di umiliazioni e molestie a sfondo sessuale durante la detenzione. Israele, però, respinge le accuse di maltrattamenti.
A Istanbul, prima di ripartire verso l’Italia, alcuni attivisti si sono abbracciati in silenzio. Poi, esausti, sono saliti sugli ultimi voli per Roma e Milano.