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 2026  maggio 21 Giovedì calendario

Almasri sfida l’Aja e chiede lo «scudo» di Tripoli

Mitiga non è più soltanto il nome di un carcere. È il perimetro di un sistema. Celle nell’area dell’aeroporto di Tripoli, a pochi metri da dove capi di stato, ministri, uomini d’affari, criminali vanno e vengono dalla Libia. E mentre si decide se processare il comandante El Hishri, si rifà vivo il suo vecchio capo, quel generale Almasri che l’Aja vorrebbe vedere in aula insieme Dal carcere dove dice di trovarsi, Almasri prova a sottrarre il suo caso alla Corte penale internazionale. La sua difesa ha chiesto ai giudici dell’Aja di dichiarare il procedimento inammissibile o fuori dalla giurisdizione della Corte, sostenendo che debba essere la Libia a occuparsene. È la mossa più pesante arrivata mentre, nella stessa Corte, si discute il caso di Khaled Mohamed Ali El Hishri, detto Al Buti o Sheikh Khaled, l’altro boss del sistema Mitiga.
Il ricorso di Almasri, a quanto è emerso ieri, era stato depositato il 15 aprile. La Camera preliminare ha fissato al 3 luglio il termine per le osservazioni dello stato libico e della Procura. Secondo la difesa, se Tripoli procede, l’Aja deve fermarsi. Ma la Libia non procede per gli stessi reati, e se lo facesse dovrebbe giudicare dai vertici politici, ai legami internazionali, alle leadership militari. Almasri era stato arrestato in Italia, a Torino, nel gennaio 2025 sulla base di un mandato della Cpi. Poi fu liberato e riportato a Tripoli su un volo di Stato italiano.
Nel secondo giorno dell’udienza, la rappresentante della procura Diane Luping ha parlato dei capi relativi a schiavitù e persecuzione. La tesi è netta: i detenuti non venivano solo rinchiusi, picchiati o torturati. I miliziani, ha sostenuto, esercitavano su di loro «poteri di proprietà». Una detenuta della sezione femminile, indicata come “P-943”, ha descritto El Hishri come «il mio incubo. Sono stata picchiata e torturata senza ragione. Hishri è più che malvagio».
Secondo l’accusa, le vittime erano libici e stranieri, migranti africani, donne, bambini, oppositori reali o presunti, persone perseguitate per fede, politica, genere o orientamento sessuale. La schiavitù, ha detto la Procura, era «sistematica e istituzionalizzata», ma anche «sessualizzata, segnata dal genere e, per molti, razzializzata». Donne e ragazze sarebbero state punite per comportamenti ritenuti «inappropriati», sottoposte a violenze sessuali e «private della propria autonomia riproduttiva». Oggi sono previste le repliche delle parti e la corte fisserà la data entro cui decidere se gli elementi raccolti consentiranno di aprire un processo che comincerà contro “Al Buti” ma potrebbe trascinare all’Aja molti altri nomi, non solo libici.