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 2026  maggio 21 Giovedì calendario

Troy Baker parla di doppiaggio

Troy Baker e la dissoluzione dell’attore nell’era sintetica: «La tecnologia può replicare una voce, non la tensione umana che la attraversa».
Al Comicon Napoli 2026, parlare con Troy Baker significa inevitabilmente finire dentro uno dei grandi cortocircuiti dell’audiovisivo contemporaneo. Perché Baker è contemporaneamente uno dei performer che più hanno contribuito alla trasformazione digitale nell’adattamento videoludico, e una delle persone che sembrano meno spaventate dalle conseguenze evolutive di quella trasformazione. Da Joel in The Last of Us a Higgs in Death Stranding, passando per Batman, Joker e Indiana Jones, Baker lavora da anni in quella zona sempre più ibrida dove il corpo reale si dissolve dentro la motion capture, mentre la voce la fa da padrona assoluta, in un mondo di scanning facciali, performance digitali e avatar.
Oggi gli attori stanno diventando sempre più digitali. Lei stesso è una presenza umana che viene continuamente tradotta in avatar, attraverso motion capture e voice acting. Sente la pressione dell’intelligenza artificiale?
«Se mi concentro sulla pressione o sulla paura dell’IA, allora non mi sto concentrando sul personaggio».
Non ha l’impressione che l’industria stia entrando in una fase in cui identità digitali, IA generativa e performance sintetiche rischiano di sostituire progressivamente l’attore?
«Sì, credo che stiamo entrando in una nuova fase. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma il problema nasce quando inizi a lavorare partendo dalla paranoia della sostituzione. Creare partendo dalla paura è estenuante. Il mio lavoro non è combattere queste tecnologie, è raccontare una storia abbastanza forte da far capire qualcosa alle persone su se stesse».
Ma allora cosa distingue davvero un interprete da una sua replica artificiale? Cosa resta fuori da quell’imitazione?
«Se qualcuno riesce a fare quello che faccio io in maniera più economica grazie all’IA, allora devo diventare migliore di quella cosa».
E cosa significa essere “migliore” di una simulazione?
«Non ha a che fare con la precisione tecnica, ma con il coinvolgimento. Quando entro in un progetto, porto completamente me stesso dentro quella storia».
Il limite dell’IA dunque, almeno oggi, è nel processo emotivo che genera una performance più che nel risultato finale?
«Credo di sì. Neil Druckmann di The Last of Us diceva sempre che c’era solo una persona che teneva a Joel più di lui: Troy Baker. Puoi replicare una voce, puoi replicare un movimento, ma è molto più difficile replicare quel tipo di investimento umano. Quello che porti dentro una storia quando ci credi davvero».
Negli ultimi mesi artisti come Taylor Swift hanno iniziato a proteggere legalmente la propria voce e l’identità digitale. Ha mai pensato di fare lo stesso, considerando quanto oggi una voce possa essere replicata da sistemi generativi sempre più sofisticati?
«Se qualcuno vuole rubare la mia voce, o farmi dire cose terribili, probabilmente troverà comunque il modo di farlo. Il problema non è il controllo assoluto della propria immagine, ma il rapporto di autenticità con il pubblico. Le persone che mi conoscono sapranno che non sono io».
È interessante sentirlo dire da qualcuno che lavora costantemente dentro personaggi che spesso non portano nemmeno il proprio volto.
«Ho il privilegio di potermi nascondere dietro un personaggio. Con Indiana Jones avevo il volto di Harrison Ford, una sfida interpretare una leggenda, poi ho visto mio figlio giocarci per la prima volta, era come guardare quarant’anni di sogni prendere forma davanti a me. Uno dei momenti più belli della mia vita».
Ha definito il videogioco «la piattaforma migliore per l’empatia». Perché più del cinema?
«Perché il gioco ti obbliga a partecipare. Non puoi essere completamente passivo. Devi prendere decisioni, convivere con le conseguenze, attraversare il viaggio insieme ai personaggi. E questo crea una forma di empatia molto potente».
Quindi il punto non è opporre l’umano alla macchina, ma capire cosa continui a restare umano dentro un’immagine sempre più sintetica?
«Sì. Perché la tecnologia può anche replicare il risultato finale di una performance, ma non necessariamente la tensione emotiva che la attraversa. E credo che le persone, alla fine, percepiscano ancora quella differenza, perché in fin dei conti anche la tecnologia è solo un altro strumento per raccontare storie».
Forse è proprio questa familiarità con il digitale a renderlo meno ideologico rispetto a molti altri interpreti. Ed è una distinzione fondamentale. Perché nel cinema, nei videogiochi e nell’audiovisivo contemporaneo, la questione non è più soltanto cosa vediamo sullo schermo. Ma capire se dietro quell’immagine esista ancora qualcuno che abbia davvero creduto in ciò che stava raccontando.