La Stampa, 21 maggio 2026
Intervista a Elena Radonicich
Lo sguardo degli altri le è sempre andato stretto: si rivelava un fraintendimento continuo, fin da ragazza, quando le amiche le domandavano, stranite, perché avesse il muso lungo mentre lei, invece, si stava solo guardando intorno. Elena Radonicich si è sempre sentita ostaggio di una «claustrofobia dell’anima», come l’ha poi definita in seguito. Finché, un giorno, a posarsi su di lei è lo sguardo di sua madre e finalmente la disvela: «Tu, figlia mia, hai un animo da scugnizzo», le dice guardando oltre la sua bellezza un po’ algida, l’abito curato e la compostezza da copione. E finalmente Radonicich si riconosce. Qualcosa si disinnesca – o è stato disinnescato – e gli specchi iniziano a non essere più deformanti. Nella vita privata come sul lavoro. Finalmente, dopo vent’anni di carriera, a Radonicich propongono un ruolo da mattatrice comica: Cercasi tata disperatamente, in onda il 24 maggio in prima serata su Rai 1, è la sua prima commedia romantica. Fa parte della collection di film tv della serie «purché finisca bene»: è leggera e spensierata ma si diverte a giocare con gli stereotipi, rovesciandoli. Il primo luogo comune che viene ribaltato è lei stessa: l’attrice che tutti vedevano bene nei ruoli impegnati (i film Berlinguer, L’isola degli idealisti, le serie La porta rossa, 1992) ora si cala nei panni di una stand up comedian che si improvvisa tata. Nel cast, anche Giorgio Pasotti e Neri Marcorè.
Una boccata d’aria fresca, dopo tanta claustrofobia?
«Aspettavo da anni un progetto come questo. La leggerezza ha sempre fatto parte della mia vita privata eppure è come se di me arrivasse sempre prima il tratto severo e serioso. La ragione è probabilmente un mix tra lineamenti fisici – non mi sento avvenente, ma dicono che abbia una bellezza algida – ed educazione piemontese. Di certo avevo chiuso alcuni canali espressivi, che mi sono riconquistata solo da adulta».
Perché il Piemonte?
«Tutto è cominciato con il “Non mi oso” che sentivo spesso dire a scuola dalle mie amiche. Era una sorta di tormentone che mi ha inculcato questa idea di vergogna legata all’espressione dei sentimenti. Da un lato crescere a Moncalieri mi ha insegnato la bellezza della discrezione e dell’educazione, dall’altro però ho molto patito la “bassa temperatura” a cui dovevo imbrigliare i sentimenti».
In lei scalpitava un animo ribelle?
«Be’, da adolescente sicuramente ero alla ricerca di me stessa, anche dal punto di vista estetico. Sono stata tutto: punk, darkettona, romantica... Il primo giorno di liceo mi sono presentata con le sopracciglia di due colori diversi (verde e rosso), i capelli alti 1 cm con un miliardo di elastici, e indosso dei vestiti fluo. Sulla porta, mia madre mi chiese: “Sicura che vuoi andarci così? Rischi che ti fraintendano”. Feci spallucce. Morale: dopo un secondo l’insegnante mi aveva già spostato al primo banco».
Eppure lei ha origini tedesche.
«Solo da parte dei nonni paterni. Mio papà è nato in Italia e l’educazione che ho ricevuto non era ligia. I miei genitori sono degli ex sessantottini, anti conformisti e liberi, cresciuti però nel Piemonte di estrazione borghese. A un certo punto sono dovuti quindi tornare nei ranghi. Mio padre è un pianista che ha poi scelto di fare l’ingegnere ma non perdeva occasione per fare piccoli atti di ribellione: era l’unico ad andare in ufficio in jeans. Mamma poi era un cavallo pazzo, un’architetta che insegnava arte a scuola e che poi ha avuto altre mille vite. Si sono sposati, poi si sono lasciati quando io avevo 5 anni: ero l’unica bimba in paese ad avere i genitori separati. Diciamo che la mia è stata una famiglia...intensa».
Per questo scelse Roma?
«Roma non ha nulla di trattenuto. Ricordo che la prima cosa che feci fu esprimere fisicamente i miei sentimenti: a casa mia ci si voleva bene ma non ci si abbracciava. I complimenti? Solo lo stretto necessario. I risultati venivano riconosciuti ma senza eccessi perché il tuo ego non doveva mai alzare la cresta. Invece un attore lo vuole fare: anzi, ne ha bisogno. Almeno all’inizio, gli serve quella botta di orgoglio. Ricordo che guardavo con un po’ di invidia la mia coinquilina abruzzese: quando lei tornava da Roma a casa, le facevano una gran festa. Da me no: il mio provare a studiare recitazione a Roma era registrato come una cosa normale».
Oggi è lei a essere madre: che educazione ha scelto?
«Credo di essere una mamma affettuosa, molto fisica: gioco con mia figlia, parliamo moltissimo. Ha 11 anni: quell’età dove ancora ti raccontano tutto. Ovviamente ho messo anche dei chiari paletti e divieti. Tuttavia tra noi la distanza c’è solo in termini di responsabilità: la mia è diversa e quindi ho anche dei diritti differenti. Non c’è invece sul piano dei sentimenti: i suoi sono legittimi quanto i miei, tant’è vero che ci chiediamo scusa reciprocamente».
Tra scuola, famiglia e istituzioni, chi sta rimanendo più indietro nel dialogo con i giovani?
«Sicuramente il governo: non fa altro che allontanarli ma forse, quasi quasi, meglio così visto chi abbiamo... Pensano di poterli prendere per i fondelli, convinti come sono che i ragazzi si formino ancora sulle ideologie, come in passato, invece oggi loro danno valore alla credibilità e alla verità».
In Cercasi tata disperatamente, la figlia della protagonista ambisce a “un mondo felice": secondo lei è ancora possibile?
«Spero non sia diventata un’utopia. Banalmente, ci ha fatto caso che ridiamo meno? Non è più come da ragazzi quando ci scompisciavamo dal ridere, fino a stare male: un po’ per tutti, questi momenti si sono sempre più diradati e quelle volte che ricapitano ci sentiamo quasi in colpa. Come se la risata ci allontanasse dal peso delle responsabilità, pur indirette, di tutto quello che sta accadendo nel mondo».
E con la sua claustrofobia, oggi, come va?
«Meglio, ma le etichette mi vanno ancora strette: anche quando sono positive, restano una barriera alla conoscenza, perché mettono un freno alla curiosità di capire chi sei davvero. La bellezza sta invece nel sorprendere e... sorprendersi».