La Stampa, 21 maggio 2026
Marco Risi parla di suo padre Dino
«La morte di Trintignant rappresenta la morte dell’innocenza, esattamente dove ci troviamo oggi». Così interpreta il finale de Il sorpasso il regista Marco Risi, figlio del maestro Dino, che fu artefice di quel capolavoro della commedia italiana. Il film sarà proiettato questa sera alle 20,30, alla presenza di Risi, al Cinema Massimo di Torino nell’ambito dell’inaugurazione della mostra «A schermo pieno. Eni nel cinema italiano», allestita al Museo Nazionale del Cinema.
Cosa le raccontava suo padre del Sorpasso?
«Mio padre non parlava molto dei film. Quando lo girò io avevo 11 anni. Quello che mi disse è che fu il frutto di due viaggi in macchina che fece negli Anni ’50 con due personaggi strani. Il primo con un tale Gigi Martello, produttore di documentari, che un giorno a Milano gli disse «accompagnami in Svizzera a comprare le sigarette». Una volta in Svizzera gli chiese di andare in Liechtenstein. Lì, mostrando una tessera del tram di Milano, riuscirono a entrare a palazzo e pranzare con il principe».
E il secondo?
«Qualche anno dopo fece un viaggio per andare a Maratea con Pio Angeletti, che produrrà diversi film di papà tra cui Profumo di donna. Angeletti era tifosissimo della Roma e durante il viaggio ascoltava le partite e ogni volta che l’altra squadra segnava lui sbandava rischiando di uscire di strada. Fu a quel punto che gli venne in mente di fare un film su un viaggio di due anime diverse».
Ma nel film suo padre è più Gassman o Trintignant?
«Molti possono pensare che mio padre fosse Gassman, secondo me invece era più Trintignant, perché lo era in quei due viaggi folli».
Ci fu qualche episodio particolare durante le riprese?
«Il film fu girato tra agosto e settembre. Mi raccontò che il giorno della ripresa dell’ultima scena, quella dell’incidente dove muore Trintignant, pioveva. Tutti rimasero chiusi in albergo. Mario Cecchi-Gori, che era il produttore, non sopportava di pagare gente che stava ferma, e dunque disse che se il giorno dopo fosse ancora piovuto sarebbero tornati tutti a casa con il film che finiva allegramente con i due protagonisti che andavano via. Per fortuna il giorno dopo non è piovuto».
E la famosa battuta di Gassman su L’eclisse di Antonioni: «Io c’ho dormito»?
«Fu una piccola vendetta di mio padre. Qualche anno prima fece vedere ad Antonioni un suo film, Venezia, la luna e tu con Sordi e Manfredi. Antonioni si presentò con la Vitti e alla fine della proiezione gli disse: “Che peccato, avevi cominciato così bene”. E papà se la prese un po’».
È vero che Dennis Hopper si ispirò al Il sorpasso per Easy Rider?
«Sì, non a caso si intitola Easy Rider perché il titolo americano de Il sorpasso era The easy life. Era un film cult per tanti insegnanti di cinema. C’è un episodio con Martin Scorsese».
Racconti.
«Incontrai Scorsese a Roma a casa di Cristian De Sica. Quando seppe che ero figlio di Dino Risi mi disse che il suo insegnante di cinema a New York era talmente fissato con Il sorpasso che era riuscito a capire che il percorso che faceva la macchina formava alla fine un punto interrogativo. Il giorno dopo andai a dirlo a mio padre e lui disse: “Finalmente qualcuno che se ne è accorto”, ridendo come un matto».
Il sorpasso secondo lei oggi rappresenta ancora gli italiani o è stato “sorpassato” dalla realtà?
«Rappresenta perfettamente cosa furono gli Anni ’60 e, allo stesso tempo, quello che l’Italia sarebbe diventata. La morte di Trintignant rappresenta la morte dell’innocenza, della gioia di vivere, dell’entusiasmo che si era creato per il boom economico. Con quella morte è dove ci troviamo oggi in questo momento».
Carlo Verdone ha detto che il problema del cinema oggi è la “sciatteria nella scrittura”. È d’accordo?
«Sì, e aggiungerei anche la pochezza dei produttori. Non hanno visionarietà. Sono ormai dei passacarte della Rai o di altre piattaforme. Se i film vengono belli o brutti gli interessa relativamente perché l’importante è che loro stiano tranquilli guadagnando quello che si erano prefissi. Non c’è strategia nel lancio del film né attenzione nella cura della sceneggiatura. C’è molta responsabilità da parte di molti produttori. Poi ce ne sono alcuni rari che si salvano».
Dunque la crisi del cinema non è solo questione di risorse e di politica?
«Questa della crisi è un po’una balla perché ci sono anche dei buoni film italiani. La crisi del cinema italiano è una cosa di cui si parlava anche nei film degli Anni ’60. C’è sempre stata la crisi del cinema italiano. Uno dei problemi oggi è riuscire a raccontare il Paese come riuscivano a farlo loro in quegli anni con quelle storie meravigliose. Erano bravi scrittori».
Le piace la commedia italiana oggi?
«Non ne vedo tantissima. Ogni tanto mi capita in televisione di fermarmi su qualcosa».
Checco Zalone le piace?
«Sì, è intelligente. Ha la capacità, come si faceva una volta, di far ridere su cose di cui forse ci si dovrebbe vergognare».
Ora sta preparando qualcosa?
«Ho finito di scrivere un romanzo che ha all’interno anche una storia che si svolge a Torino. Non ho ancora deciso il titolo ma dovrebbe uscire all’inizio dell’anno prossimo».