repubblica.it, 21 maggio 2026
Intervista a Franco nero
Franco Nero spalanca gli occhi azzurri e sorride. All’Italian Pavilion, sullo sfondo, scorre il tappeto rosso del Palais. L’attore accompagna a Cannes Roma Elastica del francese Bertrand Mandico, omaggio alla storia del nostro cinema girato a Cinecittà, che arriverà in sala con Europictures. L’attore, 84 anni, ripercorre la sua lunga storia con Cannes. Un viaggio iniziato con Vanessa Redgrave da quasi sessant’anni.
L’immagine che le torna in mente quando arriva a Cannes?
“È quella del 50esimo anniversario del Festival. Venni con mia moglie Vanessa e c’erano veramente tutti per la famosa fotografia enorme che ho ancora a casa mia: Antonioni, Bertolucci, Coppola… il cinema mondiale tutto insieme. Non ho mai visto in vita mia tanti personaggi nella stessa foto. Saranno stati duecento, trecento. Una cosa incredibile”.
Ma il primo Cannes resta quello del 1967, quando arrivò qui accanto a Vanessa Redgrave per “Blow-Up”, nel pieno del successo di “Django”.
“Sì. Avevamo appena finito di girare Camelot in America e lei mi chiese se potevo venire con lei a Cannes. Dissi di sì. Mi ricordo che proprio in quel periodo strappai il contratto con la Warner. Avevo cinque film da fare con loro. Mi dicevano che ero pazzo. “Ma come? Hai un programma incredibile davanti”. Però dopo un anno in America non mi andava più di stare lì fisso. Mi mancava qualcosa. E infatti tornai in Europa e feci il cinema europeo. Certo, poi ho continuato anche con film americani e inglesi, però stare lì stabilmente non mi andava”.
Nel ’67 voi eravate una coppia osservatissima, fotografata continuamente. Come si viveva quell’essere divi in quegli anni?
“Ero davvero giovanissimo, avrò avuto ventiquattro anni. Non mi rendevo neanche conto di quello che stava succedendo. Eravamo bersagliati dai fotografi in continuazione. Ma mai montarsi la testa, mai pensare di essere arrivati. Ho sempre detto che si arriva solo quando si è nella cassa da morto. Fino a quel momento bisogna migliorarsi, studiare continuamente, lavorare ed essere umili”.
Il ricordo più bello che ha di Cannes con Vanessa Redgrave?
“Quando tornai con lei perché prese il premio come miglior attrice per Isadora. Siamo venuti tante volte, è sempre emozionante. Anche se adesso, sinceramente, un giorno mi basta. Domani scappo. Cannes ormai è anche molto mercato. Tutti vengono qui col bigliettino da visita sperando di trovare qualcuno con i soldi. È un po’ così”.
Com’è stato ricevere la stella sulla Walk of Fame?
“Bellissimo. Ho fatto anche un bel discorso in inglese. Julian Schnabel è venuto da New York a presentarmi. Mi ha fatto un favore incredibile. Poi sono venuti tanti amici. Vuol dire che ho seminato bene”.
A quel ragazzo che faceva Django e che esplodeva in popolarità negli anni Sessanta che cosa direbbe oggi?
“Gli direi: “Caro Django, grazie. Tu mi hai fatto diventare famoso. Però io sono un attore e faccio altri personaggi”. Ho interpretato personaggi di trenta nazionalità differenti e ho partecipato a produzioni di trenta paesi diversi. Quindi grazie, ma poi ognuno per la sua strada”.
“Camelot” invece cosa rappresentò per lei?
“Un sogno. Avevo appena fatto Django e Joshua Logan cercava il cast. Una sera stava cenando con John Huston e lui gli disse: “Io ho gli attori per il tuo film”. Uno era Richard Harris e l’altro ero io. Logan mi incontrò a Londra e mi disse: “Fisicamente sei perfetto, però il tuo inglese è un po’ debole. Non posso rischiare miliardi”. Stavo quasi andando via, poi gli dissi: “Ma io conosco Shakespeare in inglese”. Durante le lavorazioni precedenti mi avevano dato dei dischi con Shakespeare e io me li ero imparati foneticamente, perfettamente, senza sapere davvero quello che dicevo. Cominciai a recitare Shakespeare per mezz’ora e lui impazzì. Mi disse: “Tu sei Shakespeare”. E così nacque Camelot. È stato un film che ha cambiato la mia vita”.
Anche perché lì incontrò Vanessa Redgrave.
“Il primo incontro fu terribile. Logan continuava a parlarmi di lei e io mi immaginavo una Loren, una Mangano… poi un giorno me la presenta e vedo questa donna con i jeans strappati, gli occhialetti, le lentiggini, i capelli rossi. Rimasi malissimo. Pensai: “Ammazza…”. L’incontro fu molto freddo. Poi torno nel camerino e trovo un foglio scritto in italiano perfetto: “Caro Franco, mi farebbe piacere se tu venissi a cena a casa mia stasera”. Arrivo a casa sua, busso alla porta e vedo aprire una donna bellissima, quasi non la riconoscevo”.
E come è nata poi davvero la vostra storia?
“Una sera lei mi chiese se potevo accompagnare all’aeroporto il dottor Spock, quello dei bambini, perché era tardi e non si trovavano taxi. Lo accompagniamo e poi restiamo lì all’aeroporto noi due. Lei mi chiede: “Domani lavori?”. Dico di no. E lei: “Neanch’io. Perché non prendiamo il primo volo?”. Guardammo e c’era un volo per San Francisco. Partimmo. Prendemmo una macchina in affitto e girammo tutta la notte finché all’alba trovammo un motel di quinta categoria. È lì che è cominciata la storia. Sono passati sessant’anni, però ancora oggi abbiamo un bellissimo rapporto”.
Lei ha attraversato cinema d’autore e cinema popolare senza mai fermarsi.
“Devo molto a Laurence Olivier. Mi disse: “Tu col tuo fisico puoi fare sempre l’eroe bello e vincente come fanno gli americani. Però che monotonia. Cambia continuamente”. Mi disse che magari avrei avuto alti e bassi, ma che alla lunga ne avrei raccolto i frutti. Ho seguito il suo consiglio e ho fatto tutti i ruoli, tutti i generi”.
Addirittura adesso sta girando un horror.
“Sì, si chiama Occulta. Faccio un esorcista. È un film di Leonardo Della Fuente. Ho lavorato fino a ieri sera a mezzanotte”.
Qui accompagna “Roma Elastica” di Bertrand Mandico. Quanto è importante per lei sostenere giovani registi?
“Lui è venuto a casa mia due o tre volte per convincermi a fare questa parte. Stavo per dire no, era un ruolo piccolo, ma mi disse che c’era anche Marion Cotillard che mi aveva folgorato in La Vie en Rose. Dissi subito sì. Con Mandico è nato un rapporto bellissimo. Ancora oggi mi manda messaggi, vuole che vada a vedere il film. È uno che ama davvero il cinema. Mi fece anche fare una lunga intervista su Querelle di Rainer Werner Fassbender perché voleva proiettarlo in un cinema d’essai”.
In “Roma Elastica” interpreta un regista. Tra tutti i grandi registi italiani con cui ha lavorato, chi le è rimasto più nel cuore?
“Il più grande era Elio Petri. L’ho sempre considerato il Kubrick italiano. Ogni suo film era completamente diverso dall’altro. Ho avuto la fortuna di fare con lui, con Vanessa, Un posto tranquillo. Era straordinario”.
Che cosa pensa invece della situazione del cinema italiano oggi?
“Sono un privilegiato perché lavoro in tutto il mondo. Adesso devo fare un film con un regista argentino, poi uno con un regista tedesco. Però vedo tanti progetti italiani bellissimi bocciati al ministero. E invece passano altri film… lasciamo stare, non mi faccia fare polemiche. In Italia c’è un circolo particolare: se uno non entra in quel giro fa fatica. Se fossi rimasto soltanto un attore italiano avrei avuto grossi problemi”.
Una disavventura cinematografica?
“Una volta ero a pranzo a Londra con Vanessa, il principe Carlo e Camilla. A un certo punto mi chiama un produttore tedesco e mi dice: “Franco, devi venire in Romania per fare la scena finale del film, ci sono tutti”. Dico a Vanessa: “Devo andare”. Faccio mezza Europa per arrivare in Romania a girare questa scena. Noi lo chiamavamo “Mister Next Week”, perché ogni volta che si parlava di soldi lui diceva sempre “la prossima settimana”. Questo uomo è riuscito a fare un film intero senza pagare nessuno. Né attori, né alberghi. Un genio”.
E com’era prendere il tè con Carlo e Camilla?
“Divertentissimo. Tutti e due molto simpatici. Lui raccontava continuamente storie. Non capivo tutto perché aveva un inglese molto particolare, ma Vanessa capiva benissimo. Però era molto divertente e lui amava tantissimo l’Italia. Ma io ho conosciuto anche la regina Elisabetta II. Quando fui ricevuto da lei mi feci fare un mantello stupendo da Piero Tosi. E quando arrivò il momento dell’incontro lei mi chiese semplicemente: “How’s the weather?”. E io: “Good”. Fine. Però col mantello feci una gran figura”.