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 2026  maggio 21 Giovedì calendario

Nick Hornby parla dell’Arsenal

Nick Hornby non concede interviste da anni, ma fa un’eccezione per Repubblica. Perché martedì il suo Arsenal ha vinto la Premier League inglese dopo 22 anni di purgatorio. Perché il suo capolavoro Febbre a 90’, poi film di culto con Colin Firth e pubblicato in Italia da Guanda come tutti i suoi libri, è la bibbia di qualsiasi romantico appassionato di Arsenal, calcio inglese e Londra. E perché, come scriveva proprio lo scrittore inglese nel suo straordinario romanzo autobiografico, «ho iniziato a credere che umori e fortune dell’Arsenal riflettano i miei».
Nick Hornby, come ha vissuto la storica notte del 19 maggio 2026?
«Ho visto il pareggio del City con i miei figli e poi siamo andati tutti in strada a festeggiare. Hanno 23 e 21 anni. Hanno atteso una vita intera per questo».
E che festeggiamenti nel suo quartiere, Highbury.
«Una gioia irripetibile. Questa parte di Londra nord è la mia vita. Significa tantissimo per me e per le centinaia di migliaia di persone scese a festeggiare. Volevo che i miei figli si sentissero parte di questa comunità».
Ma vincere il campionato dopo 22 anni di attesa e dopo gli Invincibili di Arsène Wenger, è ancora più bello?
«È ancora più bello vedere la gioia negli occhi dei miei figli. Io avevo già aspettato 18 anni, tra il 1971 e il 1989. Ma loro sinora non avevano mai provato nulla del genere. Ciò per me ha ancor più significato».
E forse sarebbe stato ancora più bello in uno stadio leggendario come l’Highbury, demolito nel 2006, e non nell’attuale, avveniristico ma forse artificiale Emirates?
«È il nostro primo campionato vinto da quando ci siamo trasferiti all’Emirates, vent’anni fa. Uno stadio costato moltissimo alla società. Per almeno 15-16 anni ne abbiamo pagato lo scotto: tutti i giocatori migliori sono scappati, l’Arsenal non era più un top team. Poi è arrivato Arteta e la sua enorme ambizione ci ha reso di nuovo grandi. L’Emirates ospita 62mila posti invece dei 38mila dell’Highbury, e l’intensità delle recenti semifinali di Champions e le ultime partite di campionato gli hanno fatto cambiare pelle: per la prima volta mi hanno fatto godere come se fossi al vecchio e bellissimo Highbury».
E pensare che qualche anno fa in molti volevano Arteta esonerato.
«Bisogna lodare la società che ha continuato a credere in lui, nonostante i primi anni difficili. In qualsiasi altro club, Manchester United, Chelsea o Tottenham, sarebbe stato cacciato».
Crede che Arteta possa diventare il nuovo Guardiola, in questo curioso passaggio di testimone?
«Sì. Ha la sua stessa intelligenza. È uno dei tre migliori allenatori oggi al mondo. Molti sottovalutano il suo talento, la sua attenzione ai dettagli, la sua caratura tattica».
Forse perché Arteta è uno molto modesto e poco eccentrico?
«Può darsi. Il suo ex compagno Nacho Monreal mi raccontò che Arteta lo aveva invitato a vedere una finale di Champions a casa sua. Si aspettava birre, stuzzichini, barbecue, relax. Invece, Mikel era lì con il block notes a prendere appunti sul divano».
Nel suo “Febbre a 90” il calcio era anche rifugio da problemi, delusioni e classismo della vita. Ha ancora questo potere?
«Sì. Soprattutto dopo la pandemia Covid, quando ci siamo ritrovati tutti allo stadio. Martedì sera è stata l’apoteosi del senso di comunità tra noi tifosi dei Gunners a Londra Nord. Ogni classe sociale è stata superata: ricchi, poveri, borghesia, immigrati, tutti insieme a festeggiare. Qualcosa di decisamente simbolico, in un quartiere come Islington casa dell’intellighenzia intellettuale ma anche di alcune delle zone più disagiate della capitale».
È l’occasione giusta per un sequel di “Febbre a Novanta”?
«No».
Perché?
«Perché all’epoca, nel 1992, ero solo un tifoso, normale. Ora mi conoscono tutti e il mio rapporto con l’Arsenal è cambiato. Nessuno vorrebbe leggere un libro simile».
Peccato. Ma qual è stato il segreto di questa stagione?
«La campagna acquisti in estate. Abbiamo due squadre di titolari. E sono tutti bravi ragazzi. Lo si nota in campo perché non si fanno mai espellere, ma anche fuori dal campo: forse perché molti dei calciatori sono cristiani religiosi e non si abbandonano ai peccati? (ride, ndr) Ma ci sono due giocatori a cui non possiamo rinunciare».
Quali?
«Declar Rice, che a centrocampo è pazzesco. E poi il portiere David Raya, un altro criticato all’inizio ma poi diventato indispensabile».
E ora la finale di Champions contro il Paris Saint Germain…
«Possiamo giocarcela con tranquillità, senza la tensione di un campionato in bilico. E sa bene che la Champions non l’abbiamo mai vinta…».
Un altro tabù da abbattere?
«Nel 2006 ero certo che avremmo perso contro il Barcellona, quest’anno è diverso… Ma anche se non capitasse tra dieci giorni, potrebbe avverarsi nei prossimi anni, visto il ciclo che abbiamo iniziato e rivali come Liverpool e City in difficoltà».
A proposito, andrà a Budapest per la finale?
«Certo, con i miei figli».
E va ancora in trasferta ogni settimana con i tifosi?
«Non più. Ho 69 anni oramai e una famiglia. Ma non mi perdo nemmeno una partita in casa dell’Arsenal».
Da quanti anni è abbonato?
«Dal 1986… caspita, sono 40 anni, non ci avevo fatto caso!».
Le piace il Var?
«No. E lo dico anche se due settimane fa, contro il West Ham al 96’, il Var ci ha garantito la vittoria del campionato. È ridicolo rovinare la spontaneità delle reazioni dei tifosi allo stadio, o aspettare cinque minuti per capire se è gol o no. Ciò danneggia l’autenticità e l’atmosfera del calcio. O vogliamo parlare di quanto siano ridicoli oggi falli di mano e fuorigioco? Preferisco perdere per un errore dell’arbitro, giuro».
Ma, Var a parte, apprezza il calcio di oggi?
«È meno romantico di un tempo, e ha meno legame con la comunità. Ma la qualità è cresciuta enormemente ed è molto più entusiasmante. Ai tempi di Febbre a 90’ in Inghilterra alcuni calciatori scendevano in campo ubriachi! Preferisco vedere Bukayo Saka sobrio che un attaccante alcolizzato degli anni Ottanta».