la Repubblica, 21 maggio 2026
Trump minaccia Teheran ma dal Golfo voci di accordo.
Siamo nelle fasi finali dei negoziati con l’Iran. Vedremo cosa accadrà. Forse firmeranno, oppure dovremo intraprendere azioni un po’ spiacevoli. Speriamo che ciò non accada». Così ha parlato ieri il presidente Trump, mentre dalla regione si moltiplicavano le voci di un piano in discussione per una soluzione imminente della crisi.
Ieri mattina, partendo per il Connecticut dove andava a tenere il discorso per la laurea dei cadetti della Guardia Costiera, il capo della Casa Bianca ha confermato le notizie su un possibile accordo. Poco prima aveva avuto una telefonata col premier israeliano Netanyahu, che i media dello Stato ebraico hanno definito lunga e tesa. «Bibi – ha commentato Trump – è un grande premier di guerra, non abbastanza rispettato. Farà quello che gli dirò io».
Anche Teheran ha confermato che le trattative sono in corso, ma come è caratteristica di tutta questa fase, mescolando segnali conciliatori ad altri di irrigidimento. Il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica Islamica Esmaeil Baqaei, per esempio, in un passaggio citato da Al Jazeera ha descritto i negoziati come uno «scambio di messaggi in buona fede e senza pregiudizi», sottolineando come sia «ridicolo parlare di ultimatum e scadenze». Ora, ha aggiunto, tocca agli Stati Uniti «mostrare serietà. Noi siamo concentrati a mettere fine alla guerra su tutti i fronti, compreso il Libano». Lo stesso Baqaei, però, stavolta citato dalla tv di stato iraniano, ha confermato che per Teheran la base negoziale sono i 14 punti già presentati in passato, e che «quello che vogliamo non è una richiesta, ma un nostro diritto».
Quale sia l’esito di questo tira e molla è presto per dirlo. Ma secondo la tv Al Arabiya, un nuovo round di negoziati tra Usa e Iran si dovrebbe tenere nella capitale pachistana Islamabad dopo Hajj, il pellegrinaggio annuale alla Mecca che terminerà a fine mese. Le fonti del network saudita ipotizzano anche che il capo dell’esercito pachistano Asim Munir si rechi oggi stesso in Iran per annunciare la fine dei lavori su una bozza di intesa.
In questo quadro, Trump continua a tenere alta la pressione minacciando di tornare ad attaccare: «L’Iran ora ci rispetta. Firmeranno, o lo finiamo? Vedremo cosa succede. Potremmo doverlo colpire più duramente. Forse no. Di sicuro però non gli consentiremo di avere l’arma nucleare. Se l’avesse, farebbe esplodere l’intero Medio Oriente e Israele. Non accadrà».
Rivolgendosi ai cadetti, Trump ha parlato della guerra: «La Guardia Costiera ha svolto un ruolo fondamentale nell’operazione “Epic Fury”, per garantire che il regime iraniano non entri mai in possesso di un’arma nucleare. Appena due mesi fa, al largo della Malesia, la Guardia ha contribuito al sequestro di una petroliera iraniana soggetta a sanzioni, utilizzata per trasportare oltre un milione di barili di petrolio dall’isola di Kharg. Non vogliamo che ciò accada. È la terza nave iraniana soggetta a sanzioni che la Guardia Costiera ha aiutato a catturare da quando abbiamo iniziato a combattere l’Iran, e sospetto che ne seguiranno molte altre, a meno che non si decidano a ragionare».
Ragionare, secondo lui, significa accettare le sue condizioni per la pace: «Non permetteremo all’Iran di avere un’arma nucleare, tutto qui. È molto semplice. Non permetteremo che ciò accada. E abbiamo un grande sostegno. La gente non vuole che abbiano una bomba atomica, e non l’avranno. Vogliono così tanto fare un accordo. Vedremo cosa succederà. Ma potremmo doverli colpire ancora più duramente, o forse no».
L’alternativa dunque, almeno secondo il nuovo ultimatum di Trump, è tra un accordo alle condizioni di Washington e la ripresa della guerra. Che la maggioranza degli americani però non vuole, perché i costi economici iniziano a farsi sentire, dal prezzo della benzina all’inflazione. Il presidente però ha detto che non bada a questi problemi: «Dicono che sono preoccupato per le elezioni, ma non è così: io non ho fretta»