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 2026  maggio 21 Giovedì calendario

La forte scossa ai Campi Flegrei, i piani di evacuazione, i rischi, la preoccupazione degli ingegneri

Dopo il forte terremoto registrato questa mattina all’alba nell’area dei Campi Flegrei, torna la paura e con essa le domande su rischi e possibili scenari evolutivi della crisi bradisismica in corso. Scosse sempre più forti non si possono escludere, proporzionali al sollevamento del suolo, che in zona prosegue alla velocità di circa 1 centimetro al mese e con un degassamento che immette nell’aria dalle 3000 alle 5000 tonnellate di Co2 al giorno. Uno scenario probabilistico ampiamente descritto in molti studi quello dell’aumento della magnitudo dei terremoti flegrei. «Abbiamo registrato alle 5,50 una scossa di magnitudo 4,4, la più forte che si è verificata quest’anno – spiega Lucia Pappalardo, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano – Avevamo registrato la più forte di tutte nel 2025 con magnitudo 4.6. Con il sollevamento e il degassamento importanti  non si possono escludere scosse forti». 
Anche l’epicentro in mare non rappresenta una sorpresa per gli studiosi. Conferma Pappalardo: «Vi sono due aree sismogenetiche principali, una sulla terraferma l’altra in mare». Ovviamente le preoccupazioni riguardano soprattutto la tenuta degli edifici e le eventuali azioni di Protezione civile da intraprendere, compreso un possibile allontanamento della popolazione residente in caso fosse ritenuto necessario.
Nel caso in cui l’evoluzione della crisi bradisismica convincesse gli studiosi di Ingv che non vi fossero più le condizioni di sicurezza per lasciare i residenti dove sono, l’evacuazione dei Campi Flegrei sarebbe la più complessa operazione di Protezione civile mai tentata su scala mondiale: organizzare l’esodo di circa mezzo milione di persone nel giro di 72 ore, tre giorni, come prevedono i tempi di applicazione del piano messi a punto con l’aiuto degli esperti della commissione Grandi rischi già dal 2013 e poi aggiornato successivamente.
Esiste una mappa di pianificazione nazionale di emergenza nell’Area Flegrea. La mappa che riguarda il territorio interessato dal rischio vulcanico è divisa in due zone: rossa e gialla. La zona rossa è quella interessata dall’evacuazione preventiva della popolazione in caso di allarme per evitare che i residenti vengano investiti dai flussi piroclastici. Essa come detto riguarda circa 500mila abitanti. Si tratta di un’area abbastanza vasta che comprende i comuni di Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Marano (in parte), Giugliano (in parte), Quarto. Inoltre alcuni quartieri della città di Napoli: Bagnoli, Soccavo, Fuorigrotta, Pianura, Chiaia, Posillipo, Arenella (parte), Vomero (parte), Chiaiano (parte).
Il piano prevede che, utilizzando vie di fuga già individuate, vengano allontanati gli abitanti dei Comuni e dei quartieri compresi nell’area rossa, quella appunto ritenuta di massimo rischio. Sono state individuate aree di attesa per i residenti che scegliessero di allontanarsi con i mezzi messi a disposizione dalla macchina organizzativa della Protezione civile, nonché vie di fuga per quanti invece scegliessero di allontanarsi utilizzando mezzi propri. Sei aree di incontro collocate al di fuori della zona rossa, consentirebbero ai residenti di raggiungere (via pullman, treno o nave) le Regioni o le province autonome gemellate con il proprio Comune.
Il piano di evacuazione per rischio vulcanico dei Campi Flegrei prevede anche una zona di colore giallo, ai margini di quella rossa. Si tratta di un’area che in caso di eruzione potrebbe essere esposta, secondo gli esperti, alla significativa ricaduta di ceneri vulcaniche. Per quest’area potrebbe dunque rendersi necessario l’allontanamento temporaneo della popolazione per evitare che vi possano essere vittime a causa del crollo dei tetti degli edifici sotto il peso della cenere vulcanica. In questo caso, secondo la pianificazione, i residenti dovrebbero essere momentaneamente trasferiti dopo la conclusione del trasferimento di quelli della zona rossa, cioé dopo le 72 ore previste. Nella zona gialla risiedono circa 800mila persone, quindi un numero molto elevato di cittadini in aree ad alta densità di popolazione. La zona gialla è composta dai comuni di Villaricca, Marano, Calvizzano, Mugnano, Melito, Casavatore e i quartieri di Napoli Arenella (parte), Avvocata, Barra, Chiaia (parte), Chiaiano, Mercato, Miano, Montecalvario, Pendino, Piscinola, Poggioreale, Porto, San Carlo all’Arena, San Ferdinando, San Giovanni a Teduccio, San Giuseppe, San Lorenzo, San Pietro a Patierno, Scampia, Secondigliano, Stella, Vicaria, Vomero, zona industriale.
Esiste anche un piano di allontanamento legato non al rischio vulcanico ma a quello dei terremoti legati al bradisismo. Sulle mappe della Protezione civile è stata delineata una zona di colore viola che indica l’area “ristretta” nella quale potrebbero verificarsi i danni maggiori a causa dei terremoti. Essa comprende l’intero abitato del Comune di Pozzuoli e parte dei quartieri napoletani di Bagnoli e Agnano, in totale oltre 33.000 abitanti. Attorno all’area viola è stata individuata una ulteriore zona a semicerchio, colorata in azzurro definita zona di intervento nella quale cioè si possono avere danni legati al bradisismo, ma in misura minore rispetto all’area viola. Essa comprende circa 85.000 abitanti.
È uno degli aspetti più preoccupanti della situazione nei Campi Flegrei: il ripetersi delle scosse di terremoto, gli sciami e le scosse di magnitudo molto forte (quelle che vanno da magnitudo 3 a magnitudo 4, per intenderci), rischiano di mettere in pericolo la capacità di «resistenza» di molti edifici. I comitati dei cittadini dei Campi Flegrei denunciano che molte famiglie che avevano chiesto i contributi dello Stato per ristrutturare le case danneggiate si sono visti respingere le pratiche a volte per piccole irregolarità edilizie su edifici anche molto antichi. A Pozzuoli almeno 284 famiglie non hanno potuto ristrutturare le loro abitazioni. Il 20 aprile scorso il capo della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano ha confermato, durante un convegno a Bagnoli (Na), che sarebbero state escluse dai contributi pubblici le abitazioni con difformità edilizie. 
Andrea Prota, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Napoli, è anche un ingegnere sismico: «Noi oggi in zona abbiamo strutture  non concepite per resistere ai terremoti previsti dalle norme attuali, ma in genere i danni riguardano le parti interne e non le strutture portanti». In pratica più che il crollo dell’edificio, i rischi possono riguardare tramezzi, cornicioni e altre parti che se cadono possono provocare danni agli abitanti. Prota argomenta: «Però se ci sono edifici già danneggiati la loro capacità di resistenza alle scosse può essere meno efficace».  «Noi osserviamo un andamento molto lento sia per la riparazione degli edifici privati danneggiati e per la prevenzione del rischio per ridurre la vulnerabilità delle abitazioni private. Noi abbiamo chiesto alle autorità di accelerare. Ma chiediamo anche che il principio della sicurezza prevalga sulla burocrazia. Per rendere più sicuri gli edifici non danneggiati sono stati stanziati cento milioni in 5 anni, con lo Stato che interviene per il 50% dei costi. Ma c’è un problema di conformità edilizia e poi l’altro 50% a carico dei condomini risulta oneroso e in ogni caso c’è bisogno dell’unanimità in assemblea».