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 2026  maggio 21 Giovedì calendario

Cuba, gli Usa spostano nei Caraibi la portaerei Nimitz.

Con l’incriminazione di Raúl Castro, sembra ripetersi a Cuba la trama venezuelana. Lo dimostrerebbe anche l’arrivo nel Mar dei Caraibi meridionale della portaerei a propulsione nucleare Nimitz e relativo gruppo d’attacco – anche se una fonte governativa ha assicurato al New York Times che si tratta di una «dimostrazione di forza e non di importanti operazioni militari» come fece con la portaerei Gerald Ford per la cattura di Nicolás Maduro.
In ogni caso, per Donald Trump la cattura e la prigionia del presidente venezuelano rappresenta lo «scenario perfetto» che la sua amministrazione intende emulare per riorganizzare i governi «ostili» agli Usa nel mondo. Dopo il successo del raid contro il dittatore di Caracas – nessuna vittima americana e un nuovo regime poco democratico ma obbediente a Washington – il tycoon ci ha provato, senza risultati, con il governo degli ayatollah a Teheran. Ora, si preannuncia una transizione «alla venezuelana» anche per Cuba. Ma è fattibile nell’isola della Revolución?

Il «modello Caracas» è semplice. Decapiti il leader supremo, mantieni al potere la maggior parte dei funzionari di medio rango per garantire stabilità amministrativa e stringi subito una serie di accordi economico-commerciali con questi nuovi leader. La democrazia, insomma, passa in secondo piano.
In Venezuela, la presidente ad interim Delcy Rodríguez lavora fin dal giorno 1 – dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio, e il suo trasferimento a New York per il processo – in piena sintonia con il capo della Casa Bianca. Ventisei anni di «chavismo» sono stati apparentemente cancellati in una notte in nome del nuovo business petrolifero. Apparentemente, perché il vertice militare, baluardo della dittatura, è ancora saldamente al comando e di elezioni democratiche per ora non si parla.
Ma L’Avana non è Caracas, mette in guardia chi conosce meglio il regime dei Castro. Ed è poco probabile che si insedi «un castrismo con il sigillo dello zio Sam». Al di là dell’apparente compattezza del governo comunista dietro la figura dell’ultranovantenne Raúl Castro, e nonostante le esternazioni pro-capitaliste di uno dei suoi nipoti, l’ostacolo principale risiede negli Stati Uniti, non a Cuba. «Nelle mie conversazioni con persone dell’amministrazione, non vedo spazio per gli attuali leader, né per il presidente né per la famiglia Castro. Sono convinto che l’obiettivo finale di Trump sia un cambio di governo a Cuba, a brevissimo termine», ha detto a Mondo Capovolto del Corriere Hugo Cancio, influente imprenditore cubano-americano di Miami, ideatore della piattaforma di e-commerce Katapulk, sorta di Amazon che permette agli esuli di ordinare e spedire ad amici e parenti merci altrimenti introvabili sull’isola.
A differenza del Venezuela, gli esuli cubani hanno creato un potente network politico, perfettamente integrato nelle istituzioni di Washington: ben 11 membri del Congresso degli Stati Uniti sono di origine cubane ed esercitano una forte e costante pressione sull’Amministrazione con l’obbiettivo di rovesciare il regime dell’Avana. Senza contare che molti leader locali e nazionali sono saliti al potere basando il proprio consenso elettorale proprio sulla promessa di un drastico cambio di regime a Cuba. La comunità cubana di Miami non accetterebbe mai una soluzione ibrida.
Il segretario di Stato e aspirante futuro presidente di origine cubana Marco Rubio, cui sono stati affidati i negoziati (per nulla segreti) con il sempre più potente nipote di Raúl Castro, Raúl Rodríguez Castro, è ben consapevole che il «modello venezuelano» non verrebbe mai digerito dalla sua comunità, che rappresenta una fetta importante dell’elettorato. E in parte lo conferma l’ultimo sondaggio del Pew Research Center sul tasso di approvazione del presidente Usa tra gli elettori ispanici: solo il 66% dei «latinos» che votarono Trump nel 2024 ancora approva il suo operato, con un calo di 27 punti percentuali dall’inizio del suo secondo mandato.
Se tramonta «la soluzione venezuelana», resta l’invasione. E qui si entra in uno scenario assolutamente imprevedibile, con diverse grandi incognite. Come si comporterebbero i militari cubani addestrati alla fedeltà assoluta? E quale sarebbe la reazione dei cubani, un popolo rassegnato e digiuno da troppi anni di democrazia, composto per la maggioranza da donne, vecchi e bambini, perché i giovani uomini sono fuggiti in massa dall’isola?
La rivoluzione cubana è al potere dal 1959. Al contrario del Venezuela, che ha conosciuto il «chavismo» soltanto nel 1998, sull’isola non esiste un’opposizione politica reale. Solo pochi gruppi dissidenti, perlopiù vicini alla Chiesa cattolica, e da lei protetti. «I venezuelani desiderano un ritorno ai giorni di gloria del boom petrolifero del XX secolo; i cubani desiderano un nuovo inizio», scrive Politico. Anche i giovani però sanno, perché nelle scuole rivoluzionarie non hanno mai smesso di insegnarlo, che Cuba è stata «posseduta» a lungo dagli Stati Uniti e, prima della rivoluzione, «gli interessi statunitensi si appropriavano di circa metà dello zucchero prodotto a prezzi ridotti, possedevano circa un terzo di tutti gli zuccherifici, un terzo dei servizi pubblici, il 90% di tutta la produzione di energia elettrica e quasi un quarto del territorio dell’isola».
Trump è in cerca di una vittoria politica, per ammorbidire gli elettori infuriati «dalla lunga guerra in Iran e dall’aumento dei prezzi della benzina», scrive il New York Times. E il capo della Cia John Ratcliff, nella sua storica recente visita all’Avana, ha lanciato un ultimatum al ministro dell’Interno cubano, Lázaro Casas e a Raúl Rodríguez Castro. «Sarebbe spiacevole se capitasse qualcosa di brutto a questa bella isola», avrebbe detto in stile boss, lo stesso giorno in cui l’Avana ammetteva che le ultime riserve di carburante stanno ormai finendo. Quando le minacce finiranno, qualsiasi decisione non sarà una passeggiata e avrà sviluppi imponderabili.