Corriere della Sera, 21 maggio 2026
Maurizio Lastrico parla di Genova
«Il Giro d’Italia? Per me rappresentava l’inizio dell’estate e mi sembrava finisse sempre troppo presto, lasciandomi il senso amaro del tempo che va via veloce». Maurizio Lastrico, attore e cabarettista, ricorda quando la corsa passava sotto casa a Sant’Olcese – patria di un celebre salame a grana grossa – nel primo entroterra genovese: «Il paese si vestiva a festa, un elicottero lo riprendeva e questo – in un’epoca lontana dai social – ci faceva sentire per una volta al centro del mondo».
Il ciclismo è uno sport che si limita a seguire o che si diverte anche a praticare?
«Amo inforcare la mountain bike, arrampicarmi sulle alture di Genova e poi lanciarmi veloce in discesa; spettacolari il Giro dei Forti (formidabile sistema di fortificazioni a difesa della città, ndr) e il tracciato dell’ex guidovia per il santuario della Madonna della Guardia; adesso, però, non posso farlo, i contratti cinematografici me lo vietano».
Cosa sta girando?
«Una serie per Sky Studios, la mia prima da protagonista, dove – tra dramma e commedia – interpreto un cuoco caduto in disgrazia che finisce in carcere. Per entrare meglio nel personaggio mi affianca una coach, una cuoca con la quale ho imparato a fare i miei piatti prediletti, dalla pasta al pesto alla focaccia con il formaggio. Partivo da sotto zero, questo mi ha aperto la curiosità sui sapori e sulle competenze necessarie per stare in cucina».
Il rapporto con Genova e la Liguria?
«Un amore viscerale. Sono legatissimo alle persone, a partire dai miei amici; al paesaggio, più che il mare quello collinare in cui sono nato; a quell’ironia bonaria sempre al confine della presa in giro; alla lingua. Mi piace parlare e recitare in dialetto, che dal punto di vista teatrale ha una forza incredibile, più dell’italiano».
Il motivo?
«I dialetti affondano i loro termini in qualche cosa di viscerale che li rende più evocativi, immediati, poetici. Quando sento il genovese mi si riempie l’anima».
Luoghi del cuore?
«Cavi Borgo, subito dopo Lavagna, scoperto di recente; villa Serra di Comago, frazione di Sant’Olcese, per il suo parco all’inglese e il cottage in stile Tudor; la vecchia Genova con i suoi vicoli, dove è bello anche perdersi. Da poco ho preso casa in centro, quartiere San Vincenzo vicino al Mercato Orientale, zona autentica, comoda, animata con quattro o cinque bar tra cui scegliere. E questo mi fa la differenza nella giornata».
Un ricordo dell’infanzia?
«Le giornate di mare a Vesima, alla spiaggia Villa Azzurra; ci fermavamo a Voltri a prendere la famosa focaccia di Priano. E poi il panino con il salame nostrano, classica merenda di quando giocavo a calcio nel Sant’Olcese; lo addentavo a fine doccia, in testa il berrettino grigio-azzurro della società: è uno di quei sapori che mi riporta all’istante al periodo fantastico della fanciullezza».
L’indirizzo della gola?
«Baccicin du Caru a Mele, vecchia osteria lungo la via del sale».
Dove trovare l’anima di Genova?
«Nelle poesie di Giorgio Caproni, negli album di Fabrizio De André, nelle commedie di Gilberto Govi. E anche in tutta l’opera folk dei Trilli (duo attivo dal 1973 fino al 1997, ndr), che con umorismo e un po’ di nostalgia ci accompagnavano in auto nei lunghi viaggi per le vacanze».
Ascolta solo i grandi del passato?
«Quelli sono monumenti, ma mi piacciono molto anche le ultime generazioni. Rapper come Bresh, Olly, Sayf – tutti genovesi – stanno portando la novità del sentimento, di una nuova poesia, dentro una musica che rischiava di andare nella direzione opposta: un trap troppo sfacciato e aggressivo».