Corriere della Sera, 21 maggio 2026
Intervista a Marracash (Fabio Rizzo)
C’ è stato un tempo in cui un bambino non aveva sogni. Viveva in case senza radici, spostandosi di tanto in tanto per il lavoro del padre, aspettando un mondo che forse si sarebbe rivelato. Poi, quel mondo si è compiuto: quartiere Barona, Milano. E ha portato in sé la rivelazione: Fabio Rizzo, Marracash.
Così è cominciato tutto, e il bambino è diventato re. Del rap. Delle parole di un’epoca, nella musica di un’epoca: in otto album Marracash ha mostrato chi siamo oggi. Ci riesce la letteratura, la poesia, e forse dovremmo chiamare questo ragazzo della periferia milanese con il suono che gli spetta: poeta.
Ora, dopo quasi vent’anni di carriera, è il momento di una testimonianza diversa oltre i dischi: un documentario al cinema, «King Marracash», che fotografa l’intimità di questo viaggio. A nudo la persona, la famiglia, a nudo la Sicilia delle origini, lo spirito controverso di un artista che aspetta la notte per i versi delle sue rime.
Dai concerti di San Siro al Marra Block Party, per undici mesi il regista Pippo Mezzapesa ha seguito il rapper mentre «cercava sé stesso nel passato, dove tutto ha preso vita. È nata una storia di riscatto, di margini e centralità, di talento che sboccia, racchiudendo il cinema che mi piace fare». Prodotto da Groenlandia, il documentario sarà nei cinema il 25, 26 e 27 maggio.
Alla fine dell’avventura, l’uomo Marracash coincide con il cantante Fabio, e viceversa. È una verità così nitida, e semplice, che quando incontro Marracash nella sua casa alla Barona ho una sola domanda nel mio taccuino, chi è Fabio Rizzo oggi?
«Uno che ha mantenuto la sua essenza profonda, credo, e che ha cercato di scoprire altri lati di sé. Ma soprattutto una persona con una grande forza di volontà, cosa che pensavo di non avere minimamente. A patto che ci siano degli obiettivi».
Per esempio?
«All’inizio era avere successo. Poi è stato non diventare matto a causa del successo: ho avuto un momento durissimo a causa dell’impatto con questa fama nazional popolare e non è stato facile, perché la mia vita era cambiata di netto. È stato devastante, per cui il mio obiettivo negli ultimi tre anni era non perdere completamente la testa, guarire, curarmi e riuscire a dipanare questa matassa impossibile».
E pensi di esserci riuscito?
«Ora sì. Ora mi sento fuori da questo casino. Ora sono nel momento tutto può succedere. Ho un po’ abbassato la guardia e quindi lascio entrare cose che prima mi precludevo. C’era quella frase di un mio pezzo che diceva “la libertà è non sapere cosa accadrà domani”. E forse il segreto è questo».
La libertà è anche essere Marracash senza mai perdere Fabio, credo.
«Ci ho lavorato, e devo ringraziare i santi perché il mio percorso è stato graduale, con i tempi giusti, con le età giuste. Così ho potuto gestire questa cosa grazie alle amicizie storiche, al cerchio stretto e al mio micromondo. Fa la differenza perché ti strutturi, hai alle spalle delle persone che hai conosciuto prima della fama, che sono lì per te davvero, che ti vogliono bene, con cui hai una famiglia allargata in cui io credo molto».
«Ho il cuore pieno, non voglio nuovi friends», un tuo verso di Love. E questo è il punto focale nel documentario: il tuo laccio familiare dentro una forma di solitudine che è motrice.
«Ho una personalità sfaccettata. Sono una cosa e l’opposto di quella cosa. Mi sento legatissimo ai miei genitori ma sono anche un figlio molto a cazzi suoi che sparisce. Il risultato è nei legami che ci scegliamo: alla fine non c’è miglior terapia che avere a fianco delle persone con cui sei in grado di aprirti. Detto questo, luci e vizi».
Quali vizi?
«L’egoismo».
L’egoismo?
«Forse è più egocentrismo, la malattia che abbiamo tutti io ce l’ho in particolare. In verità sono molto empatico però tendo sempre a guardare me stesso».
«Essere visto», lo pronunci nel documentario, nei tuoi testi.
«Richiamare l’attenzione del mondo che deve accorgersi di me. Attraverso comportamenti che attirino quello sguardo, in ogni epoca della mia vita. Quando ero giovane attraverso i furtarelli, o leggendo in biblioteca quando nessuno leggeva. Soprattutto far sentire la mia opinione. Essere visto come non accettare passivamente quello che succede».
È la sottotraccia politica di Marracash.
«Cerco e ho cercato sempre di farlo a più livelli. Anche di entrare nel vivo, ma mai di fare una politica nazionale, circoscritta ai partitini. Quello che mi interessa è una critica al capitalismo, ai soldi».
Però sei ricco, ci sei dentro.
«Credo che si possa criticare il capitalismo dall’interno, ed è doveroso farlo. C’è sempre il rischio di un conflitto con la propria formazione, con il pensiero politico con cui si è cresciuti. Forse il vero atto anticapitalistico è aiutare con la ricchezza il mondo che ti ha aiutato».
Per esempio, attraverso il Marra Block Party, il cui ricavato è andato alla riqualificazione di scuole della Barona.
«Sì. Rimane il conflitto: mi piace avere i soldi ma non voglio accettarlo in pieno. Come prima non accettavo il mio stato sociale né il mio ceto, forse non lo faccio nemmeno ora».
Torna il Fabio contro Fabio.
«Soldi, non soldi. Fama, non fama. Ho sempre voluto riuscire nella musica, ma dall’altra parte avevo ambizioni bohemien di chi non voleva lavorare un giorno, facendo l’artista con quell’accezione di solitudine e isolamento. Che è un lato di me che uso per trovare ispirazione».
Come la trovi?
«Alla base c’è un grande consumo di arte. Consumo tantissime opere di narrazione, come da piccolo, quando leggevo un’infinità di libri. Mi piaceva leggere e mi piace leggere. Guardo così tanti film che faccio fatica a trovarne di nuovi. E videogiochi. Tutto quello che mi racconta una storia. Così viene l’ispirazione, che di solito arriva di notte».
Sei insonne, e questo è un altro viaggio. Nel documentario è un momento di grande profondità.
«Nelle mie notti il cervello è in uno stato diverso. Prendo appunti, ho delle note praticamente infinite sul cellulare e a un certo punto sento di avere così tanto materiale che in qualche modo collego i puntini e si crea una costellazione. E io ci vedo una canzone».
E cosa succede?
«Mi chiudo in studio. Tre, quattro, cinque mesi, non faccio altro che lavorare. Mi sveglio la mattina, mi citofona il ragazzo con cui lavoro che mi viene a prendere, mangiamo, andiamo in studio fino alla sera. Anche se adesso, in questa fase di energia nuova, sono in attesa».
Di cosa?
«Sento una forza. Ma devo stare attento al vuoto. Se resto troppo tempo senza avere delle cose da fare mi sento un verme. E mi divora l’insicurezza, con una certa dose di dolore».
Come reagisci al dolore?
«Me lo vivo. Non mi distraggo. Perché se ce l’hai, lo devi scontare. Il dolore si paga».
A chi non si arrende a una storia già scritta: è un mantra che attraversa il documentario e che forse è stata la cura a questo dolore.
«All’inizio, quando ero piccolo, e poi ragazzo, lo sentivo che dovevo scrivere la mia storia perché la storia a cui ero destinato mi avrebbe ucciso. Ero in mezzo a gente a cui bastava commentare i programmi in televisione o la partita di calcio, e io non c’entravo proprio un cazzo. Ero finito in un tritacarne. Non potevo arrendermi, dovevo cercarmi una salvezza».
Come l’hai trovata?
«Leggendo. Soprattutto la letteratura americana, tipo la beat generation. Kerouac, tutto quel filone. Ma anche Hemingway, il suo insegnamento sulla brevità. E Bukowski, che per me è il più grande. Peccato che adesso sia un po’ banalizzato. È lui che mi ha dato l’idea che nella vita o la va o la spacca e che forse avrei voluto fare lo scrittore. Mi sono fermato a qualche lettera d’amore. Ecco perché, in fin dei conti, i miei testi hanno una struttura narrativa».
Poi è arrivata la musica.
«C’è sempre stata, ma è diventata una chiamata inequivocabile. Il rap lo è stato».
Cos’è il rap per te?
«All’inizio era un mezzo per far vedere che avevo del talento e per guadagnare dei soldi e salvarmi dal tritacarne di cui ti parlavo prima. Poi è stato il modo per esprimermi, per dire veramente quello che volevo dire. Ora è tutto questo, ma ha anche un valore di trasmissione sugli altri. A quarantasette anni inizio a chiedermi, per esempio, che cosa lascerò. L’eredità della mia musica».
È per questo che hai voluto questo documentario?
«Non sono una persona che si racconta molto sui social. Mi racconto nelle canzoni dove sono nudo. Ma il mio privato e il mio quotidiano erano nascosti da una certa forma di esposizione: non mi piace l’utilizzo della mia immagine, né attraverso la partecipazione coatta in tv, né attraverso certi talent, o come giudice di chissà cosa. Tutto quello che ho costruito, l’ho costruito solo con la musica: per cui secondo me adesso può essere interessante guardare il mio privato non durante la scalata di carriera ma in una forma diversa di verità».
Quale verità?
«Posso sembrare tutto d’un pezzo per i testi che scrivo, ma sono molto alla mano. Mi interessano molto gli altri. Vengo da un contesto in cui fai fatica a tirar fuori questa sensibilità, poi maturando capisci che sono proprio le antenne che ti rendono un supereroe sul palco. Ecco, diciamo che sono sempre in ascolto. Vuoi sapere una cosa?».
Altroché.
(ride). «Ci sono artisti o sportivi che mi cercano per chiacchierare. Sono rapper giovani e vecchi, tennisti e calciatori. A un certo punto mi arriva il messaggio “volevo parlare un attimo”. Secondo me succede perché ho espresso per primo dei cazzi miei, le mie turbe, e questo mi rende un interlocutore soprattutto per gli uomini».
E per le donne?
«Le adoro (sorride e fa una pausa). E mi trovo benissimo con loro, lo dimostra il fatto che il mio staff è prevalentemente di donne a partire dalla mia manager. E secondo me ho un certo ascendente per la mia parte femminile, di comprensione, che mi porto dietro. Ma con loro ho tirato fuori anche lati fragili di me proprio perché mi sento a casa».
Dimmi un tuo lato fragile. Un «vizio», come lo chiami tu.
«Mi incazzo. Sono una testa calda. Passionale, in tutto, anche adesso, che vorrei alzarmi perché mentre parlo ho una specie di vita addosso».
E si alza veramente. Accosta la sedia e cammina nel salotto, si avvicina al tavolo e si accende una sigaretta.
«Comunicare animatamente fa parte di me. Viene dai miei genitori che sembrano calmi, ma in verità stanno sempre lì a mandarsi a fare in culo, un po’ perché sono siciliani e un po’ perché l’amore passa anche di lì. È un’energia di assalto che mi fa essere anche un leader naturale. E un criticone».
Non con gli altri artisti.
«No, con loro no. Sono solidale».
Chi ti piace?
«Di emergenti: Promessa. Di quelli che sono emersi nell’ultimo periodo: Madame, Shiva. Mi piace seguirli, una forma di protezione, o anche qui, uno scambio di eredità».
Ci pensi mai ad avere figli?
«Bel casino. Perché da una parte mi attrae tantissimo. Trasmettere è una cosa che ho dentro. L’idea di insegnare a una persona a cui voglio bene, che è parte di me, mi piacerebbe. Dall’altra però faccio un po’ fatica con gli impegni a lungo termine, come mi accade nelle relazioni sentimentali. Resto fatalista, se mi deve succedere succederà. Per adesso, mi godo la mia nuova energia che è una rivoluzione».
Dove porta questa rivoluzione?
«La sfida sarà cambiare. Nel rap il primo viaggio di un artista è sempre un genere antagonista: devi avere un nemico. E questo nemico possono essere dei fatti che ti sono successi, gli altri rapper, lo Stato, i tuoi hater, la gente che vuole frenarti e che non crede in te. Ci sono tanti topic nell’hip hop. Ma non si pensa mai a che cosa si potrebbe cantare senza nemici. Come cambierebbe il codice. La rivoluzione sta lì».
Te la saresti mai immaginata questa fortuna?
«Ha oltrepassato qualsiasi fantasia. Quel bambino della Barona non si immaginava nemmeno una felicità, figuriamoci il successo».
E ora che forse un po’ è arrivata, chi è Marracash?
«La parte più forte di me».