Corriere della Sera, 21 maggio 2026
Raúl Castro incriminato negli Usa. L’Avana: «Una farsa per attaccarci»
Un atto annunciato. Raúl Castro, l’ex uomo forte di Cuba, è stato incriminato formalmente ieri dal dipartimento di Giustizia Usa per un evento accaduto trent’anni fa: l’abbattimento di due aerei dell’organizzazione di esuli Hermanos al Rescate che aiutava i cubani in fuga dall’isola. «Raúl Castro e altri 5 imputati hanno partecipato a un complotto culminato con aerei militari cubani che hanno sparato missili contro aerei civili, uccidendo 4 americani», è la versione del ministro della Giustizia americano ad interim Todd Blanche,intervenuto alla Freedom Tower di Miami, l’edificio centenario simbolo della comunità cubana in esilio, considerata la «Ellis Island dei rifugiati cubani». Le accuse per Raúl, che all’epoca dei fatti, da ministro della Difesa, guidava le forze armate, sono di omicidio e cospirazione finalizzata all’uccisione di cittadini americani.
Ora il timore è che si possa replicare sull’isola il «modello Venezuela»: a gennaio Donald Trump ha usato proprio un’incriminazione federale contro Nicolás Maduro come pretesto per il blitz condotto a Caracas per catturarlo. La richiesta di Washington è che questo imputato eccellente, con i suoi 94 anni, «affronti la giustizia qui. C’è un mandato d’arresto e ci aspettiamo che si presenti volontariamente o per altre vie e finisca in prigione», ha chiarito Blanche tra gli applausi del pubblico, per lo più esponenti della comunità cubana in esilio. Con le buone o con le cattive, dunque. Improbabile, se non impossibile, che Raúl si consegni, restano «le altre vie». Una prospettiva temuta dal presidente cubano Miguel Díaz-Canel: l’incriminazione, ha tuonato, «è un’azione politica, priva di qualsiasi base giuridica, che mira unicamente a giustificare la follia di un’aggressione militare contro Cuba». Stessa lettura da parte dell’ambasciatore di Cuba all’Onu, Ernesto Soberon Guzman: «È un circo che stanno allestendo per giustificare un’attacco».
Il presidente Trump da parte sua sembra continuare con la strategia del «bastone e della carota», alternando sanzioni asfissianti e minacce militari a inaspettate aperture al dialogo: l’altro ieri auspicava un accordo con le autorità dell’Avana per arrivare al cambio di regime, oggi ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti «non tollereranno uno Stato canaglia che offre rifugio a operazioni militari, di intelligence e terroristiche straniere ostili, a soli 150 chilometri dal territorio americano». Dopo l’annuncio dell’incriminazione, dalla Joint Base Andrews, ha riformulato: «Stiamo liberando Cuba, non ci sarà un’escalation. Il Paese sta andando a rotoli, è un disastro, hanno perso il controllo della popolazione. Non hanno modo di vivere. Non hanno cibo. Non hanno elettricità».
Poco prima dell’incriminazione, il segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, è intervenuto per criticare aspramente il governo dell’isola e offrire al suo popolo una «nuova relazione» tra Washington e L’Avana, a condizione che la nazione caraibica apra la sua economia e indica elezioni libere.