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 2026  maggio 21 Giovedì calendario

Un ritratto di Ben Gvir

Sbracciante e sbraitante già a 19 anni, è allora che gli israeliani sono stati costretti a notarlo per la prima volta. Da seguace del rabbino razzista Meir Kahane si era presentato in televisione brandendo il logo di metallo della Cadillac governativa: «Abbiamo beccato la sua auto e presto beccheremo lui». Era l’autunno del 1995. Poche settimane dopo Yigal Amir, un altro ultranazionalista, beccò Yitzhak Rabin con due proiettili prima ancora che su quell’auto potesse salire, un attentato che uccise anche il processo di pace voluto dal primo ministro laburista. Il giovane Ben-Gvir malediceva allora l’accordo con i palestinesi e adesso che l’intesa risulta irrilevante propugna l’annessione della Cisgiordania, invoca il ritorno a Gaza: vuole rioccupare la Striscia e ricostruire le colonie evacuate da Ariel Sharon nel 2005. In una colonia abita: Kiryat Arba, vicino alla cittadina palestinese di Hebron.
Pur di formare la coalizione ancora al potere dalla fine del 2022, Benjamin Netanyahu l’ha tolto dall’irrilevanza politica – quella di chi deve insultare e urlare per farsi notare —, lo ha portato al governo e gli ha dato il ruolo di ministro per la Sicurezza Nazionale, lui che pure era stato condannato per incitamento al razzismo e supporto a un’organizzazione terroristica ebraica. In questi quasi quattro anni di convivenza, Bibi non sempre è riuscito a controllare la sua creatura e con il Paese entrato in campagna elettorale – si vota entro l’autunno, ieri il Parlamento ha iniziato la procedura per anticipare le elezioni di qualche settimana – deve aspettarsi altre esibizioni e smargiassate prepotenti. Agitato e agitatore: così lo ha presentato anche lo show satirico Erez Nehederet («Un Paese meraviglioso») dove il Ben-Gvir caricaturale salta di qua e di là, fa ballare il tip tap a Netanyahu a colpi di pistola, riferimento a quanto il leader del Likud si lascerebbe manovrare pur di restare al comando.
Ben-Gvir la pistola la porta davvero in giro e gli piace estrarla: in un parcheggio a Tel Aviv contro una guardia araba che secondo lui l’avrebbe minacciato. Brandendola verso i palestinesi del quartiere di Sheik Jarrah a Gerusalemme, nonostante fosse circondato e protetto dalla polizia israeliana, di cui ha fatto una sorta di milizia personale. Gesti teatrali, aggressivi, brutali, da «macho» per un uomo che non ha prestato il servizio militare (giudicato inadatto per le posizioni estremiste). Anche quando visita i detenuti palestinesi per umiliarli – pure il più celebre tra loro, Marwan Barghouti – costruisce una scenografia da sfida pericolosa (faccia a faccia, a brutto muso) senza il pericolo: è sempre ben protetto, nessuno potrebbe toccarlo.
Adesso Netanyahu lo attacca «perché il suo comportamento di ieri non è in linea con i nostri valori». Gideon Sa’ar, il ministro degli Esteri, lo accusa di «aver danneggiato Israele con lo show vergognoso». Eppure sono consapevoli che se dopo l’autunno sperano di restare al vertice, di Ben-Gvir avranno bisogno, così gli perdoneranno nei fatti le bravate fanatiche e suprematiste perché portano elettori alla destra. E continueranno a votare con lui leggi come quella che nelle scorse settimane ha introdotto per la prima volta la pena di morte con una formulazione su misura perché sia applicabile solo ai palestinesi. Da sinistra avvertono che il leader dei coloni non rappresenta una frangia minoritaria ma l’involuzione di parte della società dopo quasi un ventennio del predominio ideologico indurito attorno a Netanyahu,
Per i 50 anni di Ben-Gvir la moglie Ayala – anche lei va in giro armata – ha fatto preparare una torta alla crema con al centro un cappio disegnato dai pasticcieri, il simbolo della campagna del marito a favore delle esecuzioni capitali. Una festa per celebrare la morte.