Domenicale, 17 maggio 2026
Il feticismo di Rops come stato dell’anima
Nelle prime pagine della Venere in pelliccia, il romanzo del barone Sacher-Masoch, si cita un quadro di Tiziano conservato alla Gemäldegalerie di Dresda (ma una versione ancor più bella è a Washington). Raffigura una ragazza bionda che rimira le proprie grazie in uno specchio sorretto da un amorino, avvolgendosi in una sontuosa pelliccia, «diventata un simbolo della tirannia e della crudeltà che si annidano nella donna e nella sua bellezza». Quella tavola è insieme icona e indice della gincana percorsa dal desiderio feticistico, che attinge il proprio obiettivo non in maniera diretta, ma attraverso uno svicolamento, un détour che carica di associazioni simboliche un oggetto, nel nostro caso la pelliccia, e lo accorpa nel tragitto che compie per arrivare al proprio punto di sfogo.
Venere in pelliccia risale al 1870: in quella fase dello spirito del tempo la deviazione feticistica della smania erotica è in tutta Europa un’ossessione; attraversa le discipline dello spirito e tesse un reticolo di rimandi allegorici che apparenta i linguaggi. E la figura della donna desiderabile proprio in quanto tiranna, crudele e dominatrice, si moltiplica in uno smisurato catalogo letterario, pittorico, teatrale, filosofico o sapienziale. Il capitolo dedicato alla belle dame sans merci ne La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica ne resta la più profonda indagine.
Del feticismo come stato dell’anima e risorsa del desiderio l’illustratore principe è Félicien Rops (1833-1898), incisore e pittore cui il Kunsthaus di Zurigo dedica ora un’ampia retrospettiva, occasione di vedere gli originali o le prime tirature di immagini che sono poi entrate nella vulgata del repertorio. Il feticismo vi regna sovrano, la donna vi figura quale despota che tiene in scacco il proprio burattino maschio, la blasfemia vi dona il proprio pimento trasgressivo: la stessa blasfemia che Huysmans, a Rops legato da amicizia, definiva quale estrema espressione del sentimento religioso.
Gli esempi sono moltissimi e svariati. Corrisponderebbero ad altrettanti luoghi comuni (la donna nuda crocifissa al posto del Cristo: figura che verrà variata in infinite banalizzazioni da aspiranti dissacratori) se non fosse così potente la suggestione artistica. La composizione innanzitutto, che al simbolo accosta una narrazione assai articolata, per dipanare la quale occorre guardare a lungo ciascun foglio; poi la raffinatezza nell’unire diverse tecniche dell’incisione, talune messe a punto da Rops stesso che fu uno sperimentatore avventuroso; e la facilità suprema della mano che è tuttavia corretta da un gusto purgato, mai plateale: sono aspetti per i quali l’inventario delle perversioni para in un catalogo di prodezze tecniche ed espressive.
Il virtuosismo di Rops culmina nei chiaroscuri impiegati per plasmare l’incarnato femmineo attraverso tecniche che difficilmente producono morbidezze e velature, quali la puntasecca o l’acquatinta, stendendovi un nonnulla di guazzo o la trama granulosa del pastello. La donna, che è tentatrice nel triplice risultato della contemplazione, della suscitazione della foja e del veicolo per la rovina, secondo i canoni e gli stereotipi condivisi dall’epoca (ampiamente biasimati in un saggio in catalogo), è carezzata dal colore e dalle ombreggiature di Rops con una sensualità che ha cento diramazioni: per citarne due, la carne frale e il tenero pelo della prostituta che alza le braccia dietro il capo nella Bouge à matelots (1875), o la coloratura pellucida, elegantissima, della donna bendata che tra un tripudio di amorini conduce un maiale al guinzaglio: la scena dei Pornocratès (1896) che è forse la riuscita più famosa del suo autore. Altri fogli giocano col registro dell’ironia: così la ragazza che si impala su un totem a forma di bara, culminante in una testa satanica (L’idole, 1882); o quella còlta di schiena, con le natiche coperte da una mascherina maliziosa (Hypocrisie, senza data); o l’altra ancora che torce il capo e la vezzosa veletta mentre guida, mezza nuda, una sorta di bicicletta a forma di fallo (La Dame au vélocipede, prima del 1880). In ogni dove la qualità del segno è stupefacente, ed è in ciò, più che nella varietà delle parafilie, che consiste l’interesse della mostra zurighese.
La vita stessa di Rops, amico dei principali scrittori del suo tempo, illustratore impareggiato di Baudelaire, egli stesso forgiatore di una lingua francese lambiccata e musicale (se ne leggono gli scritti nella silloge dei Mémoires pour nuire à l’histoire artistique de mon temps), ha aspetti romanzeschi. Nato nel fondo della provincia ricca e conservatrice e cattolica del Belgio, sposo della figlia di un presidente di tribunale a Namur, debuttante su fogli umoristici di battaglia, grande lettore, grande nuotatore, grande viaggiatore in America e in Africa, trasferitosi a Parigi visse fino alla morte in un menage à trois allegramente appassionato con due sorelle, le celebri modiste Duluc, e tutte e due gli diedero dei figli: riuscì a scandolezzare la permissiva Lutetia. Era un uomo di singolare bellezza, dagli occhi chiari e luminosi come spesso accade a chi ha dimestichezza con le tenebre. Coltivò la privatezza della propria arte, che non intese mai per un pubblico vasto, bensì per una cerchia ristretta e gelosa; eppure toccò la fama. Negli ultimi anni si trasferì in campagna, sul bordo della Senna, e coltivò magnifiche rose.