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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Tutti da Peggy al vernissage

Diciotto mesi soltanto, tra il gennaio 1938 e il giugno 1939 quando la guerra ormai incombeva, ma ben 21 mostre, ognuna delle quali apriva una crepa nel sistema paludato dell’arte ufficiale britannica, soffiando sulla sua polvere il vento della contemporaneità. L’avventura della galleria di Peggy Guggenheim a Londra fu dirompente ma breve e forse è anche per questo che sinora gli studi l’avevano sfiorata più che indagata, per puntare invece i riflettori sulla galleria americana «Art of This Century», da lei aperta a New York nell’ottobre del 1942, e poi sulla stagione sfolgorante vissuta da «ultima Dogaressa» a Venezia, in Ca’ Venier dei Leoni: gondola privata, un trono bizantino in giardino, una muta di amatissimi cagnolini tibetani («my beloved babies»), molti dei quali sepolti proprio nel giardino del palazzo, dove saranno deposte anche le sue ceneri. E una collezione superlativa di arte moderna.
Eppure fu proprio a Londra che Peggy Guggenheim (New York, 1898-Camposampiero, Padova, 1979), dall’annoiata ereditiera americana che era, diventò gallerista e collezionista, sognando persino di creare un museo di arte contemporanea. Lo ideò con l’amico Herbert Read, direttore sì del solenne «The Burlington Magazine» ma innamorato dell’arte d’avanguardia, ma dovette rinunciare al progetto a causa della guerra. Lo realizzerà dieci anni dopo nel palazzo veneziano dove ora si apre l’inedita mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, curata da Gražina Subelytė, della Peggy Guggenheim Collection, e da Simon Grant.
Nata nella ricchissima famiglia dei Guggenheim, figlia dell’ultimo e più indipendente dei sette fratelli, che morì nel 1912 nel naufragio del Titanic mentre tornava dall’Europa dopo aver perso molta parte del suo patrimonio, Peggy patì per tutta la vita il fatto di essere «la più “povera” dei Guggenheim». Fu una delle sue innumerevoli delusioni d’amore a spingerla, su suggerimento dell’amica Peggy Waldman, ad aprire una galleria d’arte ma fu la sua intuizione a indurla ad accogliere il consiglio di Samuel Beckett di puntare sull’arte contemporanea, scegliendosi, poi, come mentore Marcel Duchamp.
Al suo fianco, determinante, Wyn Henderson, geniale e pragmatica direttrice tuttofare della galleria, nonché inventrice del nome, Guggenheim Jeune, che giocava sull’assonanza con la celebre galleria parigina Bernheim-Jeune e annunciava al tempo stesso che un’altra Guggenheim, dopo il ricchissimo zio Solomon, stava entrando nel mondo dell’arte contemporanea. Prima mostra, Jean Cocteau; poi, subito, Kandinskij.
A Venezia il percorso si apre con uno spazio che riunisce la scultura di Jean Arp Testa e conchiglia, 1933 ca., suo primo acquisto, e alcune opere astratte e surrealiste (le sue due passioni) da lei esposte in galleria, oltre a un ingenuo dipinto della figlia Pegeen, alla riedizione di «Nube articolata», l’impagabile ombrello-ossimoro (è fatto di spugne) del surrealista Wolfgang Paalen e agli orecchini con micro-paesaggi di Yves Tanguy. Di qui in poi ogni sala presenta una delle sue mostre più importanti, a iniziare da quella, superba, di Kandinskij (la prima in Gran Bretagna) con il magnifico Curva dominante, 1936, e altri dipinti degli anni Trenta. Lei ne propose alcuni alla Tate Gallery, ricevendo un diniego (accetteranno invece da sua sorella Hazel, ma in dono, il precoce e ancora vagamente figurativo Cosacchi, 1910-11, esposto qui).
Il rifiuto della Tate, il cui direttore detestava l’arte d’avanguardia, non stupisce: di lì a poco sarà sempre lui a bloccare alla dogana le sculture (di Brâncuși, Jean Arp, Sophie Taueber-Arp, Henry Moore...) per la prevista mostra di Peggy sulla scultura contemporanea, non trattandosi a suo dire di opere d’arte ma «più o meno di spazzatura». Le polemiche che ne seguirono lo portarono alle dimissioni e la mostra si aprì, con grande risonanza. Ancora una volta però (se si esclude la fortunata personale di Yves Tanguy, sold out) non fu un successo commerciale – era sempre Peggy ad acquistare una o due opere alle sue esposizioni, per incoraggiare gli artisti – ma la sala che qui le è dedicata testimonia l’eccellenza di quel progetto. E poi, naturalmente l’arte astratta e concreta, con tutto il suo Stato maggiore, da Mondrian ad Arp, Otto Freundlich, Van Doesburg, Vantongerloo, Barbara Hepworth. Guggenheim Jeune non presentava però solo pittura e scultura: ci fu la personale dell’artista russa Marie Vassilieff, che esponeva maschere, bambole-ritratto, pupazzi polimaterici dall’identità volutamente fluida e ci furono le opere di bambini (qui Lucian Freud, adolescente, presentò il suo primo dipinto), ma Peggy “osò” anche mettere in mostra la fotografia d’autore, come i ritratti a colori di Gisèle Freund, e i bellissimi ma allora incompresi collage, papier collé e fotomontaggi dei migliori Surrealisti, ai quali, insieme ai loro perturbanti dipinti, tocca il compito di chiudere il percorso.