Domenicale, 17 maggio 2026
Il fratel prodigo dei Grimm, Ferdinand Philipp
Un fratel prodigo, un segreto, un ambiente rigido e perbenista, tante piccole tracce di genialità lasciate lungo un cammino irto di prove difficili, la felice agnizione due secoli dopo. I tempi e i modi dell’attuale riscoperta dell’opera di Ferdinand Philipp Grimm, quinto figlio della celebre famiglia di linguisti e filologi, per opera di Marco Federici Solari, traduttore ed editore sopraffino, potrebbero appartenere a una delle “Fiabe del focolare” per le quali a Jacob e Wilhelm è stata dedicata una statua sulla piazza del Mercato della loro città natale, Hanau.
Il primo, che era anche il primogenito di una famiglia di nove fra maschi e femmine ignota al grande pubblico, da sempre convinto che i Grimm fossero due e solo un filo meno perfidi dei loro omologhi, e quasi contemporanei, fratelli Goncourt che a Parigi vergavano cronache e malignità, è ritratto in piedi; il secondo siede con il loro libro più famoso sulle ginocchia, pubblicato in versioni via via meno horror fra il 1812 e il 1815, ancorché una leggenda dica che si scambino di posto a mezzanotte, ora fatidica di ogni narrazione che voglia dirsi magica. Fusi nel bronzo nel 1896, appaiono saggi e compunti, in particolare Jacob, la cui legge sulla mutazione consonantica o appunto “legge di Grimm”, spartiacque nello sviluppo della linguistica pubblicata nel 1822, torna a turbare i sonni di chiunque l’abbia dovuta studiare come i fantasmi frequentati da quello che “se ne andò in cerca della paura”, peraltro non il più insolente fra i molti personaggi delle fiabe che Jacob e Wilhelm, ma non solo loro perché è provato che Ferdinand collaborò all’impresa, erano andati raccogliendo per anni in tutta la Germania fra fiere e campagne.
Dunque, quando, una sera di marzo del 1834, Ferdinand senza un soldo e in rotta con Georg Reimer, il prestigioso editore di Berlino per cui aveva lavorato lungo due decenni, comparve sulla porta della casa di Gottinga dove i celebri fratelli vivevano un curioso ménage à trois con Henriette Dorothea Wild detta Dortchen, moglie di Wilhelm, sorsero nuovi motivi di imbarazzo in un nucleo che già era oggetto di lazzi popolari e presto lo sarebbe stato di commedie satiriche (Uno dei due si deve sposare di Alexander Zechmeister, 1864, dove i protagonisti si chiamano Zorn, in tedesco “collera” quando “grimm” significa “ira”). La prima causa di attrito era di ordine professionale: nel 1820, Ferdinand aveva pubblicato infatti una raccolta di Leggende e fiabe popolari tedesche e straniere. Sebbene avesse usato la delicatezza di firmarle con lo pseudonimo Lothar, i due Grimm maggiori, che miravano allo status di rifondatori della tradizione tedesca lungo quella corrente contro-illuminista che si era formata già alla fine del Settecento e aveva dato vita allo Sturm und drang e alla stessa notazione del folklore a cui avrebbe attinto Richard Wagner, se ne ebbero a male. La seconda causa di incomprensioni aveva invece meno a che fare con il talento di Ferdinand, che peraltro era stato anche redattore delle opere postume di Heinrich von Kleist e aveva frequentato il circolo di Heinrich Heine, insomma era un intellettuale riconosciuto, e molto con la sua personalità anticonformista e soprattutto con quella che, da accenni nei carteggi e studi recenti, è stato accertato fosse la sua omosessualità, dichiarata pare apertamente in famiglia nel Natale del 1810.
Ve ne era anche una terza di cui non era direttamente responsabile, ed erano i rapporti tesissimi fra i due Grimm maggiori, convinti liberali, e l’autoritarismo assolutista di Ernesto Augusto I, re dell’Hannover, che nel 1837 avrebbe portato alla loro espulsione dall’università con altri cinque colleghi famosi incluso il grande storico Georg Gervinus, dopo la quale sarebbero passati alla storia come “i sette di Gottinga”, in una triste anticipazione di quanto sarebbe accaduto un secolo dopo in Italia con le leggi razziali. Insomma, la presenza di Ferdinand non aiutava, e certamente neanche il suo carattere, visto che, in una lettera del giugno dello stesso 1834 all’amico bibliofilo Gregor von Meusebach, Jacob scriveva che Ferdinand «è sempre lo stesso, così strano e cocciuto come quando era piccolo», e che traeva piacere «solo dal teatro e dalla compagnia dei bambini». Il cocciuto, che all’epoca aveva quarantasei anni e sarebbe morto un decennio dopo, nel 1845, sempre povero in canna, rimase nella stanzetta che Wilhelm gli aveva messo a disposizione per molti mesi, cioè fino a quando gli riuscì di rovinare a tutti un secondo Natale pubblicando a puntate sulla «Mitternachtzeitunf für gebildete Stände» (“il giornale di mezzanotte dei ceti colti”), una novella di satira pirotecnica sulla borghesia di provincia e una certa “Tante Henriette”, pettegola e vanesia, con i suoi due mariti “Johannes e Willibald”. Per la prima e unica volta, la firmò col suo cognome, Friedrich Grimm, ed è così che, ristabilito anche il nome, è arrivata a noi tradotta per la prima volta con tutte le sue paronomasie (“la zia Henriette ha tante facoltà, e infatti è assai facoltosa”), il gusto ancora settecentesco per la maschera e i calembour e, ai nostri occhi, la grande opportunità di dare una sbirciatina fra le mura di casa Grimm.
Dopo l’uscita della novella, Wilhelm troncò ogni rapporto con il fratello scapestrato e irriconoscente. Jacob continuò invece a sovvenzionarlo di nascosto, intrattenendo anche uno scambio epistolare costante, fino a quando si recò a trovarlo sul letto di morte a Wolfenbüttel, dove Ferdinand si era trasferito nel 1837 fatidico e dove aveva scritto altri due libri di fiabe incantevoli. Sono state ripubblicate di recente in una summa dal titolo eloquente: La montagna dei gatti.