Domenicale, 17 maggio 2026
Quando le donne non potevano pensare
«Pensare, pensare, dobbiamo. In ufficio; sull’autobus;...nei tribunali; ai battesimi, ai matrimoni, ai funerali. Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere?» Così, nel saggio Le tre ghinee del 1938, Virginia Woolf incoraggia le donne a riflettere sul mondo in cui vivono, in pratica a esercitare la critica sociale. Se le si obietta che non hanno tempo di farlo tra le tante incombenze, ella risponde che le «figlie degli uomini colti hanno sempre pensato i loro pensieri così alla buona; non a tavolino, nel proprio studio, nella solitudine tranquilla di un chiostro di università. Hanno pensato mentre rimestavano la minestra, mentre dondolavano la culla».
L’esortazione di Woolf dovrebbe valere per tutti, donne e uomini, quasi un ammonimento kantiano: sàpere aude, abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza, sempre. Ma se la scrittrice e saggista esortava le donne a farlo, era perché queste ne venivano scoraggiate, sia al livello «basso» della vita quotidiana come al livello «alto» dell’esercizio della filosofia.
I motivi, sempre gli stessi, con qualche variazione. Ieri la gestazione di figli che contraddiceva la conoscenza, o la specifica natura femminile che renderebbe le donne inclini alla cura e al servizio di altri, non alla cura di sé e del proprio talento, sempre che alle donne sia dato... Oggi, la presunta mancanza nelle donne di intuizione, di forza di argomentazione e capacità di ragionamento: insomma di una mente talentuosa e brillante, acuta e profonda insieme. Questo almeno nei paesi di lingua inglese dove prevale la filosofia analitica. Lo afferma, e non esito a crederlo, nel saggio conclusivo, la filosofa (analitica) islandese Eyja M. J. Brynjarsdóttir, una dei quattordici contributori e contributrici (si può dire, Treccani docet) al volume.
Shaping Women Philosophers è una raccolta di saggi dedicati alla precaria identità delle filosofe nella prima modernità nei paesi del Nord Europa, nonché al loro impatto sulla rappresentazione delle donne nella storia della filosofia. Si tratta di figure più note, quali Elisabetta di Boemia, Émilie Du Châtelet o Mary Wollstonecraft, o di sconosciute anche a chi frequenta il campo: Mary Chudleigh, Birgitte Thott o Hedvig Charlotta Nordenflycht…A tutte costoro, che pure si dedicarono al pensare e allo scrivere filosoficamente, toccò il destino di essere, se identificate come filosofi, di esserlo come filosofi donne, giacché fin dall’inizio il loro genere femminile fu parte della loro identità intellettuale. In età moderna infatti le filosofe sono sì riconosciute nella loro individualità – non sono più madri sorelle mogli amanti del filosofo – ma non nella loro autonomia, dal momento che diventano in ogni caso discepole del Grande Filosofo Maschio: da Elisabetta di Boemia corrispondente di René Descartes (scrivere trattati alle donne non era consentito, lettere sì; gli scritti epistolari, qui esaminati nel saggio di Sarah Hutton, permettevano una forma, per quanto secondaria, di partecipazione delle donne alla vita intellettuale) fino almeno, nel Novecento, a Elizabeth Anscombe allieva di Wittgenstein o a Hannah Arendt allieva nonché amante di Martin Heidegger.
Assenti in ogni caso in gran parte dal canone filosofico, le donne, tenute ai margini della storia del pensiero in quanto ritenute affette da debolezza mentale oltre che fisica, o da mancanza di ingegno, facoltà intrigante quanto misteriosa, un misto di forza e acutezza – suppone la curatrice del volume Sabrina Ebbensmeyer – provvedevano a loro volta ad automortificarsi dichiarandosi, al seguito di una retorica standard, deboli, stupide, ignoranti, inclini all’errore ecc.
Il volume affronta aspetti innovativi e interessanti, per esempio l’intersezione, nel pensiero delle donne, tra filosofia, religione e stoicismo. Carme Font Paz e Jacqueline Brood sottolineano l’attenzione prestata nel Settecento allo stoicismo inteso non come abnegazione ma piuttosto come cura di sé, che stimola a riflettere sulle circostanze e a correggere le istituzioni che limitano la dignità del sé. La prima cita il caso di Anne Wentworth, moglie soggetta ad abusi maritali, che in un testo del 1679, antesignana di Gisèle Pelicot, rese pubblica la crudeltà del marito nei confronti di lei. Questo allorché nel 1710 Mary Chudleigh presentava nei suoi Saggi un’alternativa all’austero stereotipo del sapiente stoico, ovvero il riconoscimento dell’identità femminile fondata su principi stoici di razionalità e rivendicava la parità di educazione di ragazze e ragazzi. Altro che debolezza naturale che impedisce la conoscenza! È la mancanza di istruzione che lascia le donne nell’ignoranza. Lo dimostra la biografia, a cura di Elisabet Göransson, di Sophia Elisabeth Brenner, che partorì non meno di quindici figli e si occupò della gestione della casa e della grande famiglia. Avendo però potuto portare avanti da bambina gli stessi studi dei ragazzi, lavorando in armonia con il marito lasciò una serie di scritti poetico-filosofici a difesa dell’anima e dell’intelletto.
Eppure, nonostante l’emergere di figure intellettualmente vivaci e di elevata altezza di pensiero, uno stigma insegue, marchia, umilia queste donne. Quello che dice che si tratta di eccezioni, di uomini mancati, di menti maschili dure e razionali in corpi femminili morbidi e passionali. Che cosa, se non una serie di pregiudizi di cui questo non è che l’ennesimo, potrebbe aver portato all’esclusione dal canone dei classici della filosofia che lanciarono l’epoca dei lumi, Bacone, Descartes, Newton, Locke e Leibniz, nientemeno che Madame Du Châtelet, una donna che, come avrebbe scritto, ma non per lei, Diderot, definendo il filosofo eclettico, «osa pensare di per se stessa, esaminare e discutere i principi generali, non ammettere nulla che non sia testimoniato dall’esperienza e dalla ragione, e che non riconosce maestri».