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 2026  maggio 20 Mercoledì calendario

L’inferno libico alla Corte dell’Aja

L’imputato è l’ufficiale El Hishri, detto “Al Buti”, ma nell’aula della Corte penale internazionale dove si decide se le prove raccolte sono sufficienti ad avviare il primo processo sui crimini in Libia, gli investigatori alludono ad altre responsabilità e coperture. Soprattutto al di fuori dalla Libia. Perciò parlano di udienza «storica».
Tre giorni per decidere se la giustizia può essere esercitata o per consegnare alla definitiva impunità un sistema che ha già permesso a figure come il generale Almasri di essere messi al riparo da una prigione internazionale. Eccolo il «famigerato torturatore al vertice della prigione di Mitiga». Così lo ha descritto l’accusa. Impassibile per tutto il giorno, il comandante “Al Buti” si scompone a fine giornata, quando ascolta, una dopo l’altra, le dolorose e terribili testimonianze delle sue vittime attraverso la voce ferma dei magistrati della procura internazionale. Torture, sevizie, stupri, abusi, schiavitù. Solo allora il libico arrestato in Germania nel luglio scorso e consegnato all’Aja, ha afferrato la cravatta per slacciarla come a voler prendere fiato. Il fascicolo davanti alla Corte penale internazionale contesta a El Hishri 17 capi per crimini contro l’umanità e crimini di guerra: detenzione illegale, tortura, trattamenti crudeli, oltraggi alla dignità personale, altri atti inumani, stupro, violenza sessuale, omicidio, tentato omicidio, schiavitù e persecuzione politica, religiosa, razziale, nazionale, etnica e di genere. Secondo la Procura, tortura e altri crimini riguarderebbero almeno 945 detenuti; gli stupri almeno 10 vittime; le altre violenze sessuali almeno 49; omicidi e tentati omicidi più di 89; la riduzione in schiavitù almeno 133 persone. È la parte giudiziariamente contestata di un sistema più vasto.
«Non mi sentivo soltanto uno schiavo, ci chiamavano “schiavi”. Non usavano i nostri nomi, si riferivano a noi solo come schiavi. Per insultarci e umiliarci il più possibile», ha riferito una delle vittime migranti. Un’altra conferma: «Limitavano il nostro sonno perché avevano bisogno che lavorassimo. Ci chiamavano “schiavi”. Se dicevi loro il tuo nome, non importava. Dicevano soltanto: “Ehi tu, schiavo”, e ci davano ordini».
Paolina Massidda, dell’ufficio della Corte incaricato di assistere e rappresentare le vittime, ha portato in aula la voce dei 64 ammessi al procedimento. Alcuni erano presenti, ma protetti dall’anonimato. «I racconti delle vittime dimostrano che la sofferenza dei migranti non è accidentale», ha detto Massidda. Molti migranti, ha aggiunto, avevano già subito «intercettazioni violente in mare da parte della cosiddetta Guardia costiera libica». Credevano di essere già sopravvissuti al peggio: «Non era così».
Il legame con Osama Njeem, detto Almasri, è uno dei capitoli più consistenti. «Un piano o accordo comune» per esercitare controllo sui detenuti attraverso «punizione, coercizione e altre forme di sfruttamento». Almasri, indicato nei fascicoli della Cpi come direttore di Mitiga, era stato arrestato a Torino nel gennaio 2025 su mandato della Corte, poi scarcerato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato italiano.
Il lavoro forzato era routine. Il testimone “A/00043/26” descrive turni continui: «Lavoravamo dalle 6 del mattino fino alla sera, poi riposavamo una o due ore, e poi tornavano e ci facevano lavorare fino alle prime ore del mattino». Le pause non erano una concessione: servivano «solo per tenerci vivi, per farci lavorare ancora». Il superstite “P719” ha descritto uno dei tanti «giorni di tortura». Una mattina, secondo la ricostruzione dell’accusa, decine di prigionieri furono trascinati in un cortile. Un comandante diede l’ordine: «Voglio vedere il pavimento coperto di sangue». Dopo, alle vittime fu imposto di ripulire.
Uno dei metodi più ricorrenti era la sospensione. Appesi con le mani legate dietro la schiena. Quando a intervenire era “El Hishri”, la sessione terminava con la perdita dei sensi: «Non posso descrivere il dolore che ho provato – ha raccontato un subsahariano -. Quando mi sono svegliato, le mani erano sopra la testa, ma in modo innaturale». Per tornare a usare le braccia, come confermano anche i medici, impiegò «sei mesi o più». I supplizi dovevano essere visti e ascoltati. Un monito. Secondo l’accusa, El Hishri era presente quando due giovani, già massacrati di botte, furono legati e abbandonati. Uno di loro implorò di essere ucciso. «Non vale la pena di ammazzarti. Morirai qui», rispose il comandante. Il terzo giorno morirono entrambi.
La violenza sessuale è l’altro marchio di Mitiga. Con particolare brutalità sui neri, affinché non potessero più riprodursi. Sono state raccolte le testimonianze di donne abusate e torturate in presenza dei figli piccoli. «Alcuni si nascondevano tra le gambe della mamma mentre lei veniva picchiata, altri urlavano mentre volevano provare a proteggerla», si legge nel libro nero dei crimini commessi a poche ore di mare dalle coste europee. Una donna, nome in codice “P872”, fu sottoposta a tortura insieme a un’altra detenuta in presenza del figlio piccolo. Nella «stanza dello scanner» El Hishri ordinava alle detenute di spogliarsi e perquisirsi a vicenda. Altre volte a commettere i crimini erano gli stessi prigionieri, per sottrarsi a nuove sessioni di abusi. Di “Al Buti” tutti raccontano della sua avversione per le persone di colore. Erano i neri a subire da lui e dalle sue guardie le punizioni più sadiche. Per una involontaria legge del contrappasso ieri per tutto il giorno a sorvegliarlo in aula c’erano solo agenti di origine africana. Non è solo di Al Buti che si dovrà occupare la corte. Quello che accade in Libia è il risultato anche di «complicità internazionali», è stato ribadito in aula. Coperture che hanno consentito «di operare per anni nell’impunità». E dare un nome a quelle connivenze è la parte più temuta di un processo che i giudici dovranno decidere se celebrare.