Avvenire, 20 maggio 2026
Kim riscrive la sua dottrina nucleare
Il 28 febbraio 2026 aerei israeliani e bombardieri americani hanno distrutto il bunker di Teheran uccidendo l’ayatollah Ali Khamenei insieme alla figlia, al genero e a gran parte del suo entourage militare. L’operazione congiunta, denominata «Ruggito del leone» da Israele e «Furia epica» dagli Stati Uniti, ha prodotto, nelle settimane successive, un effetto inatteso e lontano migliaia di chilometri: ha riscritto la dottrina nucleare della Corea del Nord. Il 22 marzo 2026, durante la prima sessione della XV Assemblea popolare suprema riunita a Pyongyang, la Corea del Nord ha approvato emendamenti costituzionali che introducono una clausola di ritorsione automatica: se il sistema di comando e controllo delle forze nucleari dello Stato dovesse essere messo in pericolo da attacchi di forze nemiche, un contrattacco nucleare dovrà scattare «automaticamente e immediatamente». La notizia è stata resa pubblica dal National intelligence service sudcoreano in un briefing riservato ai parlamentari di Seul. Il nesso con gli eventi in Iran è esplicito: la revisione costituzionale è una risposta diretta all’eliminazione di Khamenei. La rapidità e la precisione di quell’operazione di “decapitazione” hanno convinto Pyongyang che la propria leadership potrebbe essere un bersaglio simile. Il professor Andrei Lankov, esperto di Corea del Nord alla Kookmin University di Seul, ha dichiarato: «L’Iran è stato il campanello d’allarme. La Corea del Nord ha visto la straordinaria efficienza di quegli attacchi congiunti, che hanno eliminato quasi istantaneamente la gran parte della leadership iraniana. Devono essere terrorizzati».
La nuova norma costruisce quello che gli analisti definiscono un dead hand: un meccanismo automatico sul modello del sistema sovietico “Perimetro”, pensato per garantire la risposta nucleare anche se il vertice del comando fosse eliminato. Sebbene la politica fosse implicita già in precedenza, il suo inserimento in Costituzione le conferisce un peso giuridico e simbolico del tutto nuovo: «Le forze armate si sentiranno obbligate a portarla a termine. Qualsiasi ritorsione sarebbe diretta contro gli Stati Uniti» ha precisato Lankov.
La revisione va però oltre la sola clausola di ritorsione perché nel testo si riscontra una seconda svolta storica: la cancellazione di ogni riferimento alla riunificazione con la Corea del Sud. La clausola che richiedeva di «realizzare l’unificazione della madrepatria», presente nella Costituzione dal 1992, è scomparsa. Un nuovo Articolo 2 inserisce per la prima volta una clausola territoriale: il territorio nordcoreano confina a nord con Cina e Russia e a sud «con la Repubblica di Corea». Seoul è citata per intero, riconoscendone l’esistenza come Stato separato in diritto internazionale. Questo significa che per Pyongyang le due Coree non fanno più parte della stessa Corea e questa percezione è ormai permanente. Sulla base di questi nuovi emendamenti costituzionali, il dittatore Kim Jong-un rinuncia a qualsiasi speranza di unificazione graduale normalizzando lo status quo.
Sul piano della dottrina militare, la revisione eleva a norma costituzionale disposizioni già contenute nella legge sulle forze nucleari del settembre 2022, che prevedeva condizioni per l’uso dell’atomica inclusa la ritorsione in caso di guerra o di tentativi di rovesciare la leadership. Blindarle nella Carta fondamentale dello Stato le rende parte integrante della sua identità, non più revocabili con una legge ordinaria. Il meccanismo del dead hand produce però un’ambivalenza strutturale: aumenta la credibilità della deterrenza, ma sottrae spazio al controllo politico nei momenti di crisi acuta, affidando la decisione nucleare a un automatismo giuridico. La guerra nel Golfo Persico non ha creato questa realtà. Ne ha solo, e drammaticamente, accelerato la formalizzazione.