La Stampa, 20 maggio 2026
Laurie Anderson riflette sul presente
A Perugia il 7 luglio, per Umbria Jazz, con la sua Republic of Love e l’apporto dei Sexmob. E prima ancora, il 29 maggio, alla Triennale di Milano, in una versione più asciutta, da solista, dello stesso lavoro. Per allora Laurie Anderson, la ragazza genio con il violino elettronico, l’eccelsa artista americana che è impossibile rinchiudere in una sola definizione, spera di aver reimparato l’italiano: è la prima delle molte sorprese che ci riserva.
Reimparato, Laurie?
«Devo ammettere che al momento non è un granché, ed è per questo che vedo un insegnante ogni venerdì. Però all’università l’ho studiato per cinque anni, ed era piuttosto buono. Mi facevano leggere I promessi sposi»
Quelli che adesso sembrerebbero troppo difficili per i liceali?
«È un libro magnifico, ma è scritto in un italiano letterario, che non mi permette di sostenere una normale conversazione. Intanto leggo con grande gioia Natalia Ginzburg, e ho comprato molti romanzi di Murakami tradotti in italiano, li conosco già e posso ripassarli con un dizionario».
Cosa le piace di Natalia Ginzburg?
«È così essenziale, così profonda. E così esilarante. Pensi a Lui ed io, dalle Piccole virtù, sulle dinamiche di una coppia. Raramente ho visto riprodurre in modo così esatto una prospettiva femminile».
Lei ama e conosce la cultura europea e abita a Roma per lunghi periodi. Cosa pensa dell’abisso che si sta aprendo fra Europa e Usa, e come racconta agli amici italiani quello che succede nel suo Paese?
«È difficile spiegarlo a chi non vive da noi, ma Trump ha, nella maggior parte dei casi, un indice di gradimento intorno al 30%. La maggior parte delle persone è totalmente contraria a quello che sta facendo, eppure siamo imprigionati in un’enorme macchina narrativa. Che dice: questa è l’America, questo è quello che siamo, questo è quello che facciamo. Una storia folle, totalmente estranea alla realtà».
Secondo lei come andrà a finire?
«Non credo che durerà ancora per molto. Ci sentiamo intrappolati, è vero, ma c’è anche molta resistenza. Non è una situazione del tutto nuova per il mio Paese e per il mondo: una lezione folle su come la follia possa diventare accettabile. Quello che mi colpisce è però l’aspetto ridicolo della situazione, perché di fronte a certe cose ti viene da piangere ma anche da ridere. Ogni cinque minuti ce n’è una nuova: adesso vogliono mandare una statua di Trump sulla Luna. Allora pensi: ok, questo tizio di storie ne sa un milione. E a me le storie piacciono parecchio, il modo in cui vengono costruite, in cui vengono proiettate, e come possano non avere nulla a che fare con la realtà. È uno dei temi centrali di Republic of Love. Detto questo, che cosa sia la realtà io, a questo punto, non lo so più. Sto per partire per un dark retreat: un ritiro di meditazione, sei giorni in completa oscurità. Non so che cosa mi succederà. Il programma completo di giorni ne prevederebbe 49, la durata del Bardo (nel buddhismo tibetano, è lo stato intermedio tra la morte e la rinascita, ndr). Ma non sono sicura di farcela tanto a lungo, e questo è un primo tentativo».
Com’è nato questo suo ultimo lavoro?
«Da una proposta che mi era stata fatta in Austria: tenere un talk radiofonico di due ore sull’ascesa del fascismo in Europa. Proprio alla Orf, la stazione dove Hitler annunciò l’Anschluss. Ho pensato: cavolo, è un argomento enorme. E lo chiedono a me, un’americana, perché stiamo vivendo lo stesso momento. Allora ho pensato al milione di storie di Trump. Ma anche a Marco Aurelio, che proprio a Vienna morì. Un imperatore confuciano, estremamente interessante, con un senso del buon governo che ammiro molto. C’entra anche una frase del filosofo e attivista Cornel West che collega due temi centrali nella mia vita e nel mio lavoro: la giustizia, dice West, è l’aspetto pubblico dell’amore».
Dal talk radiofonico, come si è evoluta questa Repubblica dell’amore?
«Ne ho fatto una versione la scorsa estate a Roma, più lunga e più verbosa. E poi ho pensato che avrei voluto metterci della musica: ho chiamato i Sexmob con la loro fantastica sezione di fiati, e ho aggiunto vecchie canzoni, per vedere che significato avrebbero assunto oggi. Sono rimasta sconvolta. Big Science, per esempio, si chiude con l’idea dell’ “ognuno per sé”. Ormai è il nostro motto, una profezia che si è avverata: nessuno è più disposto ad aiutarti».
Dove sta andando la musica?
«È talmente controllata dalla grande industria che le cose insolite fanno molta fatica a succedere. Però non è impossibile. Cerco di sostenere i piccoli club, le piccole realtà locali: perché resta la libertà di inventarsi uno stile, e se il tuo stile si oppone all’etica dominante la faccenda diventa davvero interessante. Non vale solo per la musica, è molto difficile pubblicare libri che escano dagli schemi, o girare film senza omicidi e inseguimenti. Eppure pensi a una serie come The Pitt, che adoro, su un gruppo di medici che cercano di aiutarti nel momento peggiore. Sono a pezzi anche loro, ma fanno quello che possono».
Parlare con lei rimanda inevitabilmente al pensiero di suo marito Lou Reed. Si chiede mai cosa penserebbe, oggi, di questo mondo impazzito?
«Certo che me lo chiedo, e infatti nello spettacolo abbiamo inserito un paio di canzoni di Lou. Una è Dirty Boulevard. Ogni volta che passo da un aeroporto occupato dagli agenti dell’Ice penso a questa canzone e alla follia della deportazione. In Dirty Boulevard la Statue of Bigotry, la statua del pregiudizio, dice, deformando il motto della Statua della Libertà: Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, e ci piscerò sopra. È esattamente quello che stiamo facendo».
Con tutta la sua saggezza e la sua esperienza, cosa consiglierebbe a chi affronta il passaggio del tempo, la perdita di persone amate, le cose che non si possono cambiare?
«Credo che la parola chiave sia proprio “cambiare”. Tutto cambia, e anche questo può essere meraviglioso. Non c’è un passato e non c’è un futuro: c’è solo questo momento, e anche quello passerà in un secondo. Quindi goditi il momento. Sembra una filosofia banale, ma è quella che mi fa vivere. Smettila di rimpiangere le cose, smettila di preoccuparti del futuro. Appena ti immergi nel presente, tutto il resto sembra ridicolo. E solo così puoi cambiare le cose. Sono nata a Chicago in un ambiente ricco, e il mio più grande vantaggio è stato vedere quanto fossero infelici questi ragazzi che avevano macchine, cavalli, ma che pretendevano di avere sempre di più. È stato allora che l’ho pensato per la prima volta: devo trovare qualcuno che si stia divertendo».