la Repubblica, 20 maggio 2026
Nove manager verso il processo per la strage di Calenzano
I pericoli erano noti, ma furono trascurati lungo l’intera catena di comando del deposito. Al punto da permettere che due manovre tra loro inconciliabili avvenissero in contemporanea, scatenando il disastro.
La procura di Prato ha chiuso le indagini sulla strage al deposito Eni di Calenzano, in cui, il 9 dicembre del 2024, persero la vita cinque lavoratori e altri 25 persone restarono ferite. Un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche (l’esplosione risparmiò i silos di stoccaggio principali), frutto secondo le accuse proprio del clima di superficialità tra chi aveva il compito di controllare.
Nove le persone che rischiano il processo; tra queste non c’è la dirigente Patrizia Boschetti, legale rappresentante della gestione operativa depositi Centro Eni e chiamata in causa nel corso delle indagini come datore di lavoro. La sua posizione era connessa all’illecito amministrativo contestato all’azienda, che invece ora è stato escluso: la procura si è dovuta infatti allineare alle conclusioni dei periti, secondo cui il «modello organizzativo» indicato da Eni era formalmente adeguato.
Gli indagati
L’avviso è stato notificato a sette tra dirigenti e preposti dell’azienda che avevano responsabilità sulle attività del deposito, e al titolare e a un preposto della Sergen srl, l’azienda incaricata dei lavori di manutenzione considerati alla base del disastro, (proprio perché eseguiti in contemporanea con le operazioni di carico del carburante). Sono Luigi Cullurà, Carlo Di Perna, Marco Bini, Andrea Strafelini, Elio Ferrara, Emanuela Proietti, Enrico Cerbino – tutti inseriti in vari ruoli nell’organico di Eni –, oltre a Francesco Cirone e Luigi Murno di Sergen. Omicido colposo, disastro colposo e lesioni i reati contestati.
Il procuratore Tescaroli, in una nota, parla di «plurimi errori gravi e inescusabili». E aggiunge: «L’incidente è risultato in concreto prevedibile, se fosse stata effettuata un’adeguata analisi dei rischi e delle condizioni operative, ed evitabile, se fossero state seguite correttamente le procedure di sicurezza, protezione e pianificazione».
L’incidente
Quella mattina, hanno ricostruito i pm, alle pompe del carburante erano incolonnati i camion autobotti. Alle 10,21 ci fu un rilascio di benzina da flange «sbullonate ma non separate», che creò una nebbia finissima. Negli stessi istanti si creò una pozza in una fossa di servizio tra le corsia 6 e 7 e poi, dopo il passaggio di un’autobotte, una nube infiammabile. A provocare lo scoppio, la scintilla di un cestello elevatore. Impossibile trovare riparo per le vittime, gli autotrasportatori Carmelo Corso, Davide Baronti e Vincenzo Martinelli e i dipendenti di Sergen Franco Cirelli e Gerardo Pepe.
Sul caso, infine, la procura ha chiuso le indagini anche per il filone legato ai danni ambientali, per il presunto sversamento di idrocarburi in un fosso adiacente al deposito: in questo caso è coinvolta anche Boschetti, sempre come legale rappresentante di Centro Eni spa.