corriere.it, 20 maggio 2026
I primi dipendenti di OpenAi già milionari
A San Francisco c’è chi ha già incassato il jackpot dell’intelligenza artificiale. E non sono soltanto i fondatori o i grandi investitori della Silicon Valley: stavolta a diventare milionari sono anche ingegneri, ricercatori, product manager. Dipendenti «normali», almeno per gli standard dell’industria tech. OpenAI, la società che ha acceso la corsa globale alla Ai con ChatGpt, ha autorizzato nei mesi scorsi una maxi vendita di azioni interne che ha trasformato centinaia di dipendenti in multimilionari ancora prima della quotazione in Borsa.
Secondo il Wall Street Journal, che per primo ne ha dato notizia, oltre 600 tra dipendenti attuali ed ex dipendenti hanno venduto quote per un valore complessivo di 6,6 miliardi di dollari. Per circa 75 di loro il guadagno ha toccato il tetto massimo consentito dall’operazione: 30 milioni di dollari a testa. Una cifra che, fino a pochi anni fa, era riservata ai fondatori delle startup di maggior successo o ai venture capitalist più fortunati.
Ma ciò che sottolinea il quotidiano economico, è che ciò che è avvenuto a OpenAi – che non è quotata in borsa – potrebbe essere soltanto la prima onda. OpenAI e Anthropic – le due società oggi considerate il cuore tecnologico della rivoluzione AI – si stanno preparando a quella che molti investitori già descrivono come la futura stagione delle Ipo più ricche della storia del settore. E quando queste aziende sbarcheranno davvero sul mercato, migliaia di dipendenti potranno monetizzare quote che finora esistevano solo sulla carta.
È un cambiamento profondo anche nella geografia del potere economico della Silicon Valley. Durante la bolla dot-com della fine degli anni Novanta o nell’epoca d’oro dei social network, arricchirsi era possibile, ma spesso richiedeva anni di attesa dopo la quotazione. E in molti casi il mercato si sgonfiava prima che i dipendenti riuscissero davvero a vendere le proprie azioni. Questa volta, invece, la ricchezza sta arrivando prima ancora della Borsa.
OpenAi ha imposto ai dipendenti un vincolo di due anni prima di poter vendere le proprie quote. Per molti assunti dopo l’esplosione di ChatGpt è stata la prima occasione concreta di trasformare stock option e pacchetti azionari in liquidità reale. E i numeri spiegano bene la portata del fenomeno: chi era in azienda sette anni fa avrebbe visto crescere il valore delle proprie quote di oltre cento volte. Nello stesso periodo il Nasdaq, pur correndo ai massimi storici, si è limitato a triplicare.
La nuova corsa all’oro dell’intelligenza artificiale non riguarda però soltanto il valore delle aziende. Sta cambiando il mercato del lavoro tecnologico. Meta, per assicurarsi alcuni dei migliori ricercatori nel campo della Ai, avrebbe offerto pacchetti retributivi da 300 milioni di dollari. OpenAI paga in alcuni casi stipendi superiori ai 500 mila dollari l’anno, ai quali si aggiungono bonus e compensi azionari molto più ricchi rispetto alla media dell’industria tech.
È una competizione feroce per un numero ristretto di talenti. E come spesso accade nelle rivoluzioni industriali, chi possiede le competenze decisive si ritrova improvvisamente al centro di una redistribuzione enorme di ricchezza.
Gli effetti si vedono già fuori dagli uffici delle big tech. A San Francisco gli affitti stanno tornando a salire rapidamente e cresce il timore di una nuova frattura sociale tra chi partecipa al boom dell’intelligenza artificiale e chi ne resta escluso. La città che per anni aveva raccontato la democratizzazione della tecnologia si ritrova di nuovo a fare i conti con il rischio di un capitalismo sempre più selettivo. Sarà anche per questo che alcuni dipendenti di OpenAi, come ha raccontato il Wsj, hanno deciso di destinare parte dei guadagni a fondi filantropici. Un gesto che ricorda la tradizione americana del «giving pledge», ma che riflette, forse, anche un certo disagio davanti a una ricchezza arrivata con una velocità senza precedenti.