Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 20 Mercoledì calendario

Intervista a Marina Abramović

«Io il vino non lo bevo! Mai bevuto in vita mia. Non mi piace l’alcol in generale: mi vengono strane reazioni, non fa per me. L’unica cosa che bevo è lo yogurt, quello di pecora, più saporito. Pensi che, prima di cominciare a disegnare le etichette, mi sono fatta mandare alcune bottiglie ma ho chiesto di riempirle con del buon olio d’oliva. I miei amici si sono arrabbiati: “Che egoista che sei, lo avremmo bevuto noi questo vino al posto tuo!”». Marina Abramović, serba, pioniera della performance art – e prima artista donna vivente a essere celebrata con una mostra appena inaugurata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia in occasione della Biennale —, è la protagonista della Vendemmia d’Artista ‘26 di Ornellaia, celebre cantina di Bolgheri della famiglia Frescobaldi. Il progetto omaggia il carattere di ogni nuova annata di Ornellaia con la collaborazione di un artista che disegna una serie di etichette in edizione limitata. Abramović ha tratto ispirazione dal concetto di vitalità – la parola scelta dalla squadra tecnica della cantina per l’annata del 2023 – disegnando se stessa nella veste di Medusa con i serpenti sostituiti da grappoli d’uva. Dall’11 al 23 giugno le bottiglie firmate Abramović verranno battute all’asta da Bonhams e i proventi saranno devoluti alla mostra Guggenheim Pop.
Da astemia, come ha fatto allora a disegnare le etichette di bottiglie di vino?
«Ma questo non c’entra nulla. Per me Ornellaia è interessante per la sua storia, perché lavora da tempo con gli artisti. Ho disegnato pensando a che cosa rappresenta il vino: per tante civiltà credo sia un elisir, capace di portare felicità alle persone. Pensi a come ne parlano i francesi o anche gli italiani».
In che senso?
«I francesi dicono che lo champagne sia il vino migliore del mondo e che il rosso debba venire solo da Bordeaux. Voi italiani, invece, siete convinti che il vino debba essere fatto solo in Umbria o in Toscana. Ecco, tutto questo meraviglioso discutere di vino ha a che fare con le comunità, la loro storia, le persone, le relazioni umane. Fare un buon pasto e bere un buon bicchiere di vino è un rituale».

È per questo che ha immaginato anche le istruzioni per sorseggiare Ornellaia (bere lentamente, con gli occhi chiusi, ascoltando della musica)?
«Esatto. Ho pensato: siamo in Italia, il film più famoso è La dolce vita. Io stessa ascolto Nino Rota tutte le volte che sono triste e subito mi sento meglio. La sua è la musica della felicità. Allora che cosa c’è di meglio per essere felici che ascoltare Nino Rota con un bicchiere in mano?».
Non beve ma si racconta che il buon cibo le piaccia molto.
«Amo cucinare, anche se lo faccio solo quando sono nella mia casa di campagna vicino a New York: i miei vicini allevano animali, da loro prendo tutto, carne, uova, verdure, perché so da dove vengono gli ingredienti. Mi piace imparare le ricette tipiche di ogni Paese che visito. Il curry di granchio in Thailandia. Il masala dosa chutney in India. La pasta alle vongole e il bollito con la salsa verde in Italia».
Il suo primo ricordo?
«Da bambina, stavo camminando con mia nonna nel bosco e volevo toccare qualcosa per terra. Era un serpente. Mia nonna si spaventò molto e la sua paura mi contagiò. Così urlai anche io. Nel tempo capii che fu per liberarmi da questa paura che ho lavorato molto con i serpenti».
Nelle sue performance ha messo in scena tante volte anche la morte. Ne ha paura?
«Certo, tutti ce l’hanno. Se dicessi di non provarla, mentirei: ogni volta che l’aereo ha turbolenze, scrivo subito un testamento... Ma pensare alla morte ogni giorno significa dare un senso a ogni singolo minuto della propria vita, non sprecarlo in sciocchezze, concentrarsi sulle cose importanti».
Per esempio la mostra Transforming Energy appena inaugurata a Venezia.
«È completamente interattiva: i visitatori interagiscono attivamente con gli oggetti e seguono le istruzioni. Oggi il pubblico è stanco di limitarsi a guardare le opere nei musei, vuole sentirsi parte di qualcosa, vivere esperienze. È questo che offriamo ai visitatori. Normalmente ci si aspetta che sia io a esibirmi. Ora tocca al pubblico».
Una parte della mostra è dedicata a una delle sue performance iconiche, Balkan Baroque, ideata nel 1997 per denunciare un conflitto, quello nell’ex Jugoslavia. Qualche analogia con l’oggi?
«Oggi stiamo vivendo il momento più difficile della storia umana. Tutto è terribile: fame, riscaldamento globale, guerre, presidenti folli, corruzione. Ma io credo nel potere dell’arte di porre le domande giuste, dare spunti di riflessione. Oggi siamo sempre più confusi, viviamo in una sorta di catatonia: non sappiamo cosa ci aspetta, tutto sembra insicuro. Ma avere speranza è fondamentale e l’arte è capace di darla. Pensate a Matisse».
Cioè?
«Durante tutti gli anni della seconda guerra mondiale, mentre tutti gli artisti mostravano l’orrore, Matisse dipinse fiori. Mi sono sempre chiesta come mai. L’ho capito ora: l’arte deve saper trasformare l’orrore in bellezza per dare speranza».
Un altro dei momenti culminanti della mostra è Pietà (with Ulay). Che cosa ha rappresentato per lei Ulay, l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen suo compagno di vita per 12 anni?
«È stato il grande amore della mia vita. La nostra relazione è finita mentre percorrevamo la Grande Muraglia cinese: abbiamo camminato 2.500 chilometri per dirci addio. Ci siamo amati, odiati, fatti causa a vicenda e poi perdonati. Quando realizzammo quest’opera, nel 1983, eravamo molto innamorati, quindi Pietà rappresenta un momento molto emozionante della mia vita e il fatto che sia rappresentata oggi a Venezia è un grande onore. Tra l’altro Ulay è morto quattro anni fa: Pietà è stata una premonizione del futuro.

Il prossimo novembre compirà 80 anni. Con quale sentimento ci si avvicina?
«Con vitalità, non vedo l’ora. Se il fisico sta bene, questa età è meravigliosa perché si possiede la saggezza della vecchiaia: oggi capisco la vita molto meglio di prima».
Nessun rimpianto?
«Nessuno. Non vorrei mai tornare indietro. Ho sofferto troppo da giovane, la mia vita è stata molto difficile. Oggi ho voglia di godermi appieno il tempo che mi resta per creare ancora e ancora».
Dove trae ispirazione oggi?
«La mia vera fonte di energia è la natura. Mi piace andare sui vulcani e guardare il mare: per questo cinque anni fa ho comprato una casa a Stromboli. Ma amo anche contemplare i fiumi che scorrono o le montagne, in solitudine. La natura mi fa venire le idee migliori. Poi rientro in città e lavoro».
Desideri da esaudire?
«Tutto quello che volevo fare l’ho fatto. Ora il mio più grande desiderio è vivere a lungo, come fece mia nonna, e poi morire consapevolmente. Non in un qualche stupido incidente o in un ospedale qualsiasi, ma cosciente, senza rabbia e senza paura».
Festeggiamenti in programma per gli 80 anni?
«Organizzerò una grande festa in Park Avenue a New York, durante la performance Balkan Erotic Epic. E ci sarà tanto vino, perché le persone sono normali, non come me: il vino lo bevono!».
Q&A – IL QUESTIONARIO
1 La ricetta del cuore? 
«Gli involtini di cavolo fermentato, molto semplici, che faceva mia nonna»
2 Che cosa non manca mai nella sua borsetta? 
«Gli scialle di cachemire dalla Mongolia. Quando viaggio, ne porto sempre con me uno così grande da coprirmi tutto il corpo. Fa pure da vestito o da coperta. Multifunzione».
3 Gadget tecnologico 
«Sono della vecchia generazione, non ho nessun gadget nè uso i social media, con la tecnologia sono negata, riesco a malapena ad accendere il pc. Uso ancora i telegrammi e i fax! Sono più interessata ai libri e ai giornali, leggo i principali quotidiani del mondo. Oggi mi piace molto il magazine Cultured».
4 L’artista preferito? 
«Vincent Van Gogh. Tra i performer Yves Klein: alcune sue performance erano incredibili per l’epoca».
5 Guilty pleasure? 
«I cioccolatini belgi di Leonidas. I miei preferiti in assoluto sono quelli al caffè con la mandorla sopra. Potrei mangiarne una scatola intera».
6 Il negozio preferito? 
«Qualunque negozio vintage, soprattutto le librerie che vendono volumi antichi e usati. Ne vado sempre alla ricerca nel mondo».
7 Il ristorante del cuore? 
«Omen Azen, uno dei primi ristoranti giapponesi a New York. Lo frequentavano Lou Reed ed Andy Warhol. Ancora oggi lo gestisce la stessa famiglia, originaria di Kyoto. Il riso viene dalla loro risaia e il menù è lo stesso degli anni ‘70. La musica è molto bassa, si può davvero chiacchierare: cenare qui è come essere a casa».
8 La persona che la ispira di più? 
«Il Dalai Lama e John Cage: mi ha insegnato la modestia e a pensare che l’ego sia un ostacolo».
9 Il libro che sta leggendo ora? 
«Amo Alexandra David-Néel, sto rileggendo Magic and mystery in Tibet».
10 Il place to be 
«Fino ad oggi pensavo che la mia città del cuore fosse New York: Susan Sontag una volta mi disse che una volta trasferiti qui non si può più vivere da altre parti. Ultimamente però comincio a dubitarne. Oggi vivrei a Parigi. Dopo di che viaggio così tanto che mi sento a casa ovunque io sia. Dopo Venezia, sarò a Portofino, poi in Puglia, infine Roma a trovare degli amici, quindi anche l’Italia è un posto dove mi sento a casa. Il mio rifugio dell’anima, però, resta un monastero tibetano in India».