Corriere della Sera, 20 maggio 2026
Intervista a Ferruccio Brugnaro
Ci aspetta sull’uscio, all’ultimo piano di un condominio popolare della periferia veneziana, senza ascensore: «Respiri respiri, io ci ho fatto l’abitudine», sorride.
Novant’anni portati splendidamente, camicia a quadri colorati, l’aria del vecchio combattente, Ferruccio Brugnaro ci guida in questa sua casa tappezzata di libri. Sulla parete spunta la foto gigante di Salvador Allende, il presidente marxista del Cile che rifiutò fino alla morte la resa al golpe militare di Pinochet: «Grande»; più in là un poster rosso della Working Class e nel corridoio, a vigilare su tutto, lui: Che Guevara con il manifesto della resistenza, «...ci sono uomini che lottano tutta la vita, essi sono gli imprescindibili». E Brugnaro fa sì con la testa.
Sempre sulla breccia.
«Sono più preoccupato oggi del 1943 quando vedevo le bombe cadere come coriandoli. C’è qualcosa di più negativo. Il mondo brucia e i governanti sono avidi di dominio. È come se ci fosse stato un arretramento della storia umana. L’egoismo e la sopraffazione stanno prendendo il sopravvento sulla fraternità e il mondo sembra andare verso l’autodistruzione. Trump dice cose pazzesche... Sulla guerra l’avevo scritto molti anni fa come la penso».
Cioè?
Si alza, esce dal salottino e torna con una specie di papiro: «Dobbiamo metterci contro sempre... la guerra massacra noi operai, noi popolo, colpisce noi soprattutto... è contro di noi sfruttati, donne, gente semplice, è la festa dei dominatori, non chiamateci più a questa festa...». La firma è la sua.
Ferruccio Brugnaro è un poeta ribelle, famoso a Venezia per le lotte operaie di Porto Marghera dove è stato una colonna del sindacato fino alla pensione. Un simbolo del proletariato, un uomo libero, un’anima inquieta. Iniziò distribuendo volantini dopo averli caricati di versi potenti, immediati, anche rudi. («Furfanti, ladri di vite, avete ammazzato e ammazzate ancora... infame silenzio»). Negli anni è diventato un autore riconosciuto a livello internazionale. I suoi testi circolano nelle riviste di mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Cina. In Italia sono stati rilanciati da Andrea Zanzotto, in America da Jack Hirschman vicino alla beat generation. Ma Brugnaro non è solo un poeta. È anche il padre di Luigi, il sindaco di Venezia in scadenza di mandato che da imprenditore ha fondato Umana, 1.500 dipendenti, fra i leader in Italia nella «somministrazione di lavoro».
Padre e figlio, l’operaio e l’imprenditore, il sindacalista che ha sempre combattuto la schiavitù del lavoro e chi il lavoro l’ha creato nella forma meno gradita al sindacato. Ferruccio è stato poi una bandiera della difesa ambientale di Porto Marghera e Luigi è ora accusato di aver tentato di vendere un’area inquinata proprio da quelle parti, fra terra e laguna. Sono accuse per lui molto dolorose.
Ma partiamo dal poeta, dove nasce la sua rabbia?
«Nasce dalla povertà che ho visto, dalle sofferenze dei contadini, dei mezzadri, da una terribile fabbrica di chiodi a Porto Marghera dove facevo i turni e vedevo che le persone diventavano niente. Nasce dai maltrattamenti delle donne che lavoravano nelle vasche bollenti di zinco, dai compagni del Petrolchimico dove ero andato a lavorare pensando a un salto di qualità nella grande industria e invece eravamo ancor più esposti a qualsiasi veleno. Una notte ho detto basta e ho fermato il sistema di ventilazione che portava dentro i fumi delle ciminiere. “Ora ti licenziano”, dicevano gli altri. Mi sospesero per tre giorni e da lì iniziai la mia lotta lunga una vita».
E la poesia?
«Noi avevamo difficoltà a far valere le nostre ragioni perché non eravamo all’altezza del confronto con la classe padronale, laureata, scaltra, preparata. Noi no, noi avevamo solo la forza della ragione che però non sapevamo tradurre in parole. E così cominciai a scrivere. Ma la prosa e i racconti non attecchivano. Ci voleva uno strumento più agile, più scarno, più spoglio e immediato: la poesia. E come forma di diffusione scelsi quella del volantino ciclostilabile. Eravamo 2 mila alla Montefibre ma rappresentavo anche i 40 mila chimici di Marghera. E poi ho iniziato a distribuire anche a Milano, Torino, Brindisi, in Sicilia e in Sardegna. E pure all’estero. Aspetta che ti faccio vedere».
Va nello studio e stavolta torna con un libretto di poesie e una rivista pubblicate da editori indipendenti francesi che rilanciano i suoi versi d’urto.
La fabbrica come la guerra?
«Ci sono delle affinità: la trasformazione degli uomini in cose, la degradazione dell’anima, la tirannia sul corpo, le macchine, le intossicazioni, l’amianto... Io dico che in questo nostro mondo manca soprattutto una cosa».
Cosa?
«La donna. È molto più avanzata dell’uomo. Alla fine del ’900 frequentavo biblioteche, bar e piazze dove le donne parlavano di cose che non ho mai sentito dire all’uomo. Loro hanno una schiettezza, una comunicativa, un equilibrio... sono una meraviglia della natura. L’uomo è invece egoista e pretende cose assurde dalla donna. Noi saremmo già andati a sbattere senza di loro che sono il freno regolatore dell’umanità. La donna è il miglior mezzo di comunicazione che esista sulla terra. Ho scritto un piccolo saggio prendendo spunto da mia moglie Maria: Ritratto di donna. Ma ci sono tante Marie in giro, portate a rinnegare sé stesse per il maschio».
La più grande gioia?
«Proprio l’amore di Maria che è durato una vita. Maria era il sostegno, la disponibilità, la comprensione, non aveva mai nulla contro nessuno e cercava sempre il positivo nelle persone. Per tanti anni ha insegnato ai bambini e anche a me. Un riferimento costante, un baluardo. Lo era lei ma lo è la donna in generale».
Il dolore?
«La morte di Maria che se n’è andata sei mesi fa. Mi manca tanto, mi ha lasciato una situazione dura da superare per me. Lei era molto energica, molto dinamica, molto presente».
Che rapporto aveva con il «maestro» Andrea Zanzotto?
«Lui ha capito subito la mia poesia. Posso raccontare un episodio: nel 1963 presento “Il gelo dell’acciaio” ad Alte Ceccato, per un premio che aveva Zanzotto fra i giurati. Vince un certo Albanese, imposto da chi finanziava il premio. Assisto a una disputa fra Zanzotto e gli altri giurati: diceva “guardate che qui c’è una novità, da una parte l’acciaio oggi rappresenta una cosa formidabile, può essere di enorme progresso, i grattacieli, i ponti; dall’altra è l’autodistruzione, gli altiforni, i lavoratori...”. Aveva messo perfettamente a fuoco tutto, eccezionale. Lui aveva il dono della sintesi ed era intelligentissimo».
Cosa è rimasto del Petrolchimico?
«Tante morti e tante malattie».
Come racconterebbe oggi Porto Marghera in un volantino?
«Porto Marghera ha dato una risposta a tanta povertà ma a un prezzo altissimo in termini di salute e non è ancora finita. È stato la speranza di uscire da un mondo di fango e di desolazione. Sarebbe andata diversamente se la classe padronale non avesse avuto la fretta del profitto e dell’accumulo. Per il futuro mi auguro che chi si troverà a gestire quelle aree tenga conto del passato».
Suo figlio Luigi, sindaco di Venezia, è proprietario di una di queste aree, i Pili, ed è finito sotto inchiesta per aver tentato di venderla. Un’area inquinata, come la vede?
«Premessa, io amo molto la natura: i fiumi, la laguna, i prati, le piante, gli animali. E sono particolarmente sensibile ai rifiuti tossici e all’inquinamento. Mi ha fatto molto male questa storia perché ha toccato l’onestà di mio figlio che invece ha dato tutto per la sua città. Io penso che ci sia dietro una grande montatura dovuta al fatto che Luigi ha avuto contatti con questo imprenditore orientale con il quale però mica ha concluso niente. Spero che la vicenda venga chiarita al più presto perché lui ci soffre da morire. Penso che un giorno lo rimpiangeranno».
Al di là delle vicende penali lei ha sempre lottato contro i padroni del vapore e Luigi è un padrone del vapore.
«Maria ed io abbiamo cresciuto i nostri figli (oltre a Luigi, primogenito, c’è Gabriele, ndr) nella massima libertà e senza alcun indottrinamento. E abbiamo sempre rispettato questa loro libertà».
E rispetto a Umana che nasce come società di lavoro temporaneo?
«Sono sempre stato contro queste forme di lavoro che non danno molte tutele. Ma c’è una legge che le consente e Luigi l’ha applicata. Non ha inventato niente da questo punto di vista».
Cosa pensa della legge?
«Era meglio che non la facessero».
Lei potrebbe permettersi una casa più comoda. Perché resta qui?
«I miei figli vorrebbero che andassi da loro ma in questo appartamento, dove hanno abitato anche Luigi e Gabriele, ho i miei spazi, i miei libri, i miei tempi. Posso riflettere. Noi abbiamo sempre vissuto molto liberamente e i ragazzi hanno iniziato ad andare in giro da giovanissimi. In ogni caso li vedo spesso, anche perché ho sei nipoti. Gabriele è in pensione e ora fa il pittore».
Il sindaco legge le sue poesie?
«Le legge eccome e ne discutiamo. Dice che sono dure ma capisce da dove arrivano».
A chi dà il voto?
«Io sono marxista-leninista e ho sempre votato comunista. Adesso non saprei, è diventato un problema».
Luigi ha guidato una giunta di centrodestra, lo votava?
«Scusi ma ora devo proprio andare».