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 2026  maggio 20 Mercoledì calendario

La guerra costa 25 miliardi

Venticinque miliardi di dollari. È questa, per ora, la dimensione del conto che la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta presentando alle grandi aziende mondiali. Una cifra ancora parziale, probabilmente destinata a crescere, ma già sufficiente a raccontare la nascita di un nuovo choc economico globale.
L’analisi di Reuters, costruita sulle comunicazioni agli investitori di centinaia di società quotate tra America, Europa e Asia, mostra come il conflitto stia rapidamente trasformandosi in una pressione sistemica sui bilanci delle imprese. Non solo petrolio più caro, ma trasporti più costosi, materie prime difficili da reperire, rotte commerciali rallentate e consumatori più prudenti. Sempre secondo l’agenzia, almeno 279 società hanno già collegato la guerra a misure straordinarie: aumenti di prezzo, riduzione della produzione, sospensione di buyback e dividendi, cassa integrazione, sovrapprezzi sui carburanti e richieste di sostegno pubblico. Un riflesso difensivo che ricorda quanto la geopolitica sia tornata a pesare sui conti economici dopo anni di globalizzazione relativamente stabile.
Al centro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del greggio mondiale. Le tensioni nell’area hanno già spinto il petrolio oltre i 100 dollari al barile, con un aumento superiore al 50% rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Da lì si propaga il resto: carburanti, assicurazioni navali, fertilizzanti, chimica industriale, alluminio e componenti produttivi.
Le compagnie aeree rappresentano il caso più immediato. Reuters stima che quasi 15 miliardi dei costi complessivi ricadano proprio sul settore del trasporto aereo, travolto dal raddoppio del carburante per jet. Ma ormai l’effetto domino coinvolge praticamente tutta l’economia industriale.
Toyota ha avvertito gli investitori di un possibile impatto superiore ai 4 miliardi di dollari. Procter & Gamble prevede un colpo da circa un miliardo agli utili netti. Whirlpool ha tagliato drasticamente le stime annuali e sospeso il dividendo. «Questo livello di contrazione industriale è simile a quello osservato durante la crisi finanziaria globale», ha dichiarato il ceo Marc Bitzer: i consumatori ora «preferiscono riparare i prodotti anziché sostituirli».
Dietro questi segnali emerge un meccanismo ben noto nelle grandi crisi energetiche: i costi salgono più velocemente della capacità delle imprese di trasferirli sui consumatori. All’inizio i margini resistono. Poi iniziano a comprimersi. Infine rallentano investimenti e occupazione.
L’Europa appare particolarmente esposta. Dopo due anni segnati dalla crisi energetica legata alla guerra in Ucraina e dalla fine del gas russo a basso costo, il nuovo choc mediorientale rischia di colpire un sistema industriale già indebolito. Goldman Sachs prevede una crescente pressione sui margini dal secondo trimestre, quando molte coperture finanziarie sui prezzi dell’energia inizieranno a scadere.
La dimensione economica del conflitto rischia così di diventare anche un problema politico per Donald Trump. La promessa di riportare stabilità internazionale attraverso una strategia di forza si sta trasformando in un nuovo fattore inflazionistico globale. Una tassa geopolitica distribuita lungo tutta la catena produttiva occidentale.
Per avere un ordine di grandezza, basti ricordare che i dazi commerciali americani del 2025 avevano prodotto costi stimati per circa 35 miliardi di dollari per le imprese globali. Il nuovo choc energetico si sta avvicinando rapidamente a quella dimensione.
Gran parte dell’impatto, però, non compare ancora pienamente nei risultati trimestrali. Molte aziende stanno ancora assorbendo l’aumento dei costi senza scaricarlo integralmente sui prezzi finali, ma gli analisti iniziano già a ridurre le stime sugli utili per la seconda metà dell’anno.
I 25 miliardi fotografati oggi rappresentano quindi molto più di una perdita temporanea. Segnalano il ritorno di un costo che l’economia globale aveva quasi dimenticato durante la lunga stagione della globalizzazione: il prezzo dell’insicurezza geopolitica.